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Riesplode la guerra civile in Etiopia. L’impatto va ben oltre il Corno d’Africa

Dopo solo quattro anni dal cessate il fuoco, la guerra civile torna in Etiopia. La scorsa settimana, le forze del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) hanno assunto il controllo dei principali scali aeroportuali della regione settentrionale del paese. Sul terreno, sono stati segnalati pesanti combattimenti di fanteria e scambi d’artiglieria lungo il confine con le regioni di Afar e Amhara.

I fatti sul campo certificano il collasso definitivo dell’Accordo di Pretoria, siglato nel novembre 2022 per congelare la cosiddetta “Guerra del Tigrè”, innescata dalla commistione tra tensioni etniche, diatribe sull’assetto amministrativo del federalismo etiope e accuse di autoritarismo mosse contro il primo ministro Abiy Ahmed Ali.

L’offensiva militare segue di poche ore un terremoto politico: la nascita dell’Alleanza delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza. L’annuncia è arrivato per via televisiva, dagli schermi di Tigrai TV. Il canale è stato poi immediatamente oscurata dall’autorità federale per le telecomunicazioni.

La coalizione raggruppa sette formazioni armate assai eterogenee, alcune delle quali, nel precedente conflitto, erano persino su fronti opposti. Un accordo fragile e che evita di delineare il futuro assetto del paese, e che per ora si è unito nella volontà di rovesciare il governo di Addis Abeba.

A tenere insieme i vari gruppi è la comune opposizione a Abiy Ahmed, accusato di aver smantellato il federalismo etnico per accentrare il potere nella capitale. Dal principale centro del Tigrè, Mekelle, il leader tigrino Debretsion Gebremichael ha definito l’operazione come una guerra difensiva, conseguente ai ripetuti raid di droni condotti da Addis Abeba negli ultimi mesi e alla massiccia mobilitazione dell’esercito federale alle porte della regione.

È stata diametralmente opposta la replica del governo: Getachew Reda, in passato presidente dell’amministrazione ad interim tigrina e oggi consigliere del primo ministro, ha denunciato su X una condotta sconsiderata da parte del TPLF, accusandolo di aver deliberatamente trascinato il paese in una spirale distruttiva.

L’Etiopia ha osservato una significativa crescita economica negli ultimi anni, in particolare in virtù di investimenti stranieri. Il governo federale dispone di un apparato militare ammodernato, rifornito da una consistente flotta di droni armati, a cui si associa il sostegno economico e logistico degli Emirati Arabi Uniti.

Il riesplodere del conflitto interno all’Etiopia, infatti, oltre che a rappresentare una tragedia per milioni di persone (tra la fine del 2020 e la fine del 2022 sono stati oltre 600 mila i morti), rischia di essere l’ennesimo tassello a saltare nel delicato puzzle dell’area che va dal Corno d’Africa fino a tutta l’Asia occidentale.

Nell’ovest dell’Etiopia, la fascia di confine del Benishangul-Gumuz e dell’Amhara è già un crocevia nevralgico della guerra in Sudan. Il governo di Khartoum accusa apertamente Addis Abeba di concedere basi logistiche e campi di addestramento ai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), manovrati e finanziati da Abu Dhabi.

A nord c’è l’Eritrea, che nel conflitto del 2020-2022 si è impegnata militarmente al fianco del governo di Abiy Ahmed contro i tigrini, che rivendicavano anche parte del suo territorio. Il paese è stato però nei fatti escluso dagli accordi di Pretoria, mentre il primo ministro etiope continua a reiterare la richiesta di ottenere uno sbocco sovrano sul Mar Rosso, a discapito proprio dell’Eritrea.

Per questo Asmara si è avvicinata all’Egitto e alla Somalia. Mentre Il Cairo ha aperto un contenzioso con l’Etiopia sulla Grande Diga della Rinascita (GERD) sul Nilo Azzurro, infrastruttura considerata strategica nella gestione delle acque e di tutte le attività annesse, la Somalia fa i conti con la secessione del Somaliland, riconosciuta unicamente da Tel Aviv, che sappiamo bene avere un asse solido con Abu Dhabi.

L’Unione Africana ha invocato colloqui immediati, ricevendo però il secco rimprovero delle autorità tigrine per non aver fatto rispettare le clausole di Pretoria. Gli Stati Uniti hanno esortato il TPLF a fermare gli scontri. Come sottolineato dall’ex ambasciatore italiano Giuseppe Mistretta, pesa l’atteggiamento tenuto finora da Stati Uniti, Unione Europea e Italia.

In un articolo apparso sulla rivista Nigrizia, il diplomatico afferma che i paesi occidentali hanno continuato a garantire cospicui flussi finanziari ad Addis Abeba “in nome del posizionamento economico e geo-strategico […] senza chiedere in cambio neanche standard minimi sui diritti umani, sulla rule of law, sui risarcimenti per le popolazioni colpite dalla guerra civile, su una giustizia equa per le atrocità commesse“.

“Né si è mai chiesta – continua – la fine dei bombardamenti con droni sulle popolazioni civili, effettuati dall’esercito federale ogni qual volta venga messo in difficoltà dalle milizie locali di opposizione“. L’Etiopia, insomma, è diventato un fattore di destabilizzazione nel Corno d’Africa. Ma lo è diventato in quanto principale “cavallo” su cui hanno puntato gli imperialisti occidentali per controllare l’area.

Anche il governo Meloni ha guardato con interesse all’Etiopia, cercando di far penetrare il proprio Piano Mattei nel paese. Ancora una volta, un brutto scossone colpisce le mire dei governanti del Vecchio Continente sull’Africa, continente eletto a terreno di “caccia” privilegiato per gli interessi delle multinazionali europee.

Più in generale, l’enorme quantità di capitale, materiale e diplomatico, speso dalla filiera imperialista ad Addis Abeba deve fare i conti con un’ennesimo elemento che potrebbe destabilizzarne l’asse, che va da Abu Dhabi fino al Sud Sudan, passando per Tel Aviv. La minaccia più immediata è la pietra tombale che tutto ciò potrebbe porre sulla questione del controllo dello stretto di Bab el-Mandeb.

Per questo il rischio è che l’esacerbarsi delle contraddizioni spinga le potenze occidentali, nel tentativo di risolvere la situazione a proprio favore, ad alimentare un’ulteriore escalation. E per questo, la guerra civile in Etiopia è un dossier che ci riguarda da vicino.

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