Mentre il conflitto innescato lo scorso febbraio dall’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran non trova soluzioni che non sanciscano la sconfitta strategica statunintense, con gli Houthi che hanno allargato l’impasse anche allo Stretto di Bab el-Mandeb, la ricerca di nuovi equilibri regionali sembra procedere tenendo fuori, almeno direttamente, Washington.
Lunedì 26 ottobre, gli alti rappresentanti di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia sono volati a Teheran per un incontro ufficiale con i vertici iraniani. Il Patto della Mecca, la nuova alleanza geopolitica sunnita che punta a diventare l’ago della bilancia dell’Asia occidentale, si è affacciata nella capitale della Repubblica Islamica sciita per trovare una cornice di sicurezza centrata sugli interessi dei paesi della regione.
Un faccia a faccia dal forte peso politico e diplomatico, che per ora si è concluso solo con l’impegno congiunto a mantenere aperto un canale di dialogo permanente per la pace e la sicurezza. Ma già di per sé l’evento è un’iniziativa di significativa portata, nata sotto la spinta del governo di Islamabad, che è anche il principale mediatore tra Teheran e Washington.
Al tavolo con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e con il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Mohsen Rezaei si sono seduti il ministro della Difesa saudita, principe Khalid bin Salman (fratello del principe ereditario Mohammed bin Salman), il capo di Stato Maggiore pakistano, feldmaresciallo Asim Munir, e il capo dell’intelligence nazionale turca, Ibrahim Kalin.
Secondo il comunicato congiunto diffuso al termine dei lavori, i quattro paesi hanno concordato di proseguire i colloqui per rafforzare la cooperazione regionale. Il viceministro degli Esteri saudita, Rayad Krimly, ha affermato che l’incontro “rientra negli sforzi in corso da parte degli stati del Patto della Mecca per allentare la tensione” e che l’alleanza “sostiene inoltre gli sforzi di mediazione intrapresi da Qatar e Pakistan” per quanto riguarda una risoluzione dell’aggressione all’Iran.
Per Teheran si tratta di un risultato politico di rilievo: Rezaei ha sottolineato come la presenza delle tre delegazioni dimostra che la stabilità dell’Asia occidentale debba fondarsi su una “sicurezza endogena“, costruita dagli attori della regione senza interferenze esterne. Sulla stessa linea il presidente Pezeshkian, che ha esortato il mondo islamico all’unità contro quelli che ha definito “atti violenti e crimini generalizzati” di Stati Uniti e Israele, accusando Washington e Tel Aviv di voler dividere e indebolire le nazioni musulmane.
Inoltre, subito dopo il vertice, Pezeshkian è partito alla volta di Mosca per un incontro con Vladimir Putin: proprio il Cremlino, attraverso la visita a Teheran del ministro degli Esteri Sergej Lavrov lo scorso 18 ottobre, aveva caldeggiato persino una futura adesione iraniana al Patto della Mecca.
L’apertura al dialogo con Teheran non cancella tuttavia le frizioni tra gli interlocutori. Il nodo che rimane sullo sfondo e che, in sostanza, è il vero banco di prova della capacità degli attori regionali di raggiungere una sicurezza congiunta tenendo fuori le ingerenze stelle-e-strisce, è rappresentato dalla guerra in Yemen e dalle sue ripercussioni lungo il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb.
Non a caso, Mohammad Ali al-Houthi, membro del Consiglio politico supremo di Ansarallah, ha criticato le affermazioni dell’Arabia Saudita secondo cui la visita del loro ministro della Difesa a Teheran sarebbe volta a favorire un allentamento delle tensioni nella regione, sostenendo che la retorica di Riyad sia in contraddizione con la riaccensione dell’aggressione nello Yemen.
Anche se lo scorso 5 ottobre i tre firmatari del Patto della Mecca hanno deciso di attivare le clausole di difesa congiunta a sostegno del Regno saudita (a cui si è aggiunto, sempre lo stesso 26 ottobre, il via libera del Parlamento egiziano a un supporto militare a Riyad), sul campo appare chiaro che, ora come ora, non ci siano le condizioni per sconfiggere gli Houthi.
Servirebbe un intervento diretto degli alleati nel conflitto, ma Ankara, attraverso il ministro degli Esteri Hakan Fidan, ha tracciato un confine netto: il patto ha natura puramente difensiva, non individua l’Iran come nemico dichiarato ed esclude l’invio di truppe turche in operazioni offensive in Yemen, limitando il possibile contributo turco a difesa aerea, guerra elettronica e assistenza tecnica.
Cose non di poco conto, ma che segnalano il fatto che lo scontro con Ansarallah si può risolvere solo sul piano diplomatico, e senza la mediazione di Teheran non c’è possibilità concreta di – almeno – un nuovo cessate il fuoco in Yemen, che però gli iraniani vogliono inserire in una cornice di sicurezza che coinvolga anche il loro paese. E giustamente.
Martedì 27 ottobre, durante un briefing a Doha, il direttore per i Media e la Comunicazione del ministero degli Esteri del Qatar, Ibrahim bin Sultan Al Hashmi, ha chiesto ufficialmente a Teheran una prova concreta di “buona volontà”, esortando la Repubblica Islamica a riaprire pienamente lo Stretto di Hormuz.
Doha e gli altri paesi del Golfo si sono detti pronti a prendere parte a un quadro di sicurezza regionale fondato sul rispetto della sovranità e su un patto di non aggressione reciproca. Proprio ieri, mercoledì 27 ottobre, Reuters ha diffuso la notizia che mediatori qatarioti avrebbero consegnato agli iraniani una proposta sulla fine delle ostilità con USA e Israele, su cui si attende una risposta entro il fine settimana.
Se c’è una finestra per raggiungere questo obiettivo, o per lo meno porne delle basi che non potrebbero essere ignorate in futuro, è ora, cioè nei giorni di incertezza politica su chi comanda davvero a Tel Aviv e nel Congresso degli Stati Uniti, nei due contemporanei frangenti elettorali.
E sono giorni che da parte di diversi media si rilancia la notizia che in entrambi le capitali la volontà sarebbe quella di riprendere i bombardamenti, anche se i prezzi del petrolio già ora sono da suicidio politico e da rivolta nelle strade. A conferma che, senza l’imperialismo e la sua longa manus sionista, forse una distensione potrebbe essere trovata.
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