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L’Etiopia in subbuglio: tra lasciti del colonialismo e interessi imperialisti

Scrivere di Etiopia è sempre difficile: la pluralità delle poste in gioco è, nel Corno D’Africa, talmente intrecciata che ci si perde sempre qualche pezzo.

Le questioni che riguardano Eritrea ed Etiopia, inoltre, costringono sempre ad un punto di vista parziale: il mio è quello di uno che ha passato 10 anni tra i rifugiati eritrei in Europa (influendo sul giudizio che ho sul governo eritreo) ed è stato in Tigray diverse volte tra il 2012 e il 2019, in un accordo tra Sapienza e Università di Mekelle. Lavoravo all’epoca nell’ambito della Missione Etnologica Italiana In Tigray – Etiopia.

Proviamo a prendere i fili uno ad uno, per poi provare a sciogliere qualche nodo.

Primo nodo: la spirale di violenze

Nell’ultima parte di settembre 2026 il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) riapre le ostilità cessate nel 2022 con l’accordo di Pretoria, assumendo il controllo degli aeroporti tigrini (ne è stato scritto anche su questo giornale). Dal 2020 al 2022 era stata combattuta una guerra civile che non ho problemi a dire abbia assunto le caratteristiche di genocidio della popolazione tigrina (centinaia di migliaia di morti, stupri, e violenze di ogni genere).

Tra aprile e maggio scorso il TPLF aveva ripreso il potere, riposizionando la figura di Debretzion Gebremichael a capo della regione. La rete delle alleanze sembra tuttavia completamente cambiata. Lo stesso TPLF è spaccato al suo interno e la nomina di Gebremichael va letta anche in continuità con la rimozione di Getachew Reda, accusato di essersi alleato con il premier etiopico Aby Ahmed dopo la firma dell’accordo di Pretoria, inviso alla parte più radicale del Fronte.

Queste dinamiche hanno rinvigorito il neonato hara meret o Tigray Peace Forces (di pace, ma sono armatissimi) staccatosi dal Tigray Defence Forces nato durante la guerra del 20-22, e sostenuto dal governo federale di Aby Ahmed.

Ripercorriamo la storia

Nel novembre 2020 il governo centrale etiopico aveva scatenato l’offensiva a causa delle azioni militari della compagine tigrina (il TPLF): le tensioni erano già alte quando il TPLF aveva indetto le elezioni in Tigray (vinte dal TPLF) nonostante il divieto del governo centrale, giustificato dalla pandemia; il casus belli era stato un presunto attacco ad un deposito di armi da parte del TPLF, il quale sostiene invece si trattasse di una messa in scena del governo per giustificare l’attacco.

Ovviamente non si trattava di una improvvisa esplosione di violenza: il TPLF ha guidato l’Etiopia dal 1991 fino al 2018 quando le elezioni hanno decretato il crollo del vecchio Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (guidato dal TPLF) e sono state vinte da Aby Ahmed, un ex militare etiopico, di origine mista Amhara ed Oromo.

Cambiano gli equilibri sociali ed economici nel paese: il TPLF (guidato dalla leggendaria figura di Meles Zenawi) aveva impostato la fase successiva alla caduta del Governo comunista di Menghistu Haile Mariam (1991) attraverso quello che viene definito un federalismo a base etnica (regioni, con un certo grado di autonomia, legate alle caratteristiche etnico-linguistiche maggioritarie).

Dal punto di vista economico, uno sviluppismo con un forte controllo statale si era intrecciato con una particolare attenzione alla regione del Tigray (Mekelle era una città in esplosione quando la frequentavo).

Per chi non conoscesse nulla della storia etiopica, va ricordata l’impostazione del TPLF: vero che combattevano contro il governo centrale filosvietico di Menghistu Haile Mariam, ma altrettanto vero è che partiva da una forte impostazione maoista che si trasformò – con una serie di modificazioni anche ideologiche – appunto nello sviluppismo a forte controllo statale una volta preso al potere.

