L’”atto V” del movimento degli studenti francesi ha dimostrato visivamente due cose: che la mobilitazione si va allargando e che il governo Lecornu-Macron non riesce a fermarla, né con la repressione più brutale né con la promessa di “ascolto” delle ragioni della protesta. Troppo poco, troppo tardi e dopo troppa violenza poliziesca insensata. Anche i poliziotti, in alcune città, hanno fatto vedere di non essere tutti disponibili a massacrare ragazzi che di fatto stanno esercitando un diritto costituzionale.
Gli episodi sono diversi, ma convergenti, con alcuni reparti che si sono tolti i caschi sotto gli applausi degli studenti; mentre in altri hanno accettato “sfide di abilità”, come questo poliziotto non giovane che balla la haka.
Quel che va sottolineato, perché altrettanto visibile ma tenuto disperatamente sottotraccia dal sistema mediatico unificato, è la maturità politica di questo movimento.
Non si accontenta di far sfogo alla rabbia sacrosanta, non si limita alla “propaganda del necessario cambiamento”, non cede alle lusinghe o alle minacce. Vuole ottenere una vittoria politica, ossia costringere il governo a scelte radicalmente opposte a quelle che ha in cantiere. E punta dritto sugli snodi politico-istituzionali reali.
“Non ci fermeremo finché i 10 miliardi [finanziamenti aggiuntivi per l’istruzione, ndr] non saranno sul tavolo“, ha dichiarato Sabrine Kharbach, portavoce del sindacato studentesco francese “Union étudiante”.
Ieri i cortei parigini – non gli unici, certo, ma ovviamente i più partecipati – hanno avuto come obiettivo Hotel de Matignon, sede del governo. Con il primo ministro Lecornu che nelle stesse ore doveva presentare la sua proposta di “legge di stabilità”, la finanziaria che assegna le priorità di spesa dello Stato per il prossimo anno. Di cui, prima si conosceva solo l’entità complessiva (tra i 40 e 50 miliardi) e il fatto che sarebbe stata “lacrime e sangue”. Ossia tagli alla spesa sociale e nuove tasse.
Il percorso parlamentare già chiarisce molto su cosa di muove tra i partiti. Il governo, fin dall’inizio della legislatura, non ha una maggioranza e si è barcamenato tra nuovi presidenti del consiglio (Lecornu è il settimo in nove anni di presidenza Macron, il quarto in questa tornata) e maggioranze ad hoc sui singoli provvedimenti, grazie ai gollisti (sempre) e ai più ondivaghi “socialisti” (che hanno rotto il Nuovo Fronte Popolare, egemonizzato da La France Insoumise di Mélenchon), e soprattutto ai fascisti guidati da Marine Le Pen, in forma meno evidente.
Ieri il panorama era solo formalmente cambiato. I “socialisti” – che hanno ormai scelto Glucksmann (il peggior rappresentante possibile, praticamente un funzionario della Nato) come candidato alle presidenziali – avevano presentato una mozione di rifiuto preventivo della legge finanziaria, che avrebbe cancellato il dibattito.
La France Insoumise non aveva presentato un testo, sposando così momentaneamente la mozione “socialista”, sapendo bene che le regole parlamentari non avrebbero comunque permesso il voto di più mozioni identiche nello stesso momento.
Le reazioni sono state poi durissime: Éric Coquerel, deputato di LFI e presidente della Commissione Finanze. ha spiegato che “il voto a favore del rigetto preventivo era sacrosanto poiché il governo si sta muovendo alimentando un ‘catastrofismo budgétaire’ strutturato solo per rassicurare i mercati finanziari, anziché badare alla giustizia sociale e fiscale del Paese“.
I fascisti hanno invece deciso di votare contro questa mozione, anticipando però in qualche misura la disponibilità a sostenere la “linea dei sacrifici”.
In fondo la stessa Marine Le Pen, nei giorni scorsi aveva attaccato i movimenti degli studenti e dei sindacati, ma aveva anche presentato il suo programma economico nel caso di vittoria alle presidenziali di primavera. Praticamente lo stesso programma di Lecornu-Macron: aumento dell’età pensionabile, tagli alla spesa per 140 miliardi nel quinquennio, deficit sotto il 3% come richiesto dalla UE, riduzione del debito fino al 112%, pareggio di bilancio entro i primi 18 mesi, inserimento dei vincoli di spesa nella Costituzione (come in Italia, di fatto), ecc. Il tutto sotto lo straccio sporco del “patriottismo economico”.
Messa così, la destra si è dichiarata pubblicamente nemico mortale dei movimenti – e al servizio del capitale, come spiega ottimamente Lordon – al pari di Macron, rinfoderando una volta per tutte le presunte velleità “anti-europeiste” che tanto preoccupavano (per finta) i liberali.
Gli studenti quindi non hanno altra strada che sviluppare ancor più la mobilitazione, forti di un sostegno popolare che va crescendo di giorno in giorno, e della scesa in campo sia dei sindacati che dei Gilet Jaunes “rinnovati”.
Sabato 17 se ne avrà la prima dimostrazione pratica, con blocchi e manifestazioni ancora una volta in tutto il Paese.
Anche la Cgt ha annunciato che sarà in piazza sabato «con tutte le persone che si mobiliteranno, liceali e studenti, salariati e pensionati».
Ma mai come in questo caso sarà impossibile – per i liberal-liberisti pronti a cedere le leve del governo all’ultradestra – giocare la carta narrativa sugli “opposti populismi”. Le Pen è un cagnolino fedele, gli unici “nemici” sono – di nuovo – il popolo e la sinistra di alternativa.
Si torna a contrapposizioni sociali e politiche dotate di una logica, insomma, fuori dal chiacchiericcio su “valori” che restavano indefiniti per poter essere meglio aggirati.

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