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Anche l’ultima “bolla” finanziaria ha incontrato lo spillo

Le borse crollano.

Il perché è abbastanza chiaro: la clamorosa sconfitta di Trump significa – dal punto di vista dei mercati finanziari – che la totale assenza di regolazione dell’intelligenza artificiale (sostenuta dal tycoon anche a dispetto delle richieste provenienti dagli stessi amministratori delegati di Anthropic, OpenAi, Google, Microsoft, Amazon, ecc) possa ora finire. E con essa anche la corsa senza fine dei titoli azionari delle società protagoniste di questa nuova età dell’oro speculativo.

Il Nasdaq è sceso del 5,52% e ha chiuso in correzione giovedì, con una flessione superiore al 10% rispetto al massimo record del 6 ottobre.

Le azioni di Nvidia (NVDA) sono scese del 9,3%, azzerando i guadagni dell’intero 2026. L’indice dei produttori di chip  è sceso del 12,3%, registrando la peggiore giornata del decennio. Le azioni di Tesla e SpaceX, di Elon Musk, sono scese rispettivamente dell’11% e del 9%.

Il Nikkei giapponese è precipitato del 6%, mentre la Borsa di Taiwan registra un calo superiore all’8%. In rialzo invece le Borse indiane. Delhi rimasta indietro proprio sull’intelligenza artificiale, mentre però cresceva velocemente nei settori “maturi”. Il Bombay Stock Exchange e il National Stock Exchange sono perciò entrambi in territorio positivo.

Il Kospi sudcoreano è precipitato di quasi il 9% all’apertura dei mercati venerdì, facendo scattare anche una sospensione delle contrattazioni per circa  20 minuti.Ma alla riapertura il trend non è cambiato.

A livello delle singole aziende, Samsung ha perso quasi il 10%, mentre Sk Hynix ha ceduto l’11,7%. In Giappone, Kioxia è precipitata del 14%, mentre a Taipei Tsmc ha perso l’8,5%. La giapponese SoftBank, maggiormente esposta nel settore dell’intelligenza artificiale, ha ceduto l’11%.

Il fatto che il motivo del tracollo sia chiaro non vuol dire però che il problema sia di semplice soluzione.

Da mesi gli analisti avvertono che intorno all’AI si era creata una “bolla speculativa” di enormi dimensioni, e come tutte le altre che l’hanno preceduta prima o poi deve esplodere. I più ottimisti, in queste ore, si limitano a sperare che per il momento stia “solo uscendo un po’ d’aria, diminuendo la pressione”, il che potrebbe evitare il botto.

E’ una speranza legittima, quasi come l’attesa di una luce in fondo al tunnel. Il settore dell’AI ha attirato valanghe di capitale con la promessa di diventare una rivoluzione tecnologica di potenza mai vista, in grado di moltiplicare la capacità produttiva eliminando decine di milioni di posti di lavoro. Ma anche di cambiare il modo di vita del mondo intero, appropriandosi arbitrariamente – e a costo quasi zero – di tutta la conoscenza fin qui sviluppata dall’intera umanità nel corso della sua storia millenaria.

La conoscenza è sia una forza produttiva che una merce. Serve per creare nuove macchine, nuovi bisogni, nuovi consumi. Ma proprio per questo è anche una merce che può e deve essere venduta tramite i prodotti dell’AI.

I problemi economici dell’AI si sono sviluppati proprio intorno a quest’ultimo nodo: come vanno le vendite? Ovvero, quanto stanno guadagnando quelle aziende e in che misura i ricavi sono proporzionati agli investimenti già effettuati o da effettuare?

La risposta è stata fin qui disastrosa. Ben poco. Gli investimenti avvengono a debito, innescando circuiti niente affatto virtuosi, come si vede per esempio dal fatto che i big dell’AI comprano i chip del principale produttore – Nvidia – grazie ai prestiti, tra gli altri, proprio di Nvidia. Ma se il produttore finanzia il cliente e quest’ultimo vende poco, prima o poi il gioco deve finire… Col fallimento di entrambi.

Le elezioni di midterm, in questo intreccio, giocano una parte importante non tanto sulla regolazione futura dell’AI (che non potrà certo avvenire in un giorno, anche quando tutti saranno d’accordo), quanto sulle scelte politiche in mano ai nuovi amministratori pubblici: autorizzeranno oppure no la costruzione di tutti i data center che sono stati programmati?

Contro queste megastrutture che succhiano acqua ed energia elettrica, facendo esplodere i prezzi (negli Usa c’è una tariffazione territoriale dei kw in base ai consumi di tutta l’area, senza distinguere tra usi domestici e impianti poduttivi), quasi dappertutto sono sorti movimenti e comitati che chiedono uno stop e altre regole (tariffe superiori, per esempio, per le aziende energivore). Movimenti che si sono riversati sul voto e ora chiedono di essere soddisfatti.

Uno stop sostanzioso alla costruzione di nuovi data center, però, non influirebbe soltanto sulla quantità di chip venduti da Nvidia, ma anche sui guadagni dei costruttori e di tutte le filiere relative (cemento, cavi elettrici, sistemi di raffreddamento, ecc).

In estrema sintesi, la frenata all’espansione dell’AI statunitense (ancora solo immaginata, ma già “scontata” dai mercati con la vendita dei titoli del comparto) diventerebbe una frenata generale dell’economia stelle-e-strisce proprio mentre gli elettori hanno posto come obiettivi irrinunciabili l’aumento dei salari, la diminuzione dei prezzi dell’energia, politiche di welfare per quanto riguarda la casa, la sanità, le pensioni, ecc.

Non si tratta perciò solo – e sarebbe un “solo” gigantesco – del possibile crollo delle borse “occidentali” (Giappone e Corea del Sud fanno parte di questo circuito al pari dell’Europa), ma della messa in dubbio dell’intero sistema economico sagomato da 40 anni di neoliberismo senza freni.

E le “crisi di sistema” si sa come cominciano, mai come finiscono…

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