Sabato 17 ottobre un convoglio diplomatico dell’Unione Europea è stato fermato e aggredito a nord-est di Ramallah, nei pressi del villaggio cristiano di Taybeh. Il gruppo era composto da funzionari e consoli di Belgio, Francia e Polonia, ed era accompagnato da esponenti cattolici e attivisti per i diritti umani.
La delegazione si era recato sul posto per monitorare le continue incursioni contro i contadini, dopo che la notte precedente una famiglia palestinese aveva subito il furto dell’intero raccolto di dieci alberi di ulivo. Gli aggressori – una decina secondo i report diffusi dall’ANSA – sono piombati sulla delegazione a bordo di quad, con i volti coperti e armati di bastoni, mazze e pietre.
Dopo aver sbarrato la strada ai veicoli diplomatici, hanno intimato ai funzionari di mostrare i documenti e hanno iniziato a colpire le vetture tra urla e pesanti minacce di morte, sfondando a sassate e colpi di mazza il parabrezza e il finestrino dell’auto di servizio del consolato belga di Gerusalemme.
I fotogrammi hanno fatto subito il giro della rete, e in particolare quello che è anche a immagine dell’articolo qui presente, con Bernard Baudoux, 78 anni, sindaco della città francese di Aulnoye-Aymeries, a terra e dolorante. Il politico transalpino ha poi denunciato all’Afp: “se i coloni si comportano così, significa che c’è una tolleranza da parte del governo israeliano“.
E la tolleranza – ma sarebbe meglio dire la connivenza – è dimostrata anche da altri racconti relativi all’agguato. Un attivista presente sul posto ha affermato che l’esercito israeliano è stato allertato in tempo reale dell’attacco, ma non è intervenuto. La polizia israeliana ha formalizzato l’apertura di un fascicolo d’indagine soltanto in un secondo momento, dopo che i filmati dell’aggressione hanno iniziato a girare sul web.
Da parte sua, l’Idf ha sostenuto che la presenza dei diplomatici europei nell’area non era stata preventivamente “coordinata“, ammettendo implicitamente come le aree agricole palestinesi siano considerate zone franche per il terrorismo sionista, da cui l’esercito sceglie di astenersi salvo scorte precedentemente organizzate.
Non che l’intesa, a volte, cambi molto. Nel maggio del 2025 i soldati israeliani hanno fatto fuoco verso un convoglio diplomatico vicino a Jenin. La motivazione riportata è stata quella di colpi di avvertimento rispetto a una deviazione dal percorso concordato, “considerando che si tratta di una zona di combattimento“. Il combattimento era un assalto a un campo profughi, e nella quotidianità dell’occupazione sionista non c’è tesserino di ambasciata che tenga.
Lo stesso trattamento viene accordato anche alla “libera informazione”. Il giorno precedente, infatti, ad Abu Falah, una folla di decine di coloni mascherati ha attaccato i palestinesi impegnati nei campi e ha preso di mira Heidi Levine, 64 anni, fotoreporter del Washington Post. Nonostante indossasse giubbotto protettivo e casco con la scritta PRESS ben visibile e avesse dichiarato la propria identità, la giornalista è stata assalita e picchiata per circa dieci minuti consecutivi.
I medici dell’ospedale israeliano Beilinson le hanno riscontrato quattro vertebre e una costola rotte, oltre a diverse ferite compatibili con armi da taglio o bastoni chiodati. La reporter è stata sottoposta a un intervento chirurgico alla mano per evitare la perdita di un dito. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, Levine ha smontato le dichiarazioni di Benyamin Netanyahu, secondo cui alcuni giovani israeliani l’avrebbero soccorsa.
“Questa è una menzogna assoluta e il più grande insulto – ha detto – Dopo una decina di minuti hanno fatto finta di farmi alzare, ma l’hanno fatto solo per strapparmi le macchine fotografiche e derubarmi. Poi mi hanno ributtata a terra continuando a prendermi a calci. Nessuno ha provato a fermarli. A salvarmi sono stati due colleghi e i residenti palestinesi che hanno iniziato a lanciare sassi verso i coloni per distrarli e permettermi di fuggire“.