L’anno delle elezioni di Aby Ahmed segnano un passaggio importante, che è necessario comprendere: Aby dapprima sigla una pace con l’Eritrea (nemico storico a nord), calcificando i principi e le delimitazioni territoriali (per lo più intorno all’area di Badme) dell’accordo di Algeri (2000). Questo passaggio gli garantirà la vittoria del premio Nobel per la pace: ormai basta quel premio mostra gli interessi imperialisti e dove scoppierà la prossima guerra.

Successivamente firma un memorandum militare (un accordo) con l’Italia: l’Etiopia sta attraendo capitali dai paesi del golfo, è un paese che cresce molto e le imprese italiane fanno ottimi affari: la costruzione della diga della discordia con l’Egitto porta la mano italiana, precisamente quella della Webuilt di Salini, oltre ad altre aziende italiane coinvolte nella fornitura di cavi elettrici.

L’accordo prevede momenti di addestramento comune, così come un impegno congiunto nelle missioni di pace e la sicurezza interna (si parla di rafforzamento delle reciproche capacità difensive). Altresì si parla (art. 9) di armamenti e sistemi d’arma, mediante la ricerca scientifica, scambi di conoscenza, approvvigionamento di tipo militare in generale.

L’accordo è ratificato dal governo italiano nell’agosto del 2020. Tre mesi dopo, nel novembre del 2020 le truppe nazionali etiopiche fanno partire una enorme operazione militare contro il Tigray, nonostante il periodo della pandemia e una invasione di locuste che aveva lasciato la regione in difficoltà dal punto di vista della produzione alimentare. Congeliamo il discorso e guardiamo a questi due dati: pace con l’Eritrea e accordo militare con l’Italia.

Questo secondo è ancora oggetto di grande discussione: che io sappia, l’accordo è stato congelato soltanto alla fine del 2021, dopo una serie di interrogazioni parlamentari, e non vi sono notizie (almeno che io sappia) riguardo al preciso contenuto oggetto delle richieste di autorizzazione al trasferimento di materiale bellico e tecnologia dual use (per approfondimenti, ne parla qui Antonio Mazzeo).

Gli interessi imperialisti occidentali (in grosso clash con l’attore cinese, che è importante sul territorio ed opera molto in Tigray) si connettono probabilmente alla questione centrale della geopolitica del Corno d’Africa: l’Etiopia è un paese di oltre 90 milioni di abitanti, con un PIL in costante crescita, ma che non ha uno sbocco sul mare.

L’accordo di pace con l’Ertirea sembrava rientrare in un progetto di sviluppare un asse strategico tra Addis Abeba, Asmara e, ancora di più, i porti sul Mar Rosso di Massawa e Assab (si è a lungo vagheggiato su una ferrovia a scartamento ridotto su questo asse, in cui sarebbero state interessate aziende italiane). Al momento, tuttavia, questa opzione sembra essere saltata, perché l’Eritrea è stata marginalizzata negli accordi di Pretoria e, pare, che in questo momento sia un antagonista al governo etiopico a differenza di 4 anni fa.

La questione più preoccupante per l’Eritrea è stata l’annuncio etiopico di volere ottenere un canale di sbocco marittimo, che significa automaticamente una minaccia per la sovranità territoriale, usata sempre come leva per giustificare la repressione interna da parte del governo eritreo di Issaias Afewerki (non voglio qui aprire il dibattito su questo governo, ma sono disposto a parlarne in qualunque sede): l’Etiopia vuole cancellare le vittorie ottenute dai movimenti di liberazione nazionale tra il 1961 e il 1991.

Dunque, la questione è “banalmente” l’accesso al mare e la circolazione delle merci, rispetto alla quale lo sviluppo tigrino si pone evidentemente in contraddizione, almeno parziale. A questo va aggiunto un conflitto interno al Tigray sul controllo del boom di estrazione dell’oro, in cui sono coinvolti personaggi del Tigray Defence Forces (la forza nata durante la guerra del 2020), e sullo Endowment Fund for the Rehabilitation of Tigray, controllato dal TPLF.

