I portuali venerdi 30 ottobre hanno incrociato le braccia in tutto il mondo per la seconda Giornata internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi e con lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”.
La prima mobilitazione internazionale era avvenuta lo scorso 6 febbraio quando aderirono 21 porti del Mediterraneo. Ieri la mobilitazione si è estesa a quattro continenti coinvolgendo 113 porti di 22 paesi in tutti i continenti e 25 sindacati dei portuali.

Lo sciopero internazionale di ieri è stato il risultato di un lavoro avviatosi lo scorso maggio con la Dichiarazione di Istanbul, un documento sottoscritto da sei sindacati (Usb in Italia, Cgt in Francia, Enedep in Grecia, Lab nei Paesi baschi, Liman-is in Turchia e Odt in Marocco) uniti nella rete Ports in action.
L’obiettivo di quella iniziativa era allargare i confini della lotta al resto del globo ed è riuscito: altri sindacati hanno aderito all’appello di Instanbul e oltre all’Europa e al Mediterraneo si è manifestato nei porti degli Usa, Messico, India, Australia.
I portuali hanno stimato di avere provocato ritardi e problemi nel trasporto via mare per almeno 52mila container per un valore di 2,8 miliardi di dollari.

In Italia i blocchi ai porti sono iniziati la mattina presto. A Genova hanno incendiato copertoni per bloccare la strada. A Livorno i fuochi d’artificio alle sei di mattina hanno annunciato l’inizio dello sciopero.
Presìdi anche ai varchi del porto anche a Trieste, Gioia Tauro, Ancona, Civitavecchia, dove i portuali hanno organizzato affollati presidi e ostacolato gli accessi alle banchine sin dall’alba, mentre a Ravenna un cordone di canoe e zattere gonfiabili ha chiuso il passaggio delle navi nel canale Candiano. In quel momento doveva uscire la portacontainer Msc Eagle III con destinazione Israele.
I portuali dopo i blocchi ai varchi si sono via via uniti alle manifestazioni convocate per lo sciopero generale convocato dall’Usb.
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