In Brasile le elezioni presidenziali sono state vinte da Luiz Inácio Lula da Silva, ma in America Latina più che altrove si vota, sì, ma la direzione di marcia viene spesso rovesciata da Washington.
Con lo scrutinio completato al 100%, la corte elettorale brasiliana ha dichiarato che Lula ha ottenuto un vantaggio incolmabile. Rispetto ai risultati del primo turno Lula ha compiuto una rimonta straordinaria, sorpassando lo sfidante di estrema destra, Flávio Bolsonaro, con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Circa 4 milioni di voti di differenza.
Ma qui comincia una partita del tutto diversa, dall’esito davvero incerto, che si potrebbe giocare su filo della guerra civile a seconda delle scelte degli Stati Uniti. Molto dipenderà anche dalle elezioni di midterm lassù, martedì prossimo. E non stranamente anche dall’esito delle elezioni israeliane, domani.
Mai come in questa fase, del resto, ogni scontro politico all’interno di un paese è strettamente intrecciato con l’evoluzione della crisi nell’emisfero occidentale a guida americana.
Il risultato brasiliano è stato subito contestato dallo sconfitto, figlio dell’ex presidente parafascista Jair, condannato a 27 anni di carcere per aver tentato un colpo di stato al momento della precedente vittoria di Lula, nel 2022, quando lanciò i suoi sostenitori all’assalto del Congresso nazionale, a Planalto, sulla falsariga dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti, nel 2020. Li sta comunque scontando ai domiciliari per provvidenziali “problemi di salute”.
Bosonaro jr. chiede l’annullamento del voto perché l’apertura dei seggi è stata prolungata di due ore per consentire agli elettori di molte zone di arrivare fisicamente alle urne, visto il maltempo e il conseguente blocco dei trasporti pubblici.
Non c’è ovviamente alcuna prova che gli elettori ritardatari fossero anche votanti per Lula, anche se le città interessate (San Paolo e Salvador) sono prevalentemente “petiste” (il Pt è il partito dell’ex metalmeccanico); né sembra logico – dal punto di vista della “democrazia” – che il pieno esercizio del diritto di voto del maggior numero di cittadini possibile diventi la ragione per contestare il risultato. Anche Bolsonaro, infatti, aveva chiesto il prolungamento dell’orario visto che le piogge torrenziali avevano colpito il sud del paese, tradizionalmente a lui favorevole.
Sul piano legale non sembrano esserci molti spazi perché la richiesta di annullamento possa essere accolta. Il presidente del tribunale elettorale, Kassio Nunes Marques – peraltro nominato alla Corte Suprema da Bolsonaro padre – ha dichiarato che il prolungamento dell’orario di voto non ha influito sui risultati.
Joao Pedro Padua, docente di giurisprudenza presso l’Università Federale Fluminense, ha spiegato che Bolsonaro può intentare un’azione legale direttamente presso le autorità elettorali del Paese o la Corte Suprema, chiedendo che le elezioni vengano dichiarate nulle. “Tuttavia, non vi è un solido fondamento giuridico per una tale richiesta”.
“Sebbene il prolungamento dell’orario di voto sia una circostanza insolita, affinché ciò possa invalidare le elezioni, il candidato dovrebbe dimostrare che tale misura ha compromesso la capacità degli elettori di esprimere liberamente la propria volontà. Non sembra esserci stato alcun impatto di questo tipo”. Semmai quella capacità sarebbe stata annullata dall’impossibilità di arrivare ai seggi…
Ma così va oggi nel mondo euro-atlantico, dove se non vince “l’uomo di Washington”, le elezioni non sono valide. Anche Trump, del resto, si appresta a stravolgere i risultati delle urne, martedì prossimo, dopo averle già provate tutte (ridisegno dei collegi elettorali per rafforzare preventivamente quelli repubblicani, cancellazione di molti cittadini di origine straniera dalle liste elettorali, cause legali contro i candidati democratici, oltre a valanghe di soldi sui propri candidati, ecc).
