Domenica sera, all’interno del suo discorso, il Presidente uscente Emmanuel Macron ha chiesto ai prefetti di proibire “alcuni assembramenti” qualora fosse “necessario”.
Si tratta di un orientamento non vincolante in termini di legge, ma è sicuramente una chiara indicazione politica, con il ministero della Giustizia che avrà l’ultima parola rispetto alle eventuali misure prese dalle singole autorità prefettizie.
I candidati presidenziali macroniani e gollisti, Attal e Retailleu, suggeriscono la proclamazione dello Stato d’Emergenza per permettere allo Stato di affrontare la mobilitazione permanente iniziata con i blocchi alle scuole medie superiori di fine settembre, ma che si è esteso a tutta la società, debordando con le manifestazioni del 17 ottobre.
Il governo stesso ha dovuto ammettere che qualcosa è scappato di mano, ed ha contato ben 550mila manifestanti, in realtà molti di più.
In ambito governativo, il primo ministro Lecornu non esclude lo stato di emergenza, mentre quello della giustizia, la ritiene una misura inutile.
L’eventuale promulgazione de l’état d’urgence rafforzerebbe parecchio i i poteri dell’autorità, avendo per corollario la restrizione della libertà: l’esecutivo potrebbe disporre non solo il coprifuoco – come già avvenuto – ma anche l’obbligo di residenza, condurre perquisizioni amministrative, installare dei perimetri di protezione o chiudere dei luoghi di culto.
La sua promulgazione sta in capo al Consiglio dei Ministri, ma è chiaro che un governo che non ha mai avuto una maggioranza parlamentare, costretto ad affidarsi alla destra (i gollisti di Les Rèpublicains) o alla sua estrema destra cioè il Rassemblement National (ex FN) di Le Pen e Bardella, può affidarsi ad un trasversale partito dell’ordine per assecondare gli appetiti autoritari del Presidente dei Ricchi.
Questa misura, a parte il periodo della criminale gestione della pandemia, era stata promulgata per le insorgenze urbane del 2005, gli attentati jihadisti del novembre 2015 e più recentemente – nel maggio 2024 – durante l’esplosione indipendentista in Nuova Caledonia, confermando come i cosiddetti Territori d’Oltremare (DOM-TOM), eredità del colonialismo francese, siano i laboratori di sperimentazione privilegiata delle tecniche di mantenimento dell’ordine applicate poi alla metropoli, nel contesto di un’incontenibile insorgenza sociale.
Insomma uno dei più importanti movimenti sociali che ha conosciuto la V Repubblica,con un ruolo rilevante delle organizzazioni studentesche, di quelle sindacali e di partiti politici d’opposizione – tra cui, il principale, La France Insoumise – viene messo sullo stesso piano degli émeuts che ciclicamente si ripetono in Francia, del terrorismo jihadista o di una insurrezione di massa con i tratti di guerra civile tra autoctoni (kanak) e discendenti di forzati e coloni – cioè i caldoches di origine francese – in un contesto propriamente neo-coloniale come quello della Nuova Caledonia.
Si ricorda che l’esercito potrebbe essere impiegato al posto della polizia qualora si prospettasse un esaurimento delle risorse poliziesche; l’incapacità di gestione del 17 ottobre – tra l’altro con la scia mortale di due persone decedute ed una serie di manifestanti rimasti mutilati – potrebbe essere un precedente agli occhi di una classe dominante che, dopo avere sdoganato da tempo l’estrema destra per spostare l’asse politico in senso reazionario, pensava ad una sua utilizzazione come sbocco all’attuale crisi irreversibile della Macronie.
Una sorta di ripetizione del “Meglio Petain che il Fronte Popolare!”.
Siamo comunque di fronte ad un climax della torsione autoritaria, con il coprifuoco che riguarda le principali città francesi – anche stanotte da mezzanotte alle sei – e gli elicotteri che volano di continuo con il loro cono di luce che cerca di scovare qualsiasi persona si aggiri nei “luoghi probiti”; ed infine il supporto dell’esercito, previsto già per la mobilitazione di questo 24 ottobre, l’Acte II di questa rivolta sociale.
