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La pena di morte diffusa e l’ideologia della paura

E’ arrivata, per molti aspetti inaspettata, sulle prime pagine dei giornali la notizia della morte di Simone De Gregorio, 35 anni, avvenuta a San Giovanni Teatino (Chieti) a causa dei colpi di pistola/taser effettuati dai carabinieri della locale compagnia.

Ovviamente – è un atto formalmente dovuto – la Procura della Repubblica ha avviato una inchiesta per “omicidio colposo”.

Simone De Gregorio era un giovane con evidenti ed accertati problemi psicofisici. L’altro giorno nel corso di una crisi nervosa si è denudato in pubblico e questa sua “colpa” ha provocato l’intervento dei carabinieri i quali hanno esploso, immediatamente, due colpi di “pistola/taser” che hanno bloccato Simone.

Subito dopo – come se non bastasse – alcuni infermieri del 118 hanno iniettato, arbitrariamente, un narcotico a Simone e, di li a poco, è sopraggiunto il decesso.

La morte di Simone De Gregorio non è un errore e né – tantomeno- una fatalità ma è il prodotto ovvio e consequenziale ad un crescente uso, da parte dei reparti delle varie forze dell’ordine, di uno strumento letale – la pistola/taser – che solo una falsa – quanto interessata – campagna di gestione mediatica vuole accreditare come un mezzo innovativo che eviterebbe l’uso delle armi da fuoco.

La pistola/taser – come dimostrano le statistiche realizzate nei paesi anglo/sassoni dove questo strumento di coercizione e di offesa è ampiamente utilizzato – hanno un tasso elevato di letalità mortale in quanto gli effetti delle potenti e immobilizzanti scariche elettriche intervengono e si sommano su soggetti fisici i quali sono già segnati da altre patologie fisiche e mentali, le quali (mixate con le conseguenze dei colpi della pistola/taser) provocano o la morte o gravi e permanenti invalidazioni.

Già solo questa condizione oggettiva dovrebbe essere da monito alla diffusione di questo strumento mortale ma – come registrano le cronache degli ultimi anni – stiamo invece assistendo ad una parossistica corsa, particolarmente da parte delle varie polizie municipali, all’acquisto e all’uso dispiegato di questa strumentazione.

Infatti l’introduzione della “pistola/taser” è comunemente giustificata e presentata come l’utensile necessario per le campagne a “difesa del decoro urbano” che, periodicamente, i veri “professionisti della paura” (le amministrazioni comunali che si fanno promotrici di crociate securitarie, i sociologi d’accatto che filosofeggiano sui comportamenti ritenti sconvenienti e non a norma con la morale corrente, le varie forze dell’ordine chiamate alla repressione delle cosiddette ‘vite di scarto’) innestano nel corpo sociale del paese, nell’immaginario collettivo e nei codici prevalenti della comunicazione vigente.

Non c’è città o territorio (in Italia e non solo!) dove – a detta di questi mistificatori – esiste un “problema di sicurezza e di richiesta d’ordine” che spingerebbe per una ulteriore blindatura della vita, dei suoi tempi e del complesso delle relazioni sociali.

Non esageriamo se affermiamo che tale “diffusa percezione di paura e di insicurezza” è una condizione – sia nella forma individuale e sia in quella collettiva – indotta artatamente dai media, da articolate e subdole campagne di frantumazione sociale, di feroce desolidarizzazione nel rapporto tra le persone e di implementazione di sentimenti e pratiche individualiste, razziste e schifosamente particolaristiche.

E che questa complessa operazione (di segno reazionario e distopico) sia, autoritariamente, “calata dall’alto” è palesemente dimostrata dalle stesse statistiche ufficiali le quali, nella maggioranza degli indicatori assunti come metro di valutazione, segnalano – inequivocabilmente – la diminuzione del numero dei reati anche in porzioni del paese ritenute ad “alto tasso criminale”.

