Passato il primo anno della tregua farsa, a Gaza molte famiglie non hanno ancora ritrovato i corpi dei propri cari sepolti sotto le macerie. Gli investigatori delle Nazioni Unite stanno lentamente documentando ciò che si trova sotto i detriti, premendo affinché avvenga la loro rimozione per consentire sepolture dignitose e, in modo cruciale, per preservare le prove di possibili crimini di guerra.
Ma mentre la popolazione cerca di recuperare le vittime e le prove di quanto accaduto, coloro che tentano di documentare e raccontare questa realtà subiscono attacchi sistematici. Ci deve aver fatto il callo ormai Francesca Albanese, che è subito finita sotto attacco da parte di UN Watch, un’organizzazione non governativa che spesso si prodiga per difendere i crimini sionisti.
Il più recente rapporto della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, inviato al Segretario Generale alla fine di luglio e diffuso alla recente Assemblea Generale dell’ONU, si intitola “La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio“. Il testo esamina come la guerra alla libera informazione e alla difussione delle azioni di Tel Aviv sia diventata parte integrante del meccanismo genocidiario israeliano.
Il rapporto identifica tre modi principali con cui questo “mediacidio” – come l’aveva già definito lo scorso giugno Albanese – viene condotto: l’eliminazione dei lavoratori dei media palestinesi attraverso uccisioni, mutilazioni, detenzioni arbitrarie, torture e intimidazioni; la censura e propaganda israeliana; la sua diffusione col sostegno di importanti piattaforme internazionali.
Che Israele abbia bersagliato consapevolmente, oltre donne e bambini, anche i media è stato confermato più volte. La portata della violenza sionista emerge quando i dati attestano che il conflitto nella Striscia è stato il più letale mai registrato per i lavoratori del mondo giornalistico.
Dall’ottobre 2023, le forze israeliane hanno ucciso quasi 300 giornalisti, mentre più di 400 operatori dei media sono stati feriti. In questo lasso di tempo, Israele ha minacciato, intimidito e preso di mira le famiglie dei giornalisti, uccidendo circa 710 loro parenti dall’ottobre 2023. Il chiaro intento persecutorio verso il mondo dell’informazione, tra le altre cose, viene confermato dal fatto che sono state distrutte le case di oltre 150 giornalisti.
Questo assalto mortale sul campo è unito alla costruzione di un regime di informazione in Israele dai tratti asfissianti, con restrizioni ai media, censura, propaganda e incitamento all’odio. Oltre agli attacchi fisici, infatti, si assiste infatti alla sistematica etichettatura dei giornalisti come “terroristi”, per screditare la documentazione dei crimini sionisti.
L’isolamento di Gaza dal mondo esterno è stato garantito anche colpendo la rete fisica dell’informazione. Israele ha distrutto in maniera completa l’81% e danneggiato parzialmente il 12% delle infrastrutture di comunicazione, come le torri per la telefonia mobile, i cavi in fibra ottica e i data center.
Cosa hanno da dire gli strenui difensori di “Israele unica democrazia del Medio Oriente” su tutto questo?
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