I rapporti tra mandante ed esecutore sono sempre a svantaggio del secondo, perché si assume i rischi immediati e di lungo periodo, mentre il primo “paga” solo eventualmente e se c’è un’autorità più forte in grado di imporgli un prezzo.
Questa considerazione andrebbe messa in primo piano ogni volta che si affronta la situazione ucraina, in cui c’è un esecutore certo – la parte nazista di quel paese, che si è resa disponibile a fare la guerra alla Russia per “indebolirla e dividerla in tanti staterelli”, come ha ammesso infine quella gola senza neuroni di Kaja Kallas, che guida la politica estera UE – e parecchi complici che, logicamente, hanno agito da esecutori di supporto.
Il mandante era e resta l’America, che però ha cambiato idea – e dunque strategia – oltre che il personale politico dirigente.
E per gli esecutori non c’è cosa peggiore, perché perdono le coordinate che orientavano le loro poche possibilità di scelta, rischiando ad ogni passo di ritrovarsi sotto i colpi del nemico scelto dal mandante e contemporaneamente di quelli del mandante stesso, ovviamente deciso ad imporre i propri esclusivi interessi come sempre era stato.
Questa seconda constatazione spiega buona parte dei problemi attuali dell’Unione Europea, che si ritrova con una guerra in casa senza più le forze per arrivare alla “vittoria”. Una seconda parte di problemi arriva comunque dalle scelte economiche e di struttura decisionale che si era data, obbedendo ai dettami dell’ordoliberismo tedesco che – parecchi anni fa, ormai – sembrava trionfante.
Tutti questi nodi sono arrivati al pettine e il Consiglio Europeo ci si è impiccato.
Riguardo all’Ucraina ci sarebbe molto da dire, ma nella sostanza la domanda resta: sono in grado di europei di sostituire “il mandante” nel sostegno materiale e finanziario alla guerra? La risposta della realtà dice “no”, all’indomani della scoperta che se gli Stati Uniti non garantiscono minuto per minuto l’assistenza satellitare e di intelligence Kiev si ritrova come Gaza sotto i bombardamenti: non solo senza difese, ma persino senza sapere cosa e dove sta per piovergli addosso.
Sul piano finanziario, idem. Le necessità della junta Zelenskij crescono di giorno in giorno e la UE si ritrova, al contrario, costretta a ridurre un bilancio comunitario cresciuto oltre i limiti (e la tolleranza dei “mercati”). Con le piazze che ora premono esplicitamente per non accrescere la spesa militare – buona parte della quale finisce nelle trincee o nei “cessi d’oro” di Kiev – che va come sempre a scapito di quella sociale (sanità, scuole, pensioni, tutela ambientale, ecc).
Le stesse “regole” adottate per imporre comportamenti “virtuosi” agli Stati meno abituati al controllo del bilancio si stanno ora rivelandole trappole mortali anche per chi le aveva caldeggiate.
L’esempio più chiaro arriva dalle regole che formano il prezzo del gas europeo, chiamato “sistema Ets” che sta per entrare – dal 2027 – nella seconda fase di funzionamento (Ets2). La ratio di questo sistema risale all’epoca – pochi anni fa – in cui la UE avviava la “transizione ecologica” fondandola però su “criteri di mercato” anziché su decisioni politiche.
In estrema sintesi, il prezzo del gas è stato collegato a quello del carbonio, nella produzione di energia elettrica, tramite un sistema di quote che dovevano essere acquistate quando si superava una certa soglia di emissioni. Il meccanismo avrebbe dovuto indurre le produzioni maggiormente inquinanti (quelle a carbone) a cambiare la fonte energetica, alzando il costo da sopportare in quel caso.
Con le guerre in Ucraina, la distruzione dei gasdotti Nord Stream da parte dei servizi di Kiev e soprattutto nel Golfo Persico, però, anche le forniture di gas sono diventate problematiche. E il meccanismo di “trasmissione dei prezzi” ha preso a spingere velocemente verso l’alto quel che era stato fin lì il carburante più economico (il gas veniva soprattutto dalla Russia).
Se non si rivede il meccanismo, l’entrata in vigore dell’Ets2 – con regole ancora più costrittive, perché si applicherebbero anche a settori che non possono sostituire velocemente la fonte energetica (riscaldamento domestico, automobili, ecc) – si rischia l’esplosione dell’economia europea.
Il sistema Ets prevedeva una “riserva” nel caso il prezzo del gas fosse salito al sopra dei 45 euro, ma non prevedeva una situazione come quella attuale, a quasi 90 euro. Ma senza quelle regole, paradossalmente, in questo momento la domanda europea di gas sarebbe di 1000 miliardi di metri cubi in più. Difficili da trovare, visto che con le “sanzioni” si è rinunciato a quello russo mentre il blocco di Hormuz ha fortemente ridotto l’apporto di quello qatariota. Con conseguente volo del prezzo verso limiti himalayani…
Ovvio, insomma, che molti paesi europei abbiano messo sul tavolo la richiesta di rivedere il meccanismo. Ovvio anche che altri paesi – quelli che si erano già “messi in regola” riducendo le emissioni – si oppongano all’eliminazione di un loro “vantaggio competitivo”.
Il risultato è lo stallo. Come certificato dal comunicato finale del Consiglio Europeo conclusosi nella notte. “Nell’ambito della revisione in corso del sistema Ets e a supporto della competitività industriale europea – si legge al punto 11 delle conclusioni – il Consiglio Europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza a un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, da proteggere in modo efficace contro la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, per ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e mitigarne l’impatto sui prezzi dell’elettricità, preservando al tempo stesso il ruolo essenziale dell’Ets sul clima e la transizione energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che guidi gli investimenti e l’innovazione“.
Serve la traduzione, vero? In pratica tutto resta com’è. La formula recepisce le “preoccupazioni” (soprattutto dell’Italia meloniana e del “gruppo di Visegrad”), ma nulla di più.
Le bollette continueranno a salire, perché ogni aumento di prezzo si scaricherà sull’”utente finale”. Noialtri, in questo caso.
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