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La crisi industriale dell’Italia

Italia, produzione ferma – Ripresa ferma, produzione -17%

Fotina Carmine

Il rapporto sugli “Scenari industriali” del Centro studi Confindustria (Csc) – elaborato e presentato da Luca Paolazzi, direttore del Csc – mette in evidenza le posizioni perdute ma indica nel contempo le vie di risalita attraverso le strategie delle imprese di eccellenza Il peso dell’Italia La crisi ha sconvolto l’equilibrio della produzione globale. Tra il 2007 e il 2010 i Paesi emergenti asiatici hanno conquistato 8,9 punti percentuali e sono saliti al 29,7% sul valore mondiale. «L’Italia – spiega Paolazzi – è invece scesa dal 4,5 al 34%, dal quinto al settimo posto nel mondo mentre resta seconda in Europa dietro la Germania». Ci hanno sorpassato India e Corea del Sud che nel periodo indicato sono salite rispettivamente al 3,7 e al 3,5%. Restiamo tra le nazioni più industrializzate (produzione manifatturiera pro capite) ma, rispetto al 2008 e a prezzi e dollari costanti, ci hanno superato ancora una volta la Corea del Sud e il Giappone. Che cosa è successo? Spicchiamo per la flessione dell’attività registrata nell’ultimo triennio (-17% cumulato), doppia o tripla di quelle dei maggiori concorrenti, e abbiamo un trend di recupero più lento.

Basti pensare che siamo lontani 17 punti e mezzo dal picco produttivo pre-crisi contro il 4,2% della Germania e il 9,8% della Francia. La produzione industriale italiana è quasi ferma ai livelli dell’estate 2010 ( o,1% la crescita media mensile da luglio 2010 a marzo 2011). «Paghiamo una redditività degli investimenti bassa – osserva Paolazzi – nel 2010 il margine operativo lordo, in rapporto al valore aggiunto, ha recuperato solo in piccola parte la caduta del 2009 ed è rimasta ben sotto i valori del 2008, attestandosi al 24,6% mentre era del 33,2% nel 2000». Inoltre – aggiunge -pesano sempre di più nei bilanci aziendali le oscillazioni delle materie prime destinate a rompere ulteriormente gli equilibri mondiali con la crescita di domanda dei Paesi Bric e la conseguente scarsità a livello mondiale. Per le imprese le conseguenze riguardano i margini, la penuria di materiali e la difficoltà di gestire contabilmente il magazzino. I Paesi Bric sono il punto di riferimento anche per riorientare il nostro export. Abbiamo iniziato per tempo un processo di focalizzazione fuori dalla Ue, soprattutto verso il resto dell’Europa, ma siamo in ritardo per vendite dirette ai Paesi emergenti asiatici, una torta ricca in cui il nostro rivale storico, Germania, ci sta pericolosamente distanziando.

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Il ruolo del manifatturiero.

In questo quadro generale, colpisce la scarsa consapevolezza del ruolo cruciale che in Italia gioca il manifatturiero, da cui proviene quasi l’8o% degli incassi ottenuti dalle esportazioni. Elaborazioni del Csc su dati Eurostat dimostrano come nessun altro concorrente diretto abbia un tasso di correlazione sviluppo-industrializzazione paragonabile: 2 punti di Pil pro-capite (1 al Sud) per ogni punto aggiuntivo di industrializzazione. Basterebbe questo per archiviare definitivamente le teorie sulla rinuncia al manifatturiero, il cui ruolo – sottolinea il direttore del Csc – è stato rivalutato anche da Usa, Regno Unito e Francia mentre la Germania non lo ha mai ridimensionato.

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Le vie della crescita

Agili, innovative, pronte a crescere. C’è un’avanguardia di imprese eccellenti pronta a superare le difficoltà fin qui evidenziate. I focus group condotti dal Csc (su 450 imprese manifatturiere scelte tra le più dinamiche nell’ultimo decennio) dimostrano che una chiave di successo è l’uso sapiente delle proprie competenze, per diversificare senza abbandonare il core business, per innovare, per individuare varchi nei mercati stranieri. Strategie che non sono necessariamente condizionate alle dimensioni di impresa: analoghe tracce si trovano anche nei modelli di business delle piccole imprese che hanno performance migliori, secondo l’analisi Sose per il Csc sui questionari per gli studi di settore relativi ad aziende che fatturano meno di 7,5 milioni.

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