Si conferma – dunque – anche in vicende umanamente tristi, come l’omicidio di Simone De Gregorio, una tendenza ad un uso più accentuato della violenza e dei diversi strumenti di morte da parte delle forze di polizia.

Una linea di condotta che avvertiamo nelle aree metropolitane, nelle periferie degradate, nelle carceri e nei luoghi che non dovrebbero essere sottratti alla “legalità” come le caserme (ricordiamo la  “Caserma Levante di Piacenza”?)

Una linea di condotta che occorre costantemente denunciare pubblicamente e contro cui cominciare a mobilitarsi sul piano politico, sociale e legale per impedire che gli abusi, le vessazioni e i comportamenti illegali e discriminati diventino una “normale consuetudine in uso” a cui dovremmo, anche inconsapevolmente, abituarci e, magari, subire passivamente.

Da questo punto di vista ciò che accade in Francia – pur in presenza di un alto tasso di conflitto sociale – dimostra come gli apparati repressivi dello Stato se lasciati “al loro spirito animale” sono in grado di dare luogo ad una serie inenarrabile di soprusi e di violazione degli stessi ordinamenti vigenti senza farsi scrupolo dei codici e delle varie “garanzie costituzionali”.

Ma la morte di Simone De Gregorio, di Stefano Cucchi, di Federico Aldovrandi, di Francesco Mastrogiovanni – per citare i nomi più noti nel mare magnum dei tanti giovani, dei detenuti, degli immigrati e di quanti hanno conosciuto le tante forme della violenza di Stato – ci sprona a mantenere viva l’attenzione e il costante invito a non sottacere, in alcun modo, ad una società militarizzata ed oscura.

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1 Commento


  • marco brunetti

    Riporto senza commenti una notizia apparsa due giorni fa su un quotidiano di Benevento

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    BENEVENTO, 13 agosto 2023
    Alla fine, lo hanno arrestato per resistenza e minacce a pubblico ufficiale, denunciandolo anche per oltraggio e possesso ingiustificato di oggetto atto ad offendere. Sono le ipotesi di reato contestate ad un 39enne di nazionalità nigeriana, fermato dalla Volante.

    Secondo la ricostruzione degli inquirenti, tutto è iniziato ieri sera quando gli agenti sono intervenuti in via Valfortore, dove nel parcheggio di un supermercato era stata segnalata la presenza di uomo che avrebbe preteso soldi dalle persone in cambio della consegna del carrello per la spesa.

    Invitato ad allontanarsi, il cittadino avrebbe inveito pesantemente nei confronti dei poliziotti, che poi avrebbe aggredito, continuando ad urlare espressioni offensive ed intimidatorie.

    Bloccato e condotto in Questura, il 39enne è stato trovato in possesso di una molla da pinze per stendibiancheria, modificata per offendere e provocare lesioni. Dichiarato in arresto, è stato condotto in carcere.

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    BENEVENTO 14 agosto 2023
    Ha sostenuto di essere stato frainteso, di non aver minacciato i poliziotti e preteso soldi dai clienti del supermercato per consegnare loro il carrello della spesa.

    Difeso dall’avvocato Francesco Fusco, il 39enne di nazionalità nigeriana arrestato dalla Volante ha offerto la sua versione al giudice Daniela Fallarino nel corso della direttissima di questa mattina. Aperta dalla convalida dell’arresto e conclusa con la rimissione in libertà dell’uomo e la sua condanna a 6 mesi, con rito abbreviato, per resistenza e minacce a pubblico ufficiale.

    Per lui anche 4 mesi di arresto per possesso ingiustificato di oggetto atto ad offendere; in particolare, una molla da pinze per stendibiancheria, modificata, di cui era stato trovato in possesso quando gli agenti, intervenuti nel parcheggio di un’attività commerciale in via Valfortore, lo avevano bloccato dopo essere stati il bersaglio, secondo l’accusa, di espressioni offensive ed intimidatorie.

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