Menu

Da Parigi a Berlino: l’Europa perseguita l’antifascismo

Se fino a qualche tempo fa i sostenitori dell’Europa liberale del trattato di Ventotene potevano ancora arroccarsi su una qualche differenza tra “L’Europa di Orbán” e quella dell’asse franco-tedesco, negli ultimi anni questo divario si è ristretto sempre di più.

I recenti sviluppi giudiziari del Budapest Complex ai danni degli antifascisti Maja, Gino, Ilaria, Gabriele e Zaid segna un punto di non ritorno per l’Europa delle persecuzioni politiche, vedendo stringersi Parigi, Berlino e Budapest in una corale condanna all’antifascismo nel continente.

In Francia, dopo che nell’aprile 2025 la giustizia francese aveva rifiutato di estradarlo direttamente in Ungheria, e il caso sembrava chiuso, la Germania ha reclamato a sua volta l’estradizione di Gino con la scusa che alcune delle vittime sarebbero state di nazionalità tedesca, riaprendo il caso.

È cosi che questo mercoledì 30 settembre la Cassazione ha respinto il ricorso di Rexhino “Gino” Abazaj, aprendo la strada alla sua consegna alla Germania. I suoi legali temono ora che il trasferimento in Germania possa diventare il primo passaggio verso una successiva consegna a Budapest.

Lo stesso giorno la Corte d’appello di Budapest ha confermato pene molto dure contro Maja T. e Gabriele Marchesi, riducendole solo parzialmente: da otto a sette anni per Maja e da sette a sei per Marchesi. Maja resta detenuta in Ungheria sotto durissime condizioni detentive, dopo essere stata consegnata dalla Germania con una procedura successivamente censurata dalla Corte costituzionale tedesca, come potrebbe adesso accadere anche a Gino.

Resta infine aperta anche la posizione di Zaid, ricercato dall’Ungheria nell’ambito dello stesso procedimento e ancora coinvolto in una complessa vicenda giudiziaria in Francia.

Una vera e propria persecuzione in corso ormai da tre anni, fondata sulla criminalizzazione dell’antifascismo, trattato attraverso il prisma politico e giudiziario del “terrorismo” di sinistra, attraverso un’operazione su larga scala di delegittimazione e condanna dalle lotte, da quelle per la Palestina (in Francia la proposta di legge Yadan, in Italia il DDL Romeo) a quelle ambientali, ai movimenti antirazzisti e antifascisti.

Nel suo recente libro “Le fascisme qui vient” Said Bouamama spiega il fenomeno profondo di come avvenga la “fascistizzazione” di una società, svelando il ruolo graduale delle forze politiche centriste nel progressivo sdoganamento delle politiche dei “veri” fascisti, consentendone la vera e propria penetrazione e ascesa all’interno delle strutture istituzionali.

Uno sdoganamento tanto graduale quanto in realtà rapido, e accelerato negli ultimi sei anni.

I miliziani eredi di Bandera del battaglione Azov, diventati i migliori mercenari di un’UE in guerra, il sostegno ideologico e militare al genocidario Israele, le politiche securitarie antimigratorie UE, dai campi in Libia a Frontex, hanno anticipato e consentito nei fatti il fenomeno che si traduce in termini politici con l’ascesa dei Le Pen e Vannacci o la vittoria dell’AFD in Sassonia.

All’interno di questo quadro, le condanne, i mandati d’arresto e i procedimenti che hanno coinvolto i cinque antifascisti non possono essere lette come eccezionali, ma come presagio di uno stabile assetto politico e giudiziario in Unione Europea.

La solidarietà manifestata a Parigi in occasione del 30/09, data prevista per l’udienza di Gino, è stata massiva: la Bourse de Travail si è riempita di attivisti e solidali in occasione di una conferenza stampa tenuta da avvocati e un deputato della France Insoumise, segno che l’antifascismo condannato è antifascismo che si moltiplica e contagia.

Tra i numerosi ospiti alla conferenza stampa l’avvocato franco-palestinese Salah Hamouri, Zerocalcare, le intellettuali e militanti anticoloniali Françoise Vergès e Louisa Yousfi, l’avvocata e leader del gruppo trotzkista Révolution Permanente Elsa Marcel.

Un segno forte che mostra una nuova e necessaria attenzione al caso, dopo la vicenda Salis, anche se riguardante i “meno europei” Zaid e Gino Abazaj, in Italia da quando aveva tre anni ma senza cittadinanza a differenza della sua famiglia per aver partecipato, anni fa, ad un picchetto antisfratto.

Come recita la lettera lasciata da Gino ai suoi compagni:

“Oggi, qui, la nostra responsabilità collettiva è sapere che nulla si ferma, che l’antifascismo non è sconfitto ma rimane una lotta costante. Oggi, qui, noi, io, tu, rinnoviamo la nostra promessa di essere a fianco di chi sta combattendo e di chi combatterà”.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa
‹

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *