Francia, 5 novembre 2026. L’enorme sciopero generale paralizza il Paese, assediando i nervi scoperti dei palazzi del potere.
Un milione e seicentomila persone in tutta la Francia, trecentocinquantamila solo a Parigi. I sindacati dei lavoratori e il movimento studentesco si uniscono contro il carovita. Le strade sono percorse da una straordinaria effervescenza che è anche culturale: Place de la République si trasforma, tra le note di un’intera orchestra di violini, fanfare e imponenti coreografie di massa.
Un nuovo inno risuona ovunque: «J’ai deux passions: la fanfare et la révolution». È un soffio di gioventù che prende la parola. Rivendica le radici di un popolo nato da una rivoluzione. Con creatività, gioia e potenza.
Disinnescare questa carica espressiva diventa l’urgenza assoluta dei tutori del crepuscolo macronista, visibilmente terrorizzati da qualunque cosa non sia in grigio ministeriale. Il corteo non è ancora partito. Non ha ancora avuto il tempo di organizzarsi. Eppure lo spiegamento di forze è già da stato di guerra.
Reparti antisommossa dei CRS e agenti della BAC bloccano un incrocio. Uno squadrone piomba alle spalle di un gruppo di manifestanti per chiudere ogni via di fuga. L’obiettivo della retata è di un’importanza strategica vitale: gli artisti del collettivo Black Lines.
L’operazione è scientifico-preventiva: impedire a tutti i costi che si sfilasse con lo striscione che recita «Insurrezione internazionale». Sia mai che la parola scritta trovi una sponda concreta, soprattutto a poche settimane dalla grande manifestazione coordinata europea contro il carovita e per il diritto alla casa prevista a fine mese.
Un assalto ultra-violento. A freddo. Il bilancio è il solito capolavoro di gestione della piazza: sangue, attivisti a terra, diversi feriti. Tra loro c’è Itvan K., co-fondatore del movimento. Tre colpi di manganello metallico alla testa – il metodo standard per ripristinare l’ordine democratico. Finisce in ospedale. Dalla sua barella, l’artista analizza la dinamica dell’attacco e rilancia la lotta. Ecco le sue parole a Contre Attaque.
CA: Abbiamo appreso del tuo ricovero ieri in seguito alla manifestazione unitaria parigina. Puoi presentare brevemente te stesso e il vostro movimento Black Lines?
I.K: Mi chiamo Itvan K. Sono uno dei fondatori del movimento Black Lines, insieme al graffitaro Lask, quasi una decina di anni fa. Il nostro intervento nel movimento attuale è consistito, fin dai primi giorni, nella realizzazione di grandi murales collettivi che hanno riunito più di una ventina di artisti, principalmente a Parigi e in periferia, in diversi quartieri.
Ne abbiamo realizzato uno a Saint-Denis, uno a Vitry e sei a Parigi. L’obiettivo era sostenere il movimento degli studenti delle superiori. Si trattava a tutti gli effetti di opere a sostegno di questa lotta che, per noi, rappresenta la continuità del movimento dei Gilet Gialli, ma portata avanti dalla generazione successiva. Vale a dire, una vera e propria rivendicazione di giustizia sociale.
Abbiamo anche realizzato, come facciamo per ogni movimento sociale dai Gilet Gialli in poi, degli striscioni destinati ai blocchi di testa, per portare messaggi d’impatto all’interno dei cortei.
CA: In passato abbiamo avuto modo di documentare come siate stati particolarmente presi di mira dalle autorità, sia durante le manifestazioni sia in occasione dei vostri vari murales. Vorremmo che tu tornassi su questo contesto repressivo e su cosa è successo ieri durante la manifestazione?
Sì, siamo nel mirino della repressione fin dal movimento dei Gilet Gialli. All’epoca tiravamo fuori uno striscione diverso ogni sabato. E l’obiettivo della polizia sembrava essere quello di sequestrare sistematicamente il nostro striscione. Fin dall’inizio della manifestazione ci dicevano, con tono minaccioso: «Questo qui ve lo portiamo via».