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha telefonato a Levine porgendo le scuse ufficiali per un’aggressione che “non rappresenta i valori dello Stato di Israele“, quando invece appare evidente essere la normalità dei territori occupati, tra l’altro a prescindere dalla nazionalità riportata sui documenti d’identità o delle scritte ben visibili sul petto.
Netanyahu, invece, ha replicato parlando di “cautela” ed evocando lo spettro di una presunta “campagna coordinata per screditare Israele e i residenti della Giudea e Samaria prima che i fatti siano chiariti“. La preoccupazione del primo ministro è l’innesco di una crisi col movimento dei coloni a una decina di giorni dalle elezioni, proprio mentre sono nel pieno delle annuali operazioni terroristiche contro gli agricoltori palestinesi (in un territorio che, ricordiamo, non ha la scusante del “governo di Hamas” da poter giocare).
Sempre sabato, nel villaggio di Ma’in a sud di Hebron, i soccorritori della Mezzaluna Rossa hanno dovuto prestare cure a sei feriti, tra cui quattro donne e un bambino, rimasti vittime di un pogrom in cui i coloni hanno dato alle fiamme piantagioni e sgozzato decine di capi di bestiame. Altri raid armati e colpi d’arma da fuoco sono stati documentati a Deir Jarir, Jalud, Burqa, Umm Safa e Beit Furik.
Dal 27 settembre, data convenzionale di avvio della stagione della raccolta delle olive, al 15 ottobre sono state almeno 487 le aggressioni documentate (una media di 27 al giorno), di cui 234 concentrate specificamente negli uliveti. Le autorità israeliane hanno effettuato solo due fermi, e i dati storici confermano che la situazione rimarrà tale: l’ONG israeliana Yesh Din riporta che tra il 2005 e il 2025 il 93,6% delle denunce presentate da palestinesi contro violenze dei coloni è stato archiviato senza alcuna formulazione di capi d’accusa.
Tornando all’aggressione contro la delegazioni diplomatica, i governi di Belgio e Polonia hanno chiesto formali spiegazioni a Tel Aviv. Il ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, ha espresso l’intenzione di chiedere sanzioni europee contro i coloni responsabili dei raid e contro chi li sostiene politicamente a livello governativo, collegando le violenze al disegno di espansione degli insediamenti e di sfollamento forzato della popolazione autoctona.
Insomma, sarebbe come dire di chiedere sanzioni per Smotrich, Ben Gvir, ma anche il primo ministro. Elemento che gioca a favore del principale rivale di Netanyahu alle elezioni, Gadi Eizenkot, che ha parlato esplicitamente di “terrorismo ebraico sponsorizzato dal governo“. Lo stesso politico che, ai tempi dell’esercito, ha elaborato la dottrina Dahiya, che prevede l’uso sproporzionato della forza sulle infrastrutture civili negli scenari di combattimento. In sostanza, terrorismo di stato.
Tirando le somme di queste vicende, al di là delle dichiarazioni di chiara impronta elettorale, i diplomatici europei hanno sperimentato sulla propria pelle la normalità dei territori occupati. Si continua a cercare di attribuire la responsabilità ai “coloni violenti”, come se la violenza non fosse già incardinata nel colonialismo, per cercare di salvare la “reputazione” di Israele, elemento fondamentale del sistema imperialista in Asia occidentale.
Ma è stato lo stesso sindaco francese, scaraventato a terra, a dire che quella dei coloni non può che essere un’operazione sostenuta dal governo e coperta dall’IDF. E però l‘alternativa a Netanyahu è un altro tipo di terrorismo, quello della dottrina Dahiya, a ricordarci che il sionismo o è terrorista e suprematista, oppure non è. È questo che difende l’Occidente “democratico”.
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