Trump appoggia ora la richiesta di Bolsonaro ed è facile immaginare che ci saranno pesanti conseguenze, ma solo dopo aver sciolto i nodi interni agli Stati Uniti. Che sono peraltro piuttosto ingarbugliati, con il prezzo dei carburanti al centro del malcontento popolare e due guerre senza soluzione visibile.
Il risultato – se non ci saranno sorprese extralegali – è importante perché il Brasile è la maggiore economia dell’America Latina, con un PIL di 2,6 trilioni di dollari l’anno, con oltre 200 milioni di abitanti, grandi risorse naturali. E’ anche la “B” della sigla Brics, che riunisce India, Cina, Russia, Sudafrica e ora anche altri sei paesi che nell’insieme costituiscono un mercato economico in via di strutturazione piuttosto alternativo a quello del G7.
Proprio per questo Trump aveva tentato di azzoppare lo sviluppo del paese sotto Lula applicando dazi molto consistenti, ma senza riuscirci più di tanto. Benjamin Netanyahu e Javier Milei, dal canto loro, avevano cercato in ogni possibile di evitare ciò che ora un popolo in strada fa vesteggiando “alla brasiliana”.
Le prime dichiarazioni del presidente riconfermato sono perciò piuttosto risentite con l’ingombrante “amico americano”, da sempre dietro colpi di stato e dittature militari in tutto il continente, Brasile compreso.
“Questo Paese non accetta di essere il cortile di nessuno” (il riferimento alla “dottrina Monroe” rinnovata da Trumè è esplicito). “È stata una sconfitta per il negazionismo e le menzogne. Devo confessare che, ogni volta che partecipavo a un dibattito, provavo imbarazzo”, ha affermato davanti ai suoi sostenitori in festa nel suo primo intervento dopo la conferma della rielezione.
Lo scontro verbale con Bolsonaro è stato infatti particolarmente pesante, intessuto appunto di insulti, menzogne assurde e colpi bassissimi.
“Il Brasile che vogliamo costruire è un Paese in cui gli anziani siano accuditi con dignità, le donne siano rispettate e tutti abbiano il diritto di vivere la propria fede in libertà. Nel rispetto delle differenze e con uno Stato che garantisca i diritti a tutti. Perché governare significa prendersi cura di 215 milioni di brasiliani. Senza alcuna distinzione. E il rispetto deve essere il punto di partenza per costruire, insieme, un Brasile sempre più giusto e umano”.
Ma anche se Trump mastica amaro e medita ritorsioni, il resto dell’America Latina – pur governato ormai quasi ovunque da esponenti di destra imposti da Washington – sembra accogliere il risultato senza troppi problemi. E se era scontato il messaggio di felicitazioni inviato dal presidente cubano Diaz Canel, così come quello della “presidenta” progressista messicana Claudia Scheinbaum, le reazioni di tutti gli altri sono fin qui tranquille.
Non poteva fare diversamente il governo del Venezuela post-rapimento del presidente Maduro, ma anche i presidenti ultra-reazionari di Cile, Perù, Bolvia, Ecuador hanno espresso subito le proprie congratulazioni.
Discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione Europea, che ha scelto di accoglie con sollievo la rielezione di Lula per puro spirito di sopravvivenza nei confronti di Donald Trump.
Quasi commovente – se non la conoscessim purtroppo bene – il messaggio di Ursula von der Leyen, presidente guerrafondaio della Commissione UE: “Congratulazioni al mio amico Lula per la sua vittoria elettorale. Democrazia e multilateralismo hanno trionfato in Brasile. La partnership tra Europa e Brasile è fiorente. Resteremo al tuo fianco negli anni a venire. Insieme continueremo a lavorare a stretto contatto per un commercio libero e aperto, un ordine globale basato sulle regole e ambizioni concrete per il nostro clima”.
Cosa esce da certe bocche, signora mia…
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Pasquale
Un altro sgherro dello sceriffo di Washington fuori gioco. Onore al Brasile e al suo nuovo presidente.