L’uso del porto di Assab da parte etiopica ha anche un precedente storico: durante la pace tra Eritrea ed Etiopia, successivamente al rovesciamento del Governo di Haile Mariam del 1991, e con l’affermazione di una prospettiva rivoluzionaria in Eritrea (furono espulse le istituzioni sovranazionali come FMI e BM che altrove avevano strozzato i paesi postcoloniali con il meccanismo dei prestiti e poi degli aggiustamenti strutturali in cambio della dilazione delle restituzioni), si consentì all’Etiopia di usare il porto marittimo di Assab.

Nel 1998, quando intorno all’area di Badme scoppiarono le ostilità tra Eritrea ed Etiopia, questa consuetudine si interruppe. Qui entra in gioco il fattore “identitario”, che è sempre presente su questi territori, non perché – come vorrebbe una vulgata razzista – gli africani sarebbero quelli delle “guerre tribali” o “etniche”, ma perché l’imposizione coloniale dello Stato-nazione omogeneo ha prodotto dei mostri.

La guerra del 1998 (durata fino al 2000) ha prodotto centinaia di migliaia di morti, ma ha anche opposto dei fratelli: per chi non è avvezzo all’Africa è un po’ difficile da capire. L’Eritrea è un artefatto coloniale italiano (a partire dal nome): un insieme di popolazioni diverse (Tigrinya, Beni Amer, Afar, Kunama, Rashaida, Saho, Bilen, Nara, Hidareb) accorpata sotto uno stato. I tigrini dell’altopiano centrale (la Kebessa) erano profondamente attigui ai tigrini del Tigray etiopica, molto più di quanto lo erano con le altre popolazioni “eritree”.

Sia nella fase liberale che in quella fascista del colonialismo nostrano, fu fatto uno sforzo enorme (soprattutto attraverso le politiche linguistiche e scolastiche, oltre che religiose e militari) per “produrre” una differenza che doveva servire a percepire gli etiopici del nord come nemici, da combattere attraverso i famosi Ascari (le truppe coloniali indigene).

Quando nel 1998 scoppia la guerra, sono i tigrini del tigray a fronteggiare i loro “fratelli” (spesso legati realmente da complesse reti di parentela che trascendono il confine). Dal nostro punto di vista, il TPLF sono i maoisti contro gli “stalinisti” del Derg, dal punto di vista locale il TPLF è anche il partito dei tigrini, mentre il derg è più legato a reti amariche.

Quando nel 2020, il governo eritreo si trova coinvolto nella guerra civile etiopica: partecipa all’accerchiamento dei tigrini (aggredendoli da Nord, mentre le truppe del nobel per la pace attaccano da sud e quelle Amhara da ovest), di fatto per due motivi: il primo è quello di allargare la propria legittimità, con il sottotesto di garantire, attraverso il pugno di ferro del temutissimo presidente Issaias Afewerki, la sicurezza nel mar rosso per le navi (e basta vedere la questione Houthi o ricordarsi dei “pirati somali” per capirne l’importanza).

Il secondo è quello di vendicarsi contro gli “odiati fratelli” tigrini, un tempo alleati nella comune battaglia contro il governo centrale etiopico che era letto dagli eritrei come una forza coloniale… ma in una contrapposizione creata dalla frattura coloniale, almeno nella parte più grossa della catena delle responsabilità.

Ci vorrebbero 18 di questi articoli per dipanare un minimo la complessità: ci sono gli interessi imperialistici, c’è lo scontro tra occidente e Cina (andate all’aeroporto di Addis Abeba e ci trovate le scritte in mandarino, come mi è capitato di vederle anche in Tigray), ma c’è anche una questione locale, profondamente coloniale nella sua radice. Proviamo a seguire qualche filo.

Le trasformazioni e le altre questioni in ballo

In questo momento il quadro appena delineato si pone in trasformazione: il Tplf pare abbia stretto una alleanza con le milizie armate Fano della regione Amhara e quelle dell’Oromo Liberation Front, in funzione anti Aby Ahmed. Anche qui la profondità storica andrebbe spiegata se ve ne fosse lo spazio.

