Il riarmo diventa il nuovo orizzonte economico e politico di Bruxelles. Miliardi alle industrie militari, risorse pubbliche riconvertite alla produzione bellica, diritti sociali sotto pressione. Ma la responsabilità non è soltanto delle istituzioni: è anche nella sconfitta culturale di un movimento contro la guerra che ha smesso di occupare le piazze, le fabbriche e il dibattito pubblico.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’Europa che si sta costruendo sotto i nostri occhi. Mentre la guerra in Ucraina continua a mietere vittime, mentre intere città vengono distrutte e milioni di persone ne subiscono le conseguenze, le istituzioni europee sembrano aver smarrito persino il linguaggio della pace. Al posto della diplomazia, il riarmo. Al posto della ricerca di una soluzione politica, la corsa alle armi. Al posto della solidarietà sociale, la richiesta di nuovi sacrifici in nome della sicurezza.
Non siamo di fronte a una semplice risposta contingente a una crisi internazionale. Sta prendendo forma un progetto politico ed economico nel quale la guerra diventa l’orizzonte permanente, la spesa militare una priorità strutturale e l’industria degli armamenti uno dei pilastri della nuova politica industriale europea.
La domanda è brutale, ma inevitabile: chi paga tutto questo? E soprattutto, chi ci guadagna?
La guerra come affare, il riarmo come destino
Bruxelles presenta il riarmo come una necessità indiscutibile. Chi mette in discussione questa impostazione viene facilmente accusato di ingenuità, di sottovalutare la minaccia russa o persino di indebolire la sicurezza europea. Il dibattito viene così imprigionato in un’alternativa falsa: o più armi, o la resa.
È proprio questa impostazione che occorre contestare. Riconoscere le responsabilità dell’invasione russa dell’Ucraina non significa accettare che l’intero continente debba essere trascinato in una mobilitazione militare permanente. E sostenere il diritto dei popoli alla sicurezza non significa affidare il proprio futuro agli interessi delle industrie belliche.
La guerra, intanto, apre prospettive economiche enormi per i produttori di armamenti. Le commesse pubbliche garantiscono domanda, gli investimenti militari alimentano nuovi mercati e la prospettiva di un confronto prolungato offre alle imprese un orizzonte di sviluppo. Il denaro pubblico diventa così uno strumento decisivo per sostenere un settore nel quale i profitti possono restare privati, mentre i rischi finanziari e i costi sociali vengono distribuiti sull’intera collettività.
Non occorre immaginare un complotto per riconoscere la contraddizione: basta osservare la gerarchia delle priorità politiche. Per gli ospedali, le scuole, le pensioni, il lavoro e il welfare si invocano continuamente vincoli di bilancio e compatibilità economiche. Quando si tratta di aumentare la spesa militare, invece, l’urgenza strategica sembra poter riscrivere le regole. Eppure, ogni scelta di bilancio stabilisce chi deve essere protetto, quali bisogni devono aspettare e quali interessi meritano di essere finanziati immediatamente. L’economia di guerra non è soltanto una questione di armi. È anche una precisa distribuzione del potere e delle risorse.
Dalla società dei diritti alla società della mobilitazione
Il riarmo rischia di modificare progressivamente anche il rapporto tra cittadini e istituzioni. La paura diventa uno strumento di governo, l’emergenza una condizione ordinaria, la preparazione al conflitto un criterio attraverso il quale giudicare l’intera organizzazione sociale.
Ci viene chiesto di abituarci all’idea che la guerra sia inevitabile, che la sicurezza coincida con la superiorità militare, che il futuro debba essere organizzato attorno alla possibilità di uno scontro più ampio. In questo scenario, ogni risorsa sottratta alla spesa sociale può essere presentata come un sacrificio necessario, mentre ogni iniziativa diplomatica rischia di essere liquidata come un ostacolo alla determinazione militare.
Ma una società che si prepara continuamente alla guerra finisce per trasformare la guerra stessa in una possibilità sempre più normale. E una politica che non riesce più a immaginare la pace non è una politica realista: è una politica che ha rinunciato alla propria funzione fondamentale.
