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Colpo di scena, ritirato il piano licenziamenti

 Sarà pure vero che anche le vittorie non sono più quelle di una volta, ma danno comunque più morale delle sconfitte. L’hanno dimostrato subito i lavoratori di Fincantieri, arrivati a Roma da tutta Italia – anche se, comprensibilmente, in massa soprattutto da Castellammare di Stabia e Sestri Ponente, minacciati di chiusura immediata – quando dal tavolo di trattativa è arrivata la notizia più attesa: Fincantieri ritira il piano industriale che prevedeva 2.550 licenziamenti, la rottamazione di due cantieri navali storici e il ridimensionamento di Riva Trigoso (Genova).

La decisione era in qualche misura attesa, visto che ben pochi – persino nel governo – avevano benedetto l’operazione. Nei cantieri, al contrario che in Fiat, non era stato possibile realizzare nessuna divisione tra stabilimenti a rischio e quelli «garantiti» (come fa notare Giorgio Cremaschi, ora presidente del Comitato Centrale della Fiom); gli scioperi avevano coinvolto tutti allo stesso modo. Né c’era stata alcune possibilità seria di divisione sindacale, se non altro per problemi numerici: qui la Fiom ha tradizionalmente percentuali di iscritti davvero «bulgare» (oltre il 90%, in qualche caso).
La mattinata era cominciata male a causa di un questore che lo stesso ministro Paolo Romani, nel bel mezzo della trattativa, avrebbe definito «ancora non abituato a gestire la piazza». Il treno da Genova (1.200 persone, comprese le autorità locali) doveva arrivare alla stazione Termini, per poi dar vita a un corteo già autorizzato. Veniva invece dirottato su Ostiense «per motivi di sicurezza». Altri lavoratori, in pulmann, si dirigevano invece direttamente nella sede distaccata – all’Eur, altra novità improvvisa – del ministero dello sviluppo economico, per il previsto incontro tra azienda e sindacati, alla presenza del ministro Romani.
Chiara l’intenzione «militare»: tenere i metalmeccanici del mare lontani dal centro della Capitale. Il corteo partiva comunque in direzione del Colosseo (come peraltro stabilito e «contrattato» in precedenza), ma in via S. Gregorio – tra gli alti muraglioni del Celio e del Palatino – veniva stoppato e «imbottigliato» da una quantità di agenti in tenuta antisommossa che difficilmente si vede allo stadio per il derby. La tensione saliva rapidamente, lasciando presagire una carica in stile Genova 2001, e arrivava all’orecchio dello stesso ministro, che chiedeva di sospendere la discussione. Un rapido consulto con i sindacalisti portava alla più logica delle conclusioni: «Fateli avanzare fino al Colosseo», e tutto rientrava nella norma di una giornata calda soprattutto per motivi climatici.
La discussione in via Boston ha avuto i suoi momenti paradossali. Romani apriva senza dire molto («c’è stata una richiesta da parte dei sindacati, vi ascolto»). Maurizio Landini, segretario della Fiom, illustrava la necessità di ritirare il piano industriale, avviare una discussione progettuale sul cosa e come produrre nei cantieri viste le mutate richieste del mercato, ecc (vedi intervista qui di fianco). Giuseppe Farina, segretario della Fim Cisl, si dichiarava disponibile a uno «scambio tra diritti e occupazione», come in Fiat (ma qui la proposta era di chiudere, non un ricatto sulla «produttività esigibile»). Rocco Palombella, segretario Uilm, chiedeva anche lui il ritiro del piano. A quel punto l’amministratore delegato, Giuseppe Bono, si alzava: «Se queste sono le vostre richieste, ritiro il piano e spero che così si possano esorcizzare le tensioni»; alludendo alle manifestazioni «esuberanti» dei giorni scorsi a Genova e soprattutto Castellammare, dov’era stato occupato il Municipio.
Come detto, esplodeva a quel punto la gioia dei lavoratori, fino al super-ironico coro «Bono, sei bellissimo», e il ministro Romani andava a cercarsi l’applauso dello sconfitto (Fincantieri è una società di proprietà dello Stato su cui ha competenza anche il suo ministero; impensabile che l’a.d. avesse agito in piena solitudine) scendendo per parlare al megafono. Poi, la delegazione trattante (in realtà la sola segreteria della Fiom, più Palombella e qualcun altro della Uilm, ma senza l’ombra di Farina o altri della Fim) raggiungeva i lavoratori nel frattempo tornati alla stazione Ostiense per ripartire.
Ora Fincantieri dovrà preparare un nuovo piano industriale. Ma intanto è stato siglato l’accordo per il «ribaltamento a mare» del cantiere di Sestri Ponente (ancora attraversato dalla linea ferroviaria). Nessuno crede che i problemi siano risolti. La Fiom chiede un tavolo di discussione per ragionare «sul prodotto», perché le sole navi da crociera o il militare non bastano più a garantire una domanda all’altezza della capacità dei vari cantieri italiani dell’azienda. Come sintetizza il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, «abbiamo impedito che si distruggesse, adesso bisogna ricostruire; ma il ritiro del piano è il punto di partenza per sviluppare nuove politiche per rilanciare la cantieristica».
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Maurizio Landini (Fiom): «Un’azienda da riprogettare, cambiando i prodotti»
«La crisi è un’opportunità»

