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Usa. Dipendenti dei fast food in sciopero per il salario a 15$ l’ora

Lotta di classe alla statunitense. A partire dai jobs meno qualificati, che costituiscono da qualche anno quasi integralmente l’offerta di occupazione yankee. Protagonisti della protesta in corso oggi – addirittura con uno sciopero che si voge in condizioni difficilissime, sia per la legislazione americana (decisamente antisindacale), sia per lo sarpagliamento strutturale del setore. 

In lotta sono infatti lavoratori delle catene fast food, con una copertura ambiziosa (circa 250 città, si spera) e un obiettivo unitario chiaro: innalzare la soglia del salario minimo a 15 dollari l’ora. Come è noto, almeno in parte, negli States non esistono salari fissati in base alla contrattazione nazionale. Solo in pochissime aziende di grandi dimensioni è infatti ancora vivo un sindacato che sarebbe eufemistico definire “complice”, e che “contratta” – si fa per dire – sia isalri che le condizioni di lavoro a livello aziendale. Nel settore auto, per esempio, il recente contratto firmato in Fiat-Chrysler (dopo una prima sonora bocciatura e una riscrittura appena meno peggiore) fa sostanzialmente da benchmark anche per quelli in Ford e General Motors.

Per tutti gli altri lavoratori, decine di milioni, c’è solo il salario minimo fissato per legge, a livello federale o statale. Da oltre un anno è attivo un movimento Fight for 15‘, che è anche al timone della protesta i oggi, e che pretende appunto l’innalzamento a questa quota della retribuzione minima oraria. L’obiettivo è diventato in qualche modo una discriminante di programma all’interno delle primarie dei democratici (tra i repubblicani l’idea di alzare il salario minimo è una bestemmia: danneggerebbe l’economia…), che però finora si orientano verso una “forchetta” meno radicale: 12-15 dollari l’ora. Obama, nel corso della sua presidenza, aveva provato – debolmente e dunque inutilmente – a proporre un disegno di legge per portarlo a 10,10 dollari.

Quindi c’è attenzione anche politica sulla riuscita o meno della protesta, visto che sono ben 64 milioni i lavoratori statunitensi che guadagnano meno di questa cifra (e quindi sono tecnicamente working poors). In ogni caso, il movimento condizionerà le campagne elettorali, invitando a votare soltanto quei candidati che si esprimeranno apertamente a favore di questa “riforma”. Si tratta infatti praticamente di un raddoppio secco dell’attuale salario minimo, fermo da anni a 7,25 dollari.

Sono i paradossi dell’eliminazione dei sindacati: la lotta per il salario diventa una questione direttamente politica.

 

 

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