Ma dove è finita la cultura contro la guerra?
Qui si apre la questione più dolorosa, quella che riguarda anche le nostre responsabilità. Dove sono finite le grandi mobilitazioni pacifiste che, nei decenni passati, portavano milioni di persone nelle strade contro la guerra? Dove sono le piazze capaci di mettere in discussione le scelte dei governi, le basi militari, le alleanze e gli interessi economici che alimentano i conflitti? Dove sono finite la solidarietà internazionalista, la critica dell’imperialismo, la consapevolezza che i lavoratori di paesi diversi non hanno necessariamente gli stessi interessi dei rispettivi governi?
Non si tratta di idealizzare il passato. Il movimento contro la guerra ha conosciuto sconfitte, divisioni, ambiguità e difficoltà reali. Ma oggi dobbiamo riconoscere una sconfitta culturale profonda: la pace sembra essere diventata una posizione da giustificare, mentre il riarmo viene presentato come semplice buon senso.
Una parte della sinistra ha smarrito la capacità di parlare alle classi popolari sul terreno della guerra e della pace. Altre forze hanno finito per accettare il linguaggio della competizione strategica, subordinando la critica delle politiche militari alla logica dei blocchi geopolitici. Intanto, il pacifismo viene spesso rappresentato come un residuo del passato, incapace di comprendere la complessità del presente.
Eppure, proprio la complessità dovrebbe imporre più politica, non meno. Più capacità di analisi, non l’adesione automatica alla propaganda dei governi. Più mobilitazione popolare, non la delega delle decisioni ai vertici militari e industriali.
Abbiamo lasciato che la paura occupasse lo spazio della speranza. Abbiamo consentito che la parola sicurezza venisse separata dalla giustizia sociale, che la solidarietà tra i popoli fosse sostituita dalla contrapposizione permanente, che il dissenso contro la guerra diventasse marginale proprio mentre aumentavano i rischi di un conflitto più esteso.
Questa sconfitta non è irreversibile. Ma non sarà sufficiente ricordare le manifestazioni del passato: occorre ricostruire una cultura politica capace di collegare il costo del riarmo alle condizioni materiali di chi lavora, studia e vive in Europa.
Riprendersi la pace, riprendersi il futuro
Contrastare l’economia di guerra significa rivendicare trasparenza sulle commesse, controllo democratico della spesa pubblica, investimenti sociali e una politica estera fondata sulla ricerca di soluzioni negoziate. Significa chiedere cessate il fuoco, iniziative diplomatiche credibili e garanzie di sicurezza che non siano costruite sulla prospettiva di uno scontro senza fine.
Significa anche ricostruire un movimento popolare capace di opporsi alla militarizzazione, senza ignorare le responsabilità degli aggressori e senza trasformare la solidarietà con le vittime in un assegno in bianco per qualsiasi strategia militare.
La pace non è l’assenza di conflitto politico, né una parola da pronunciare nelle commemorazioni ufficiali. È una scelta che richiede rapporti di forza, organizzazione, mobilitazione e una critica radicale degli interessi che prosperano sulla guerra.
Per questo la questione non riguarda soltanto quanti miliardi l’Europa destinerà agli armamenti. Riguarda quale società vogliamo costruire e quale futuro intendiamo lasciare alle nuove generazioni.
Se accettiamo che la guerra diventi il principio organizzatore dell’economia, saranno i cittadini a finanziare il riarmo, a subire le conseguenze delle priorità sbagliate e a vivere sotto la minaccia di nuovi conflitti. Se rinunciamo a una cultura della pace, lasciamo campo libero a chi trasforma la paura in consenso e la spesa pubblica in opportunità di profitto. La guerra non è un destino. Il riarmo non è l’unica risposta. E la pace non può essere lasciata nelle mani di chi ha interesse a renderla sempre più lontana.
È tempo di riportare la questione della guerra al centro del conflitto sociale e politico. Non per nostalgia di un passato che non tornerà, ma perché senza una mobilitazione popolare contro la militarizzazione dell’Europa, il futuro rischia di essere deciso da chi produce armi e pagato da chi non ha alcun interesse a usarle.
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