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Serbia al voto, una partita ben oltre i Balcani occidentali 

Le elezioni serbe del 25 ottobre si inseriscono in una fase di forte tensione sociale e politica, segnata dalle proteste contro il governo, dalla contestazione delle istituzioni e da un confronto sempre più acceso sul futuro internazionale del Paese.

La competizione elettorale non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma investe anche i rapporti con l’Unione europea, la NATO, la Russia e la Cina, e comprende ovviamente le delicate questioni “interne” del Kosovo e della Republika Srpska.

Due schieramenti principali si contendono la guida del Paese: da una parte il blocco guidato dal Partito Progressista Serbo (SNS), legato ad Aleksandar Vučić; dall’altra la “Lista degli Studenti–Gli studenti vincono”, nata nel contesto della mobilitazione di protesta e sostenuta da un ampio insieme di forze di opposizione.

Il fronte governativo: sovranità e politica di equilibrio

La coalizione vicina a Vučić riunisce forze politiche diverse, dai socialisti dell’SPS ai radicali del SRS, fino a movimenti nazionalisti, organizzazioni minori e partiti legati a una visione nazionalista della Serbia.

Un’alleanza eterogenea, attraversata da contraddizioni e differenze ideologiche, che trova nella continuità della leadership e nella difesa dell’autonomia nazionale il principale elemento di coesione.

Il suo orientamento internazionale si fonda sulla ricerca di un equilibrio tra le relazioni con Bruxelles e i rapporti consolidati con Mosca e Pechino. Belgrado continua a perseguire l’integrazione europea, ma finora ha resistito alle richieste di allineamento alle sanzioni occidentali contro la Russia.

Parallelamente, la cooperazione energetica con Mosca e gli investimenti cinesi rappresentano componenti importanti della strategia economica serba.

Per i sostenitori di Vučić, la priorità è preservare la capacità del Paese di decidere autonomamente le proprie politiche, evitando che l’adesione all’Unione europea comporti rinunce considerate inaccettabili sulla questione del Kosovo e nei rapporti con la Russia.

Il sostegno espresso da Vladimir Putin, Xi Jinping e dal primo ministro slovacco Robert Fico rafforza simbolicamente questa impostazione. Anche Milorad Dodik, figura di riferimento della Republika Srpska in Bosnia-Erzegovina, si è schierato a favore del blocco governativo, richiamando i legami politici e nazionali tra i serbi delle due sponde della Drina.

Tale sostegno internazionale assume anche un significato elettorale: Vučić punta a presentarsi come il garante della stabilità e della continuità diplomatica, capace di mantenere aperti più canali di cooperazione in un contesto europeo sempre più polarizzato.

L’opposizione: la mobilitazione studentesca e le divisioni politiche

Sul fronte opposto si colloca la Lista degli Studenti–Gli studenti vincono, espressione politica di una ormai lunga mobilitazione di massa contro il governo.

La protesta ha contribuito a riportare al centro del dibattito pubblico temi quali la responsabilità delle istituzioni, la trasparenza e il funzionamento democratico del sistema politico.

La lista presenta una composizione più ampia e controversa di quanto suggerisca il nome. Accanto ai protagonisti delle proteste studentesche figurano esponenti della società civile, intellettuali, personalità dello sport e della cultura, oltre a rappresentanti delle tradizionali forze di opposizione, molte delle quali favorevoli a un più deciso orientamento europeo.

Questa eterogeneità costituisce contemporaneamente una risorsa e un limite. Da un lato, consente di aggregare settori sociali diversi e di trasformare il malcontento in una proposta elettorale competitiva; dall’altro, rende più difficile definire un programma comune su economia, politica estera, rapporti con la NATO e relazioni con la Russia.

Il principale elemento unificante resta l’opposizione alla leadership di Vučić. Rimane invece da verificare fino a che punto le diverse componenti possano convergere su una strategia condivisa una volta superata la fase della mobilitazione.

