Intervista a Guido Lutrario dell’Esecutivo nazionale dell’USB.
Nell’ultimo mezzo secolo gli operai sono passati dentro un violento processo di ristrutturazione e destrutturazione che li ha frammentati, resi subalterni, depotenziati ideologicamente come settore sociale che pure aveva guidato i processi di cambiamento del paese. Oggi si stanno determinando le condizioni per invertire questa tendenza e rimettere al centro “la questione operaia” e la spinta alla trasformazione.
Prima con la parola d’ordine “Abbassate le armi, alzate i salari” poi con il “Blocchiamo tutto”, le lavoratrici e i lavoratori si sono rimessi al centro di una mobilitazione sociale e politica complessiva che sta lasciando il segno.
Sabato scorso a Roma l’Usb ha tenuto una assemblea operaia a livello nazionale che ha rimesso al centro tale questione. E’ stata convocata una manifestazione operaia per il 23 maggio. Un appuntamento che, dopo le mobilitazioni e gli scioperi dell’Autunno, può riaprire un ciclo importante, a tutto campo.
Sabato 28 marzo avete tenuta una assemblea operaia a livello nazionale. Quali sono gli obiettivi che avete messo in cantiere con questo appuntamento?
C’erano due questioni al centro dell’assemblea: quella salariale e quella operaia. E’ ormai risaputo che l’Italia vive una forte emergenza salariale, poiché alla caduta trentennale del salario medio avvenuta solo qui da noi tra tutti i paesi dell’Ocse, si è aggiunta la condizione di forte instabilità dei prezzi energetici dovuta alle crisi internazionali.
In questa situazione, i salari sono esposti ad una ulteriore contrazione ed è ormai evidente che i rinnovi contrattuali non riescono a tenere il passo dell’inflazione. I sindacati Cgil, Cisl e Uil non si oppongono e i partiti di opposizione neppure, poiché temono di suscitare aspettative che poi, nel caso andassero loro al governo, non potrebbero rispettare.
Ma la situazione sta diventando drammatica e non possiamo continuare a veder scendere le nostre retribuzioni senza reagire. C’è bisogno di una grande mobilitazione nazionale che metta al centro l’aumento dei salari, 2000 euro deve diventare il minimo in ogni contratto, e poi serve l’introduzione di un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione.
L’altra questione è quella operaia. Questa contrazione dei redditi da lavoro è stata possibile indebolendo la forza contrattuale degli operai e seminando i germi della rassegnazione e della sconfitta. Ma i movimenti di questo autunno, che sono stati infiammati proprio dalla spinta di un settore operaio, i portuali, ci dicono che siamo di fronte ad una inversione di tendenza: gli operai possono tornare a svolgere un ruolo di protagonisti se rompono i meccanismi della frammentazione e ritrovano fiducia nella loro forza.

Se quei movimenti che giustamente hanno riempito le piazze di tutto il Paese, per denunciare il genocidio del popolo palestinese, riusciranno a sviluppare la loro iniziativa attorno ai nodi sociali che affliggono la penisola e a collegare, quindi, la lotta contro la guerra e il riarmo con quella per il salario, allora assisteremo finalmente ad un processo di cambiamento reale come ci auguriamo da tanti anni.
Questo è l’obiettivo sul quale stiamo lavorando e che ci porterà alla mobilitazione del 23 maggio. Nell’assemblea centinaia di delegati operai hanno approvato un Manifesto che rappresenta la piattaforma operaia per una vera alternativa. Porteremo questo Manifesto in tutto il Paese con centinaia di assemblee sui posti di lavoro e non solo, per allargarla e farla diventare una proposta generale sulla quale preparare un nuovo più grande e radicale “blocchiamo tutto”.
L’Usb afferma che senza il lavoro operaio questo paese si ferma. Cosa intendete dire?
Se quelli che producono, trasportano e distribuiscono le merci decidessero di fermarsi, il Paese sarebbe bloccato. La teoria che ci hanno propinato per decenni che tutto dipende dalle imprese e che sono gli imprenditori quelli che mandano avanti la vita di una nazione è servita a mettere in ombra una verità quasi banale e cioè, che senza il lavoro delle persone che sono addette alle attività nevralgiche del produrre, dall’agricoltura all’industria, del trasportare, dalla logistica industriale a quella che investe tutto il mondo delle merci e che comprende i porti, le stazioni, gli aeroporti e i grandi hub o interporti attraverso cui si governano i flussi, fino al lavoro di chi è addetto alla distribuzione, a cominciare dagli addetti delle grandi catene, senza questo lavoro quotidiano il Paese non potrebbe vivere.