Abbiamo anche assistito a scene piuttosto emblematiche. Ci sono state inviate delle foto in cui si vedono poliziotti in posa con i nostri striscioni come una banda mascherata, come se si trattasse di un trofeo.
Pensiamo che i nostri striscioni siano presi di mira per due ragioni. In primo luogo, perché la polizia vuole far credere che sia lei a dettare lo svolgimento della marcia. Invece, non appena c’è un fronte di testa, il corteo e le manifestazioni possono sfuggire al loro controllo e andare oltre.
In secondo luogo, perché i nostri messaggi sono appelli rivoluzionari. Quello di ieri era «Insurrezione internazionale», e un altro dei nostri striscioni riportava lo slogan: «Avremo solo ciò che ci prenderemo». Penso che sia per queste ragioni che siamo particolarmente presi di mira, perché lanciamo un appello collettivo a liberarci dalle nostre catene.
Quello che è successo ieri è abbastanza emblematico. Fin dall’inizio della manifestazione, prima ancora che avessimo il tempo di organizzare un corteo, i poliziotti sono arrivati contemporaneamente da tutti i lati a un incrocio tra diversi viali. Abbiamo un video girato da un tetto, in cui si vede che arrivano da davanti, da sinistra, da destra, e che un reparto arriva anche da dietro, imboccando una stradina. Formavano un gruppo piuttosto numeroso.
Dovremmo ricontare con precisione nel video, ma mi sembra che fossero almeno in numero pari a noi. Anche altri gruppi dell’autonomia politica hanno subito delle cariche.
I primi colpi sono stati sferrati con manganelli metallici, e non con quelli flessibili. L’obiettivo era quindi davvero quello di fare il massimo danno possibile. Da parte mia, avevo delle protezioni sulle braccia e sulle mani. Fortunatamente mi hanno permesso di parare i primi colpi che erano diretti al volto. Senza di esse, le conseguenze avrebbero potuto essere molto più gravi.
Ma a un certo punto la mia guardia ha finito per cedere. Ero di lato, le mie braccia si sono abbassate e ho ricevuto tre colpi alla testa.
CA: Colpire una persona al cranio è un atto criminale. Cosa è successo dopo i colpi di manganello?
I.K: Sono stato evacuato e trasportato al pronto soccorso, dove mi hanno applicato dei punti di sutura. Avevo anche diversi ematomi. Altri compagni presenti soffrono di fratture alle mani o alle costole. Ma queste sono purtroppo cose piuttosto abituali per chi manifesta.
Non siamo più in una logica in cui ci si lamenta, in cui si dice che “non si può più manifestare”. Fin dall’inizio dell’era Macron, sappiamo che manifestare ci espone a questo tipo di rischi. E bisogna proteggersi al meglio.
E poi, quello che è successo ieri resta poca cosa rispetto a ciò che poteva accaderci all’epoca dei Gilet Gialli, o rispetto alla repressione dispiegata contro il movimento studentesco e a quella delle manifestazioni del 17 ottobre. C’è comunque una certa tolleranza durante le grandi giornate di sciopero.
La chiamano tolleranza, ma significa semplicemente che usano meno la forza bruta sulla folla rispetto all’epoca dei Gilet Gialli, o durante i blocchi degli studenti e durante le ultime manifestazioni del sabato contro il carovita.
CA: Ci hai fatto sapere che sei arrabbiato, ma che non cederai alle intimidazioni della polizia?
I.K: Sì, conosciamo la loro volontà di spezzarci con ogni mezzo possibile. Ma da parte nostra, non molleremo di un millimetro. Questo è solo l’inizio. La gioventù ha risvegliato un braciere che covava sotto la cenere da un bel pezzo. È una luce nella notte. Macron pensava di abbatterci. Ha già perso. Né i colpi né le minacce fermeranno la nostra rivolta.
Data la situazione, non abbiamo altre opzioni. O la vittoria o l’avvento del fascismo. Quindi sappiamo che vinceremo.
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