Oltre a questi provvedimenti, si studiano differenti misure miranti ad inasprire le pene per i minorenni coinvolti nelle “violenze di piazza”, e poi l’instaurazione di una sorta di “responsabilità collettiva” anche per delitti che non sono stati direttamente commessi durante le manifestazioni; una sorta di “concorso morale”.
Sul piano politico la situazione appare incandescente.
Dopo le rivelazioni di “Mediapart” pubblicate il 19 Ottobre, che hanno reso noto come l’attuale esecutivo abbia cercato di influenzare l’intelligence francese affinché attribuisse i moti del 17 ottobre a La France Insoumise, si è aperto un durissimo scontro all’Assemblée Nationale tra l’attuale governo e l’opposizione.
A prospettare la criminalizzazione tout court del principale partito d’opposizione ed una sua possibile dissoluzione, non sono solo gli esponenti della malconcia truppa macroniana, ma i gollisti stessi, che a 6 mesi dalle elezioni presidenziali vogliono apparire come il principale Partito dell’Ordine, sgomitando in questo con l’ex FN.
É dal 14 febbraio, giorno della morte del neofascista lionese Quentin Deranque, protagonista dell’aggressione a militanti antifascisti a latere di una regolare conferenza universitaria con l’euro-deputata di LFI Rima Hassan, che i tentativi di criminalizzazione della formazione di Mélenchon non sono mai cessati.
Anzi, hanno ripreso più vigore in considerazione del fatto che il vero “delegato politico” del movimento che si sta esprimendo è proprio la La France Insoumise, i cui eletti stanno facendo da “scudo umano” nei confronti dei brutali interventi della polizia e che vengono accolti da ovazioni ovunque vadano.
Invece che occuparsi delle ragioni della collera sociale, il governo ha optato per scegliere gli insoumises come “capro espiatorio” per le violenze di piazza.
Intanto proprio martedì è stata creata una Commissione d’Inchiesta “mista” in ambito parlamentare che farà luce sulla giornata del 17 ottobre caratterizzata da un fiasco evidente nel “contenere le piazze”, nonostante il pugno di ferro delle forze dell’ordine.
Un aspetto questo ben sintetizzato dall’editoriale di “Le Monde” pubblicato lunedì, che ha scritto testualmente: “Il governo ha esposto il Paese ad una funesta escalation: sempre più l’uso della forza, sempre meno della misura e del controllo nella sua utilizzazione”.
Stiamo parlando del più importante quotidiano francese, non certo di una testata accusabile di simpatie bolsceviche!
Le mobilitazioni studentesche stanno intanto proseguendo a livello universitario con le facoltà universitarie che fungono da magnete per gli studenti e le studentesse degli istituti superiori, i quali riprenderanno i corsi la prima settimana di novembre, appena prima dello sciopero generale sia del pubblico che del privato convocato dall’intersindacale per il 5 novembre.
Intanto la leader della CGT, Sophie Binet, dopo un incontro infruttuoso di alcune ore a Matignon insieme alle altre organizzazioni sindacali, ha invitato i propri militanti a partecipare alle manifestazioni previste questo sabato, che si prevedono imponenti come quelle del 17, verso lo sciopero generalizzato del 5 novembre.
Mercoledì, l’organo d’informazione della parte più militante del sindacato – Unité CGT – che raccoglie le federazioni più combattive e fa riferimento alle FSM, ha rilanciato lo sciopero internazionale del 30 ottobre, cui aderisce il ramo dei lavoratori marittimi e portuali, e che dovrebbe interessare una dozzina di porti dell’Esagono, della Corsica e dei Territori d’Oltre Mare.
Di fronte alle totale mancanza di risposte concrete da parte del governo, la segretaria del maggiore sindacato francese ha detto espressamente che: “è ora di raggiungere un nuovo traguardo nella mobilitazione”.
La Binet si fa portavoce delle pressione di una base esasperata di lavoratori e lavoratrici, i quali hanno potuto constatare come la futura legge finanziaria francese sia un bagno di sangue; che se ne infischia delle richieste emerse con una forza dirompente e mira ad accontentare solo i desiderata delle élite europee.
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