Questo lavoro costituisce la spina dorsale della vita economica e rappresenta l’insieme delle attività sulle quali si registrano i maggiori introiti, è da qui che passano i profitti. Si tratta di un flusso continuo e ininterrotto che manda avanti il sistema giorno e notte 24 ore su 24: ogni singolo rallentamento costituisce una perdita e, se si producesse un blocco, la perdita sarebbe clamorosa e i padroni andrebbero in tilt.
Dopo decenni in cui in tanti avevano decretato la fine della classe operaia voi, al contrario, ne riaffermate la centralità? Puoi spiegarcelo meglio?
Questo lavoro operaio costituisce la linfa di una rete di attività che, attraverso le catene del valore, consente di valorizzare il capitale delle imprese. Scomparsa la grande fabbrica, dove la concentrazione degli operai in pochi grandi agglomerati favoriva l’emergere di una forza contrattuale che gli operai potevano giocare non solo sulle proprie condizioni di lavoro ma anche come strumento per allargare gli spazi di democrazia nella società e promuovere cambiamenti sociali e politici di portata generale, il mondo operaio si è visto sottratto un potere che gli derivava dalla possibilità di interrompere la produzione.
Decentramento produttivo prima, globalizzazione poi, hanno indebolito gli operai, producendo un arretramento generale in tutta la società. Ma la verità è che gli operai continuano ad essere collocati nel cuore nevralgico del sistema, con la differenza che non lavorano più tutti assieme ma sono disseminati e scomposti in una rete di aziende di medie, piccole e piccolissime dimensioni.

Questo rende più complessa sia la presa di coscienza della rilevanza della propria condizione che il processo di organizzazione. E l’organizzazione sindacale diventa lo strumento fondamentale per ricomporre quello che i padroni, attraverso la scomposizione del processo produttivo, hanno frammentato.
In questo ragionamento non c’è nessuna nostalgia del tempo che fu o l’idea che possa riprodursi quello che abbiamo vissuto nel passato. La classe operaia di oggi è completamente diversa da quella che abbiamo conosciuto qualche decennio fa e , in buona parte, ha perso anche la memoria di quello che è stata. Se volessimo riprendere i concetti marxiani di classe in sé e classe per sé, potremmo dire che oggi gli operai non hanno alcuna consapevolezza di essere parte di una classe e di poter giocare un ruolo decisivo nella situazione che stiamo vivendo.
Questa situazione però non è affatto irreversibile e la vicenda del Blocchiamo tutto, che non a caso è stata promossa da un quadro operaio, potrebbe avere innescato una inversione di tendenza.
Perché c’è stato un processo di de-industrializzazione così violento nel nostro paese?
L’industria in Italia è stata vissuta dai padroni come un problema politico: gli operai erano diventati troppo forti ed erano stati capaci non solo di ridurre i margini di profitto ma anche di mettere in moto una stagione di grandi cambiamenti e bisognava fermarli.
Gli anni 80 sono stati quelli della restaurazione che, sul piano del sistema produttivo, ha significato lo smantellamento delle grandi concentrazioni operaie e la vendita delle imprese pubbliche. Per anni ci hanno raccontato delle magnifiche sorti dei distretti e del nuovo modo di produrre che si andava affermando, in particolare in alcune zone del paese, a cominciare dal Nord-Est.
Si è favorita una terziarizzazione del sistema industriale, cioè l’esternalizzazione dall’azienda di tutta una serie di attività considerate non strategiche, con l’obiettivo politico di dividere i lavoratori e ridurne la concentrazione e con quello economico di riuscire ad abbassare il costo del lavoro e scaricare costi e responsabilità sulla filiera degli appalti.

Questo sistema ha funzionato sul piano politico perché ha consentito una riaffermazione del dominio dei padroni nelle aziende ed un arretramento clamoroso dei diritti per chi lavora. Ma si sta rilevando sempre meno funzionale a reggere il piano della competizione internazionale, in un’epoca in cui è diventata fondamentale l’innovazione tecnologica. Questo spezzettamento del sistema industriale oggi rende particolarmente vulnerabile il nostro sistema produttivo, che non è più in grado di reggere il confronto con i mercati delle grandi potenze, dagli Usa alla Cina. E questo sta accelerando la deindustrializzazione del Paese.
