Le urne del 27 ottobre restituiscono una nazione frammentata e danno avvio a una complessa sfida per la creazione del governo. L’avanzata delle forze arabe può ostacolare i progetti del premier, mentre le elezioni di midterm negli Stati Uniti rischiano di influenzare le scelte militari di Tel Aviv.
Le consultazioni israeliane del 27 ottobre non garantiscono a Benjamin Netanyahu un successo decisivo. Il conteggio delle schede ordinarie attribuisce 53 seggi al fronte del primo ministro uscente, 48 alla coalizione guidata da Gadi Eisenkot e 19 ai movimenti politici arabi. Rimangono da scrutinare centinaia di migliaia di schede speciali, capaci di cambiare lo scenario. In ogni caso, nessuno dei due principali schieramenti dispone attualmente dei 61 seggi indispensabili per controllare la Knesset. (ANSA)
L’esito inaugura una nuova stagione di instabilità politica, in cui il futuro di Netanyahu dipenderà dalla capacità di ricostruire gli equilibri parlamentari e sfruttare le divisioni degli avversari. Ma la posta in gioco supera di gran lunga la nascita del prossimo esecutivo: in un Medio Oriente segnato da guerre e competizioni strategiche, la crisi israeliana potrebbe intrecciarsi con un’ulteriore escalation militare.
Il declino di Netanyahu e la leva della guerra
Netanyahu ha già provato, negli anni precedenti, di essere pronto a trascinare la politica israeliana in prolungate fasi di turbolenza pur di difendere la propria posizione. Adesso dovrà scongiurare che la paralisi parlamentare si converta in una disfatta irreversibile, mentre gli avversari tentano di elaborare un progetto alternativo.
Restare alla guida dell’esecutivo uscente, durante le trattative e i colloqui per una nuova coalizione, gli assicura uno spazio di manovra che non va minimizzato. In questa situazione, il fattore militare potrebbe riprendere un ruolo politico determinante.
Un’offensiva contro l’Iran, soprattutto se descritta come un’azione indispensabile per neutralizzare un pericolo esistenziale, potrebbe permettere al premier di riunire temporaneamente il campo nazionalista, rafforzare la propria reputazione di custode della sicurezza e costringere gli avversari a una scelta difficile tra l’appoggio all’intervento militare e l’accusa di irresponsabilità.
Non è certo che questa linea venga seguita, né che garantisca i risultati sperati. Un conflitto regionale esporrebbe anche Israele a pericoli enormi. Eppure, quando la tenuta politica di una leadership si lega alla gestione continua dell’emergenza, l’eventualità che le tensioni interne vengano affrontate con un’escalation militare merita un’attenzione particolare.
I partiti palestinesi assumono un ruolo decisivo
Uno degli aspetti più rilevanti delle urne è il consolidamento della presenza araba in Parlamento, salita a 19 seggi nel conteggio delle schede ordinarie. È un risultato che rende ancora più ardua la costruzione di una coalizione alternativa a Netanyahu.
Le forze schierate attorno a Eisenkot non possono infatti convertire automaticamente il verdetto elettorale in un esecutivo. Per arrivare alla quota dei 61 seggi, dovrebbero ottenere l’appoggio dei partiti arabi oppure la loro disponibilità a favorire l’investitura parlamentare senza partecipare direttamente al governo.
È proprio su questo punto che emerge una delle maggiori incoerenze dell’opposizione. Una componente significativa dei gruppi contrari a Netanyahu resta ancorata a una visione nazionalista della sicurezza israeliana e considera con sospetto l’ipotesi di un’intesa politica con i delegati della minoranza palestinese.
Il premier può approfittare di questa divisione per bloccare la formazione di un’alternativa, presentando qualsiasi intesa con le forze arabe come un pericolo per la sicurezza nazionale. La questione palestinese si trasforma così anche in un fronte di confronto interno: non solo una disputa nazionale e territoriale, ma una frattura che attraversa tutto il panorama politico israeliano.
Washington, Trump e la minaccia di escalation
La crisi dell’esecutivo prende forma mentre anche gli assetti politici americani attraversano un passaggio delicato. Il 3 novembre si svolgeranno le elezioni di metà mandato, che potrebbero indebolire la presa repubblicana sul Congresso e restringere i margini d’azione dell’amministrazione di Donald Trump.
Per Netanyahu, il legame con Washington costituisce un pilastro della propria linea regionale. L’intesa con gli Stati Uniti, in particolare sulla questione iraniana, può influire sulla dimensione delle operazioni militari israeliane e sulle relative ricadute diplomatiche ed economiche.
Un’avanzata democratica in Congresso potrebbe accrescere il prezzo politico di una nuova offensiva contro Teheran, complicando la costruzione del consenso indispensabile per un intervento comune o coordinato. Non rappresenterebbe, però, un ostacolo automatico: la diplomazia americana conserva una solida continuità bipartisan su vari aspetti dell’appoggio a Israele.
La posta in gioco investe anche i mercati dell’energia, la protezione delle rotte commerciali e gli assetti globali. Un nuovo scontro con l’Iran potrebbe generare conseguenze ben oltre il Medio Oriente, coinvolgendo direttamente le economie europee e intensificando le tensioni internazionali.
Una crisi che coinvolge l’intera regione
Le settimane a venire saranno cruciali. Netanyahu proverà a mettere insieme una maggioranza, mentre Eisenkot dovrà provare di saper riunire forze politiche molto eterogenee, incluse quelle che finora hanno respinto un accordo con i partiti arabi. Il pericolo è che lo stallo venga gestito attraverso un’ulteriore esasperazione dello scontro politico e l’impiego della forza militare come mezzo per consolidare il consenso interno.
La crisi israeliana non può essere disgiunta dalla questione palestinese né dalla rivalità strategica con l’Iran. Perciò, la sfida non riguarda soltanto chi sarà alla guida del prossimo esecutivo, ma quale indirizzo regionale verrà adottato e con quali conseguenze.
In uno scenario internazionale già fragile, una nuova escalation non risolverebbe la crisi politica israeliana, ma potrebbe convertirla in una crisi di dimensioni molto più ampie. Evitare che la guerra diventi il mezzo per sciogliere le tensioni interne di Israele è quindi una questione che interessa l’intera regione e coinvolge direttamente anche l’Europa.
*l’autore è stato presente come osservatore internazionale alle elezioni in Israele
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