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Morti sul lavoro. Loro “si volevano bene” ma i loro padroni no!

L’azienda Icotekne sostiene: “è prematuro parlare di infortunio sul lavoro” e nei giorni scorsi in alcune dichiarazioni di Roma Metropolitane l’accusa all’operaio di essere l’unico responsabile della sua morte – “non doveva essere lì, doveva chiamare una squadra specializzata” – era stata abbastanza esplicite. Eppure sulla morte di Bruno Montaldi è stata aperta un’inchiesta per accertare le cause del decesso e le responsabilità: il sospetto degli inquirenti è che una fuga di azoto possa aver causato la morte dell’operaio. Un’ipotesi rafforzata dal fatto che le lesioni trovate sul corpo del lavoratore non sarebbero sufficienti a giustificarne da sole la morte. Montaldi potrebbe essere dunque caduto dopo aver percorso una parte della discesa nel pozzo: da un’altezza di 10-15 metri. Una volta caduto però, l’operaio non sarebbe riuscito a rialzarsi. E il decesso potrebbe spiegarsi, a questo punto, con una fuga del gas contenuto nelle tubature presenti nel pozzo. A quanto pare il cadavere è stato trovato dopo diverso tempo, rispetto al momento della morte. Una circostanza compatibile con l’intossicazione. In ogni caso sarà l’autopsia a sciogliere i dubbi. Certo è che in cantiere mancavano i rilevatori di gas e gli autorespiratori per gli addetti mentre la scala per risalire all’interno del pozzo del cantiere della metro B1 non era a norma. «La meccanica dell’accaduto è difficile da comprendere. Di sicuro c’è che Bruno Montaldi non doveva essere da solo nel luogo in cui è stato trovato”, è quanto ha dichiarato il presidente di Romametropolitane riuscendo quasi ad addossare all’operaio stesso la responsabilità della sua morte, “il fatto che si sia mosso da solo – ha aggiunto – anche in presenza di un’anomalia e  in una zona in cui avrebbe dovuto intervenire dopo aver chiamato la squadra rende l’indagine più complessa. Forse un impulso, un istinto lo ha spinto a spingersi in quella zona». Della stessa idea il sindaco, Gianni Alemanno secondo il quale “non ci dovrebbero essere responsabilità da parte dell’impresa appaltatrice e dello staff tecnico”. Tuttavia allo stato attuale il responsabile della sicurezza della Icotekne di Napoli, risulta indagato con l’accusa di omicidio colposo.

Intanto è arrivata al capolinea l’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Raffaele Graziano sulla morte di quindici operai dell’Ilva di Taranto deceduti dal 2004 al 2010 per malattia professionale. L’inchiesta si è conclusa con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari a 30 persone, tutti dirigenti o ex dirigenti dell’Ilva di Taranto. Nell’elenco ci sono il patron (o padre padrone) Emilio Riva, suo figlio Fabio, il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e poi coloro i quali hanno traghettato l’acciaio di Stato nelle mani della famiglia Riva dal 1975 al 1995, anno della privatizzazione, compresi personaggi come Giorgio Zappa, attuale direttore generale di Finmeccanica, in forza all’Ilva dal 1988 al 1993, o come l’ex sottosegretario del governo Prodi Enrico Micheli, morto lo scorso 21 gennaio e per il quale dovrà dunque procedersi alla dichiarazione di estinzione del reato per morte del reo. Per tutti è stato ipotizzato il disastro colposo e l’omissione dolosa di cautele sul luogo di lavoro, in quanto si legge nell’avviso «omettevano nell’esercizio ovvero nella direzione dell’impresa, nell’ambito delle rispettive attribuzioni e competenze, di adottare cautele che secondo l’esperienza e la tecnica sarebbero state necessarie a tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro, in particolare impianti di aspirazione nonché sistemi di abbattimenti delle polveri-fibre contenenti amianto idonei a salvaguardare l’ambiente di lavoro dall’aggressione del suddetto materiale cancerogeno”. Per i 15 operai deceduti al centro dell’indagine viene poi, caso per caso, contestato l’omicidio colposo a chi, dei 30 indagati, rivestiva ruoli di responsabilità nel periodo nel quale il lavoratore ha prestato la sua attività al siderurgico. Nonostante i riflettori della magistratura sulle morti da malattie professionali e da negligenze in merito alla sicurezza sul lavoro, il tragico bilancio degli infortuni non accenna a diminuire. È notizia di ieri che un operaio, dipendente della tintoria Cambi a Prato è stato colpito mentre lavorava da un getto di una sostanza chimica che lo ha raggiunto nella parte superiore del tronco provocandogli ustioni di primo e secondo grado al volto e al torace. L’uomo non è in pericolo di vita ma le sue condizioni sono gravi.

* Radio Città Aperta

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