L’Italia non ha più, ormai da tempo immemore, una politica industriale. Messa da parte la grande industria pubblica, è venuta meno la possibilità stessa di immaginare una politica per l’industria che non fosse quella degli sgravi contributivi e dei finanziamenti più o meno a pioggia gestiti nel corso dei decenni. Come si sa i privati hanno fatto man bassa degli aiuti di Stato ma non certo per migliorare il sistema produttivo del Paese ma semplicemente per curare i propri affari, il che ha permesso di trasferire risorse pubbliche sul sistema finanziario o addirittura all’estero.
Il governo Meloni e, in particolare, il ministro Urso, hanno sostenuto di voler rilanciare una politica industriale ma senza rimettere al centro l’intervento pubblico. Il ministero dell’industria ha preso il nome, paradossalmente, di Made in Italy, ma non ha potuto far altro che assistere al progressivo espatrio della nostra industria o alla vendita a multinazionali straniere di non poche aziende italiane.
Non c’è una sola crisi industriale che siano riusciti a risolvere in modo positivo, l’esito delle negoziazioni, quando va bene, è sempre la contrazione dei posti di lavoro e dei volumi di attività. La verità è che si limitano a gestire la deindustrializzazione, continuando a foraggiare un mondo imprenditoriale che si è abituato a vivere di aiuti di Stato.
A vostro avviso qual è il nesso tra crisi industriali, bassi salari e riconversione dell’industria verso il settore militare?
Lo sviluppo del settore militare viene visto dall’Unione Europea come la grande unica opportunità di rilancio della base produttiva continentale. Il Piano di finanziamento da 800 miliardi viene giustificato come lo strumento per rilanciare l’aggiornamento tecnologico e colmare il ritardo accumulato dall’industria europea nei confronti dei maggiori competitori internazionali. E la prosecuzione della guerra in Ucraina contro la Russia costituisce l’argomento più forte per zittire ogni resistenza e procedere spediti sulla strada del riarmo.

Questo processo assorbe buona parte della spesa pubblica che la Ue può mettere a disposizione dello sviluppo industriale e costituisce un freno oggettivo ad incanalare le risorse in altre direzioni. In Italia lo si è visto bene con l’ultima legge di Bilancio, che è stata pensata per cercare di rientrare dentro il limite del 3% nel rapporto tra PIL e deficit di bilancio e portare il Paese fuori dalle procedure di infrazione, che è la condizione che renderebbe possibile svincolare la spesa pubblica per la difesa dal Patto di Stabilità.
E’ quindi la scelta per il riarmo che impedisce la possibilità di indirizzare le risorse pubbliche verso un rilancio del nostro sistema industriale in una direzione diversa e cioè mettendo al primo posto il mercato interno e le infrastrutture civili, la tutela del territorio, le fonti energetiche rinnovabili, il patrimonio edilizio pubblico e popolare. Viceversa, la scelta di puntare tutto sul militare si sposa anche con il classico modello adottato in Italia negli ultimi decenni di favorire i settori per l’esportazione, che spinge a tenere bassi i salari per reggere la concorrenza, senza curarsi della depressione crescente che sta subendo tutto il nostro sistema economico.
Insomma, si tratta di un vero e proprio modello economico che si è imposto in Italia, spesso sotto la spinta dell’Unione Europea e che è stato sostenuto non solo dai settori dominanti ma anche da entrambi gli schieramenti politici. I suoi cardini sono sempre stati: no all’intervento pubblico, bassi salari, economia orientata all’esportazione e contenimento della spesa pubblica.
Ora che questo sistema si è rivelato completamento inadeguato a reggere il confronto con le grandi potenze capitalistiche globali e, contemporaneamente, ha prodotto un’esplosione delle disuguaglianze sociali, si pensa che l’investimento massiccio nel settore militare possa rilanciare l’economia europea. Un’idea folle sostenuta da tutto l’establishment della Ue a cominciare da Mario Draghi e che trova concordi le maggiori forze politiche italiane, da Fratelli d’Italia al Partito Democratico.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
Franco
La butto lì: siamo alla vigilia di un governo tecnico.