Le dichiarazioni di sostegno alla protesta provenienti da esponenti e ambienti politici occidentali, tra cui il lobbista atlantista Günter Fehlinger, sono state utilizzate dal fronte governativo per alimentare il sospetto di interferenze esterne.

Per una parte dell’elettorato, questi appoggi rafforzano i timori di un possibile spostamento della Serbia verso un orientamento più strettamente euro-atlantico; per altri, non modificano la centralità delle rivendicazioni interne che hanno alimentato le proteste.

Il nodo geopolitico: Unione europea, Russia e Cina

La dimensione internazionale rappresenta uno degli aspetti più sensibili della competizione. La Serbia si trova da anni in una posizione intermedia: candidata all’adesione all’Unione europea, mantiene contemporaneamente rapporti politici, economici ed energetici con la Russia e una crescente cooperazione con la Cina.

Il governo Vučić ha cercato di preservare questa pluralità di relazioni, pur tra concessioni, tensioni e ambiguità. Una sua eventuale sconfitta potrebbe aprire una fase di ridefinizione della politica estera, ma non comporterebbe automaticamente una rottura con Mosca o Pechino: molto dipenderebbe dagli equilibri interni alla nuova maggioranza e dalle scelte concrete della futura leadership.

Al centro del confronto rimangono il possibile allineamento alle sanzioni europee contro la Russia, il percorso di adesione all’UE, la cooperazione con la NATO e la questione del Kosovo e della Metohija.

A questi temi si aggiunge la preoccupazione per le ripercussioni sugli equilibri della Bosnia-Erzegovina, in particolare sulla Republika Srpska.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha denunciato le pressioni esercitate su Belgrado affinché riconosca l’indipendenza del Kosovo e si allinei alle misure europee contro Mosca.

Si tratta della lettura del governo russo, che interpreta il percorso europeo della Serbia come uno strumento di pressione geopolitica. Bruxelles, dal canto suo, lega il processo di adesione al rispetto dei criteri europei e alla normalizzazione dei rapporti con il Kosovo.

La contrapposizione tra queste interpretazioni riflette il dilemma strategico di Belgrado: avvicinarsi all’Europa senza compromettere le relazioni con i partner tradizionali, oppure accelerare l’integrazione occidentale accettando un cambiamento più profondo della propria collocazione internazionale e del modello sociale interno.

La collaborazione militare con Israele

Un aspetto significativo della politica estera di Vučić è il rafforzamento della cooperazione militare con Israele, soprattutto nel settore degli armamenti e delle tecnologie per la difesa, come la produzione di droni o lo scambio di informazioni in materia di sicurezza.

Una partnership che esprime una contraddizione evidente, tra le rivendicazioni di Belgrado su sovranità nazionale, multipolarismo e autodeterminazione dei popoli, e il consolidamento dei rapporti lo Stato genocidario. 

Una competizione che va oltre il risultato elettorale

La posta in gioco non si esaurisce nella vittoria di una coalizione. Le elezioni rappresentano un passaggio importante per comprendere se la Serbia manterrà una politica estera fondata sul contraddittorio equilibrio tra interlocutori diversi oppure imboccherà una strada più nettamente orientata verso l’Occidente.

Il blocco governativo si presenta come garante della sovranità nazionale, della stabilità e della continuità dei rapporti con Russia e Cina.

L’opposizione, sostenuta dalla mobilitazione studentesca, punta invece a trasformare la contestazione del governo in un cambiamento politico, pur dovendo ancora dimostrare la propria capacità di elaborare una linea comune sulle questioni strategiche.

In una società attraversata da forti tensioni, entrambe le prospettive devono confrontarsi con problemi concreti: il funzionamento delle istituzioni, le condizioni economiche, la fiducia pubblica e la gestione delle controversie territoriali.

Il risultato sarà quindi rilevante non soltanto per gli equilibri parlamentari, ma anche per il futuro dei rapporti tra Belgrado e Bruxelles, per la cooperazione con Mosca e Pechino e per la stabilità dei Balcani occidentali.

Fonti: Jugocoord, World politics blog, Forum Belgrado Italia/CIVG 

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