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Ideologi di corte per i “nuovi contratti”

Vi proponiamo questi due articoli usciti oggi sul Sole24Ore, quotidiano di Confindustria, e Il Corriere della Sera. Nel primo si lancia con grande evidenza un “appello” – firmato da editorialisti dello stesso giornale – a sostegno dell’”avviso comune” tra Confindustria e sindacati che potrebbe essere siglato già venerdì, in occasione dell’incontro convocato da Emma Marcegaglia.

Cos’è l’”avviso comune”? E’ il nome in codice di ogni accordo tra parti sociali (imprese da un lato, sindacati dall’altro) che istituzionalizza un certo assetto delle relazioni industriali, e che il governo può recepire e formalizzare con una legge. Nell’incontro di venerdì due sono i temi per Confindustria centrali: la cosiddetta “esigibilità” dei contratti e la rappresentanza sindacale. Per le imprese un contratto è “esigibile” se – nel forzarne unilateralmente i termini (esempio: aumentando la velocità della linea di montaggio, pretendendo più straordinari di quelli contrattati, ecc) – non si trovano davanti a scioperi improvvisi, “di resistenza”, proclamati autonomamente dagli stessi operai e dalle Rsu aziendali. Esigibilità, nel lessico di questa stagione, è una parola usata al posto di “divieto di sciopero”. Bisogna capirli, poveri padroni: lo sciopero è, per la Costituzione italiana, un diritto individuale di ogni lavoratore. Insomma, un diritto indisponibile che non può esser ridotto né dalla contrattazione né da un’eventuale legge. E quindi usano metafore.

Sulla rappresentanza sindacale, invece, lo sforzo è più complicato: il “modello Marchionne” prevede che l’azienda si possa scegliere il sindacato con cui trattare, purché dica sì a ogni pretesa dell’azienda. Cisl e Uil (più sigle fantasma come Fismic e Ugl) l’hanno fatto subito, in Fiat. Ma la gran parte delle imprese sa che non si può tagliar fuori il maggior sindacato italiano, la Cgil. C’è il rischio di risvegliarne ardori ormai assopiti da tempo (metalmeccanici a parte). E quindi l’incontro di venerdì, su questo punto, si preannuncia difficile. Susanna Camusso, l’ex craxiana assunta nell’empireo della segreteria generale Cgil nonostante – o forse grazie a – una lontana “espulsione” dalla Fiom, si presenterà con una propria proposta (niente affatto bella) e un mandato che non prevede possibilità di firmare qualcosa di diverso. Probabile, dunque, che se ne esca con un altro “accordo separato|. Ossia con un “avviso poco comune”, che non soddisferebbe le imprese. Anzi, crea preoccupazione.

 

Che ti combinano allora le teste pensanti dei due grandi giornali padronali? Da un lato piazzano un “appello” di teste d’uovo che chiede la “condivisione” dei nuovi contratti “modello Fiat”, più aziendali che nazionali, derogabili dalle aziende a seconda delle necessità, incerti dunque nei confini e nell’attuazione (tranne che dal lato delle imprese, che lo voglio “esigibile”). Dall’altro pubblicano con grande enfasi e la firma dell’ex dirigente del Movimento Studentesco capanniano, Dario Di Vico, un abstract della ricerca compiuta dall’istituto Swg sugli operai di Trieste. Da cui vien fatto emergere a forza che questi sarebbero oggi “apolitici, aziendalisti”, interessati solo al salario, “anti scioperisti”.

Giova ricordare che Swg è un istituto storicamente di area Pd: qualsiasi “risposta” dia con le proprie ricerche, finisce inevitabilmente per “suggerire” qualcosa di molto vicino alla linea o ai desiderata del partito.

Dal combinato disposto dei due articoli, dunque, vien fuori un’“autorevole” pressione sulla Cgil perché si acconci ad aderire alle nuove formule contrattuale, schiantando “finalmente” quei reprobi della Fiom che, con il loro esempio, stanno da un anno facendo rinascere un briciolo di protagonismo di massa.