Con i Fano non c’è mai stato accordo sul destino di una parte del territorio contesto tra Tigray e regione Amhara; per quanto riguarda la popolazione Oromo appartiene a quel complesso mondo dell’Etiopia centro-orientale, di religioni locali o mussulmane, e, soprattutto, con caratteristiche politiche assembleari e “acefale” (termine con cui gli antropologi hanno per decenni definito le società senza stato o che scartavano l’opzione di un potere centralizzato): essi hanno dunque sempre subito l’imposizione di una struttura burocratica centralizzata, e tutti i suoi correlati (carcere, delega rappresentativa in primis).

Nella storia dell’impero etiopico (derivante dall’antico Regno di Aksum), gli Oromo hanno subito il dato della marginalizzazione: in un impero che, almeno dal IV secolo d.c., si impone il cristianesimo monofisita come caratterizzate, viene assegnata alla chiesa ortodossa la funzione di riscossione delle tasse e distribuzione delle terre…immaginiamo come potessero stare popolazioni decentrate culturalmente e politicamente in una opzione stato nazionale (sebbene federale, come quella etiopica) della modernità occidentale capitalistica.

In questo quadro di alleanze incerte, la tendenza sembra quella di una esplosione e frammentazione, in cui si inseriscono le diverse forze imperialiste che interessano la regione in cui il conflitto sembra espandersi. Luca Puddu, esperto di storia economica dell’Etiopia, spiega molto bene in un podcast questo processo e come esso si inserisca in una guerra ad aumentato impatto tecnologico con l’inserimento dei Droni nelle forze armate etiopiche (spereremmo che questo non c’entrasse nulla l’accordo militare con l’Italia).

Quando il 22 settembre la nuova alleanza tra Fano, Tigrini e Oromo ha annunciato la volontà di rimuovere Aby dal potere, è partito un grosso attacco di droni sulle forze tigrine vicine all’area Wollo della regione Amhara.

Risultano, spiega ancora Puddu, una serie di accuse reciproche che segnalano l’allarme di un allargamento del conflitto: il governo sudanese accusa quello Etiopico di appoggiare la ribelle Rapid Support Forces in Sudan, mentre il governo etiopico lamenta di combattenti tigrini a supporto dell’esercito sudanese (su questo anche l’international crisis group).

Giusto per dare la portata del problema: anche gli Emirati Arabi Uniti – alleati dell’Etiopia – sono accusa di sostenere le forze ribelli sudanesi. L’Eritrea sembra aver cambiato strategia e adesso trovarsi in opposizione all’Etiopia.

A salire, abbiamo già menzionato la diga “Grand Ethiopian Reinassaince Dam” che toglie parte delle acque del Nilo all’Egitto – non a caso accusato dal governo etiopico di sostenere le nuove alleanze armate), frazionando la sua capacità di produzione alimentare a vantaggio della produzione energetica etiopica.

È sempre l’Egitto ad apparire interessato a competere con l’Etiopia per il controllo dei porti eritrei di Massawa e Assab. Il porto di Assab è rivendicato anche dalle milizie Afar (popolazione divisa dal confine) insieme a parte cospicua della regione Eritrea del Debubawi Qahye Baahr (il mar del rosso del Sud) e sarebbero per questo finanziate dal governo centrale etiopico.

Non poteva mancare in questo quadro lo Stato sionista e terrorista di Israele (e dunque gli Stati Uniti): l’alleanza con l’Etiopia è storica, ma oggi appare saldata con quella con gli Emirati Arabi Uniti, in funzione anti sudanese, orientata alla costruzione di solide partnership commerciali che riguardano principalmente l’esportazione di tecnologia della sorveglianza e/o militare…ma, soprattutto, interessata profondamente alla “sicurezza” nel Mar Rosso.

Come sempre accade nel Corno D’Africa da 80 anni, le questioni locali, regionali e internazionali sembrano intrecciarsi tra loro almeno quanto le questioni economiche presenti con i conflitti storici e passati, che richiederebbero molto più approfondimento.

*professore associato presso la Sapienza Università di Roma

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