ROMA
Uno come Maurizio Landini non si scompone troppo nemmeno quando le cose vanno – finalmente – per il verso giusto.
Facciamo un bilancio…
Mi sembra che si andata bene. È un risultato importante che dimostra la capacità di lotta dei lavoratori di tutti i cantieri. Il fatto che Fincantieri e il governo siano stati costretti a ritirare il piano indica la possibilità di trovare soluzioni diverse per risolvere la crisi dell’azienda. La partita però non è chiusa. Ora bisogna costruire un piano industriale vero, che possa dare in futuro. Perché la crisi c’è, e quindi è necessario per questo un coordinamento tra ministero e istituzioni, che sia in grado di delineare una diversa politica industriale. Un settore come la cantieristica dà la possibilità di ragionare su molte cose…
Non solo sulle navi da crociera…
Il limite di Fincantieri è stato pensare che si possano produrre solo navi di questo tipo o per il militare. Invece, oltre ai traghetti – che in molti casi hanno 30-40 anni, consumano e inquinano troppo, sono da rottamare – c’è la possibilità di pensare al mare come un’«autostrada» per il trasporto di merci e persone. Si può entrare nel settore delle off shore e delle energie. In realtà, va sfruttata l’opportunità della crisi. Va riorganizzata Fincantieri, innovandola nei prodotti e nei processi. Per far questo, i vari ministeri (economia, sviluppo, infrastrutture, ambiente, ecc) devono parlarsi; avere una dimensione anche europea dei processi in atto. In settori come questo, competitività vuol dire ripensare la progettazione, non giocare sui 10 minuti di pausa; ossia i prodotti e i processi di organizzazione del lavoro. I lavoratori hanno avuto la capacità di permettere a tutto il paese di affrontare questa discussione e di rendere evidente come il rilancio di un’attività industriale possa dare un beneficio generale che riguarda anche il «modello di sviluppo». Nella settimana che va ai referendum, una lotta come questa indica una strada anche eco-compatibile nella pratica.
Ora attendete un nuovo piano o si apriranno tavoli per prepararlo?
Li dobbiamo incalzare proprio su questo. Sono previsti incontri con le Regioni per discutere delle infrastrutture locali, dentro un quadro nazionale. Ma è necessario che il nuovo piano sia frutto di un lavoro collegiale. Il governo si è offerto di essere «il luogo» che riassume, da qui a un mmese, le cose da fare. Non so se è sufficiente, ma questa discussione va istruita senza compatimenti stagni, trasversalmente. Sarebbe un’occasione vera per ripensare alle politiche e a un’uscita dalla crisi che raccordi il sistema manifatturiero e industriale di questo paese.
La «proprietà statale», quanto ha risentito della nuova situazine politica?
Di sicuro. questa reazione di tutti i lavoratori, dal Nord al Sud, unitaria..
Al contrario della Fiat…
Sì. La mobilitazione corale ha costretto tutte le forze politiche a prendere posizione. Un cantiere, per una città, non è come una fabbrica. È qualcosa di più, c’è una simbiosi, è un pezzo della città. Da questo punto di vista si sono messe in moto energie importanti. Per noi il problema non è quello di far cambiare idea a Bono; rimane quello di offrire un rilancio e uno sviluppo per il paese.

da “il manifesto” del 4 giugno 2011

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