Bisogna capirli, i padroni: già ci hanno rimesso sulla privatizzazione dell’acqua. Mi ca vorremmo andare avanti in questa direzione, no? Susanna, dacci una mano, implorano gli “appellanti”, Dario Di Vico e quei prestigiatori d’opinioni dell’Swg.

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da IlSole24Ore

Imprese e sindacati, è l’ora di condividere i nuovi contratti

 

Discutere, ragionare, parlare. Poi, ancora discutere, ragionare, parlare. Immancabile la pausa di riflessione e, per ragioni di calendario, la “inevitabile” sosta per il periodo di vacanza. In questo modo, è anche più facile riprendere il dialogo, rendere “formalmente costruttivo” il confronto, avviare tutte le indispensabili comparazioni nazionali e internazionali. L’importante è non prendere mai una decisione.

Concertare in Italia, a parte poche eccezioni come la fortunata stagione della politica dei redditi che consentì di uscire dalla spirale inflazionistica, ha significato essenzialmente questo: accantonare i problemi, rinviare le decisioni.

In un contesto interno ed estero preoccupanti in misura progressiva. Una crescita sempre nettamente al di sotto della media europea negli ultimi dieci anni e una forte disuguaglianza territoriale e sociale. Fino alla crisi finanziaria globale che ancora oggi morde pesantemente sull’economia reale. Non sono mancate altre lodevoli eccezioni come il libro bianco di Marco Biagi, i contratti a progetto e la nuova flessibilità che hanno aperto, soprattutto per i più deboli, una prospettiva di lavoro, ancorché fragile, nell’ambito della legalità: hanno offerto opportunità ai molti, troppi, che restavano (e in buona parte restano) impigliati nella rete di un sommerso sempre più largo e diffuso.

Il punto vero di svolta, però, si è avuto con l’accordo interconfederale del 2009 tra Confindustria, le altre associazioni datoriali e le organizzazioni sindacali, ad eccezione della Cgil, che ha aperto un doppio binario per aiutare il treno della produzione italiana (grande e piccola) a non deragliare sotto i colpi della crisi globale. Il primo è quello del meccanismo delle “deroghe” contrattate con il sindacato all’interno dei nuovi contratti nazionali di settore. Il secondo riguarda, invece, accordi specifici a livello di azienda o di stabilimento. Resta inteso che il contratto nazionale è in vigore e viene regolarmente applicato in tutte le aziende.

Questo è il quadro attuale. Si è definito all’interno di uno scenario di diffusi contrasti e marcati dissensi, ma costituisce il risultato – è bene ricordarlo – di un cammino nuovo che ha coagulato il consenso di un’ampia maggioranza di sindacati e di imprese e ha garantito di preservare occupazione in momenti di forte difficoltà. L’inizio della svolta c’è stato, ricalca il percorso di economie che hanno mostrato vitalità e determinazione nell’affrontare la crisi come quella tedesca, necessita di un surplus di responsabilità e di condivisione per mettere in sicurezza il futuro, rendendo esigibili fino in fondo i nuovi contratti e assicurando regole condivise sui temi della rappresentanza dei lavoratori e dei diritti sindacali.

Non c’è altra via, al di fuori di questa, perché si possa scambiare più produttività con più salario e si possa mettere il nostro Paese in grado di competere con le sue relazioni industriali sul mercato dell’attrazione degli investimenti. Un avviso comune tra le parti sociali che si traduca poi in una legge è oggi più vicino di quel che appaia e rappresenta un obiettivo sul quale misurare il grado di responsabilità della classe dirigente imprenditoriale e sindacale di questo Paese. Questa volta tocca poco alla politica e molto a imprese e rappresentanti dei lavoratori. Questo giornale ritiene che Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti abbiano l’opportunità (irripetibile) e il dovere (assoluto) di non sottrarsi a questa sfida.

Non si tratta di ripercorrere i riti della concertazione che discute, ragiona, parla e mai decide. Si tratta piuttosto di darsi un tempo limitatissimo per assicurare stabilmente a imprese grandi e piccole l’esigibilità dei nuovi contratti e garantire produttività, reddito e occcupazione in Italia secondo standard competitivi con Paesi omogenei a noi come Germania, Francia e Gran Bretagna, solo per fare qualche esempio. Per una volta, sarà possibile recuperare uno spirito condiviso e mettere l’interesse generale davanti a quello particolare? Se ciò non avverrà nessun interesse particolare sarà realmente tutelato e saranno il Paese e i suoi giovani, come sempre, a pagarne il prezzo più elevato. Ognuno faccia la sua parte e non si sottragga alla quota di responsabilità che gli appartiene. Non esistono scorciatoie per il futuro.

Hanno aderito all’appello:
Giorgio Barba Navaretti, Pierpaolo Benigno, Valerio Castronovo, Franco Debenedetti, Carlo Dell’Aringa, Alessandro De Nicola, Gian Maria Gros Pietro, Luigi Guiso, Andrea Ichino,
Alessandro Leipold, Stefano Manzocchi, Michel Martone, Donato Masciandaro, Roberto Perotti, Guido Rossi, Michele Tiraboschi, Giacomo Vaciago, Luigi Zingales

 

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Corriere della sera

 

I nuovi operai, apolitici e aziendalisti

Dario Di Vico

Politicamente orfani, sindacalmente freddi, sempre più aziendalisti e in materia di rivendicazioni decisamente orientati a chiedere più salario: il 31% degli operai si sente tutelato «dalla sinistra e dal

centrosinistra». È il nuovo profilo della categoria come emerge da un’indagine Swg sul mondo del lavoro .

 

A commissionarla è stato il Pd per la sua recente Conferenza del lavoro, ma «l’indagine sulla condizione operaia in Italia» presentata da Roberto Weber è rimasta sotto traccia durante la due giorni genovese. Eppure a spulciare le tabelle presentate dal direttore della Swg si trovano diverse novità e, se una volta Aris Accornero aveva rimproverato la sinistra di aver fatto degli operai «una macchina per la lotta di classe» , oggi siamo lontani anni luce da quel modello. Gli operai in carne ed ossa delineati da Weber nel suo rapporto di ricerca sono di un altro secolo: politicamente orfani, sindacalmente freddi, sempre più aziendalisti e in materia di rivendicazioni decisamente orientati a chiedere più salario.

«La de-ideologizzazione del mondo del lavoro è iniziata da tempo, ma con questa indagine appare compiuta — sottolinea Weber —. E si delinea una prossimità tra azienda e lavoratore, tra chi vende e chi compra lavoro, che non può più essere ignorata» . L’indagine è stata realizzata tramite interviste a un campione (600 operai) pienamente rappresentativo dal punto di vista delle differenze di genere, anagrafiche e territoriali. Si comincia a lavorare in fabbrica molto presto (in media a 19 anni), l’orario settimanale è di 37 ore e la retribuzione di 1.100 euro con uno scarto di 380 euro tra uomini e donne. Alla impegnativa domanda «da quale area politica si sente maggiormente tutelato come lavoratore» il 31%degli operai risponde «dalla sinistra e dal centro-sinistra», il 18%«dalla destra e dal centro-destra» e solo il 3%dal «centro» . Resta fuori però la fetta più ampia: un 42%che non ha remore a rispondere: «da nessuno» .

Commenta preoccupato Weber: «C’è il pericolo che questo segmento diventi l’anticamera di una vasta area di qualunquismo e un bacino di voti per aree politiche che per cultura/valori/ideologia hanno da condividere ben poco con la classe operaia» . In sostanza la sinistra conferma il suo primato, tiene a distanza il centro-destra (che pure si giova del populismo leghista), ma lascia scoperta la maggioranza relativa delle tute blu che prende risolutamente le distanze dalla politica in quanto tale. I segnali di maggior spaesamento vengono dalle donne (quel 42%diventa 52%) e da quanti hanno un contratto a tempo determinato (57%). La seconda sorpresa arriva dalla valutazione del proprio lavoro: piace «molto o abbastanza» alla grande maggioranza. È soddisfatto il 67%degli operai comuni e l’ 80%degli specializzati! Una percentuale così elevata è un effetto della Grande crisi, per cui chi un lavoro ce l’ha non guarda più tanto per il sottile? I ricercatori non lo escludono, ma sostengono che si tratta di un processo di lungo periodo. La cultura del conflitto scema e risulta molto attenuata, resta solo un’extrema ratio e cresce invece una valutazione più oggettiva della propria condizione lavorativa. Oggettiva non vuol dire acritica, tanto è vero che il 43%degli intervistati pensa che il proprio lavoro richieda esperienze professionali che però non sono riconosciute (un 30%pensa invece di sì). Per questo motivo il 48%degli intervistati chiede di essere pagato meglio. E il riconoscimento economico supera nettamente le altre rivendicazioni, come la richiesta di «più sicurezza per il futuro» (27%) e di «più gratificazione professionale» (19%). Del resto da una tabella costruita dalla Swg abbiamo un riepilogo delle retribuzioni operaie: solo il 13 supera i 1.500 euro mensili netti, il 43%guadagna tra mille e 1.500 euro e ben il 41%resta sotto quota mille. Le tensioni sul salario si spiegano così, con paghe tra le più basse d’Europa. Di grande interesse (e novità) è anche il giudizio operaio sulle risposte messe in campo davanti alla recessione. Qui la «prossimità» o «complicità» con il datore di lavoro balza fuori netta. Alla domanda come «la tua azienda ha saputo rispondere alla crisi» gli operai del campione Swg rispondono per il 72%«molto bene o abbastanza bene» . Solo il 28%è critico nei confronti del proprio padrone per le scelte che ha fatto/non fatto per arginare il vento contrario. Se la stessa domanda («come ha saputo rispondere» ) ha come soggetto il sindacato, il giudizio degli operai cambia radicalmente e si fa severo. Solo il 33%pensa che i sindacati abbiano risposto «molto o abbastanza bene» alle sfide della crisi, mentre il 67%li boccia senza appello. Nei confronti del sindacalismo i lavoratori sono in generale molto critici. Solo il 31%valuta positivamente l’azione dei propri delegati di fabbrica, la percentuale scende al 26 quando la domanda riguarda i funzionari sindacali esterni (di territorio) e precipita al 22%quando il giudizio è richiesto sui leader nazionali. (Weber, rapportando quest’ultimo dato ai risultati di analoghe indagini svolte in passato, segnala un secco dimezzamento). Fanno eccezione al grande freddo gli iscritti alla Cgil compresi nel campione che dimostrano maggior patriottismo di organizzazione e danno un giudizio positivo al 56%per i propri delegati di fabbrica, al 44%per i funzionari esterni e al 35%per i leader romani. Dai sindacati in questo momento cosa vorreste?

La risposta più gettonata è «più unità» (43%), seguita da «più azione contrattuale» (23%) e da «più ragionevolezza» (19%). Weber sottolinea come solo l’ 8%chieda «più conflittualità» . Lo scioperismo fine a se stesso non sembra contare molti seguaci. Infine il caso Mirafiori. Il giudizio sull’accordo tra alcuni sindacati e la Fiat di Sergio Marchionne è giudicato «un ricatto» dal 33%mentre il 30%lo considera al contrario «una necessità» . Un altro 13%lo giudica drasticamente come «un abbandono delle conquiste del ’ 900» e questa fazione più pessimista è bilanciata da una analoga tribù di ottimisti che interpretano Mirafiori come «una modernizzazione dei rapporti di lavoro» . Davanti a un materiale di indagine così ricco le conclusioni non sono facili, ma Weber ne trae almeno una (di metodo) rivolta al committente (il Pd): «Dopo il tempo dell’ideologia che c’è stato un vuoto di intervento. Ora questi dati dimostrano i grandi cambiamenti intervenuti e delineano nuovi spazi di intervento. Ma per riaprire un rapporto più fecondo tra gli operai e il centro-sinistra non si può vivere di rendita, è arrivato il tempo di ri-seminare»

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