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Patrimonio pubblico da vendere a prezzi di saldo

Abbiamo messo fianco a fianco la lucida anaisi di Maurizio Donato, da “il manifesto” di oggi, è il dossieraggio de Il Sole 24 Ore (Confindustria) su “quanto patrimonio pubblico” può essere alienato ai privati. Abbiamo negli occhi la faccia interessatissima di Alberto Bombassei, a Ballarò, ieri sera, che su questo tema brillava di contentezza (mentre era tristissima sul futuro industriale di questo paese). Cosa chiedeva, senza tanti giri di parole, il vice presidente degli industriali (il presidente vero, tutti sanno che Marcegaglia sta lì per “quota rosa”)? Che quel patrimonio venisse venduto “al giusto prezzo”; quello più conveniente per il compratore.

Come ognun sa, se uno “è costretto” a vendere, addirittura in tempi rapidi, il suo spazio di contrattazione si riduce a zero. Il compratore ha il coltello dalla parte de manico e impone l sua “offerta” come il “giusto prezzo”.

Questo può servire almeno a spegnere i fuochi della crisi e  a “rilanciare la cescita”? Ovviamente no. Qualcuno sarà più ricco, avrà più “patrimonio immobiliare” – o partecipazioni azionarie in aziende strategiche come Eni, Enel, Finmeccanica, o le municpalizzate multiutility – ma la dinamica della produzione di ricchezza non cambia affatto per un banale “passaggio di proprietà” da un management pubblico lottizzato a uno privato “con forte avversione al rischio”.

Saremo ancora più poveri, naturalmente. Noi poveri. E qualcuno più ricco. Avremo uno Stato più debole e svuotato, povero di strumenti operativi, seppure si dovesse per miracolo riuscire a invertirne il segno politico.

 

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Maurizio Donato
Cosa fare per meritarsi la vera serie A

Il declassamento del rating dell’Italia da parte di Standard & Poor è solo l’ultima mossa di quegli ambienti finanziari anglosassoni che cercano da mesi di scaricare i costi della crisi globale del capitalismo sugli anelli più deboli della catena.
Il vero obiettivo di questi ripetuti attacchi speculativi non è tanto il fallimento di uno o più Stati (semi)sovrani che resta peraltro un esito possibile, quanto l’abbassamento del prezzo di quei pezzi di patrimonio pubblico europeo che stanno per essere svenduti in Grecia, e che potrebbero esserlo in Italia. Se si riesce a convincere i mercati che uno Stato (semi)sovrano non è più in grado di ripagare i propri debiti attraverso la crescita del reddito, non resta che sperare di mettere le mani sulla parte più appetibile del patrimonio, ma per far ciò occorre prima svalutarlo il più possibile, in modo da spuntare un prezzo da saldi di fine stagione.
Dal canto suo, l’Unione europea sta facendo tutto quello che è umanamente possibile fare per favorire un esito del genere. A partire dalla primavera scorsa, in un susseguirsi convulso di eventi, prima la Commissione e il Consiglio hanno imposto la decisione di rendere molto più stringenti i vincoli ai bilanci degli Stati, poi la Banca centrale europea ha deciso unilateralmente che il peggio della crisi era passato, dunque si potevano aumentare i tassi di interesse; infine hanno deciso di comune accordo di istituire un fondo di salvataggio troppo esiguo per poter sostenere gli attacchi speculativi a paesi del calibro di Spagna e Italia, ma abbastanza cospicuo da attirare i pescecani della finanza che hanno azzannato alla gola la Grecia.
In realtà, se solo volesse, la Banca centrale europea potrebbe resistere da sola e senza problemi a qualunque attacco speculativo anche contro il terzo debito pubblico più alto del mondo come è quello italiano. Basterebbe, come in parte sta facendo, acquistare i titoli eventualmente venduti dagli speculatori e il prezzo di tali titoli si manterrebbe sufficientemente alto da non far diventare insostenibile il sentiero della spesa per interessi. D’altra parte, per quale altra ragione sarebbe valsa la pena per un paese rinunciare alla propria sovranità monetaria se non per godere del vantaggio di una Banca centrale più forte, ricca e indipendente degli istituti monetari nazionali? Annunci dunque pubblicamente la BCE che non tollererà attacchi speculativi alle obbligazioni dei paesi membri dell’Unione e contemporaneamente abbassi i tassi di interesse.
Con uno scenario finanziario meno volatile, i paesi membri dell’Unione potranno non solo rilassare, ma invertire di segno quelle politiche fiscali recessive che, se varate, sortiranno l’unico effetto di rendere più lunga e pesante la depressione economica in corso. Se è vero che la metà della ricchezza finanziaria privata è in possesso del 10% delle più ricche famiglie italiane, basterebbe una imposta del 10% per ricavare 400 miliardi di euro. Con il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, sarebbe possibile far utilizzare tecnologie di alto livello ad alcune migliaia di lavoratori, particolarmente giovani precari, da impegnare in uno straordinario programma di risanamento ambientale, cominciando col mettere in sicurezza i fiumi e i boschi di questo bel paese disastrato (anche) dal punto di vista ambientale. Così ci meriteremmo la serie A, quella vera.
* Università di Teramo

 

 

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da Il sole 24 Ore

Privatizzazioni, il Tesoro punta a 200 miliardi

di Isabella Bufacchi
La riduzione del debito pubblico, in rapporto al Pil e in termini di stock, si ottiene prima di tutto valorizzando il patrimonio dello Stato, con i risparmi generati all’abbattimento dei costi e con l’aumento del reddito. I beni immobiliari, le concessioni e le partecipazioni azionarie posseduti dallo Stato, dalle pubbliche amministrazioni centrali e locali, possono essere messi in vendita per far cassa e ridimensionare lo stock del debito pubblico ma a una condizione imprescindibile: solo quando gravano sui conti pubblici senza alcuna potenzialità da interventi di valorizzazione.

È questo il principio cardine sul quale farà leva domani il seminario sul patrimonio pubblico organizzato nella sala del Parlamentino al ministero dell’Economia e dedicato alla «valorizzazione del patrimonio dello Stato». Un’operazione che, se tutto dovesse andare bene, nell’arco di due o tre anni potrebbe generare risparmi e redditi strutturali da un lato e incassi una tantum dall’altro lato per una cifra complessiva nell’orbita dei 200 miliardi di euro.

Nessun “Britannia2”, dunque, ispirato all’incontro organizzato dal Mef negli anni ’90 per lanciare una delle più imponenti operazioni di privatizzazione in Europa. Niente vendita, o pericolo di svendita, dei gioielli di famiglia: il “bottino” dalla voce dismissioni o alienazioni oscilla tra 20 e 30 miliardi e ben spalmato negli anni. Le tre aree di intervento scandite domani nel seminario presieduto dal premier Berlusconi, dal ministro dell’Economia Tremonti e il direttore generale del Tesoro Grilli, vertono su: valorizzazione degli asset oggetto di concessione e delle partecipazioni di cui sono titolari le Regioni e gli enti locali; la gestione del patrimonio immobiliare anche con progetti di sviluppo del territorio, quest’ultima incentrata sulla fondazione di una SGR immobiliare posseduta dal Tesoro.

Il circolo virtuoso che il Mef intende mettere in moto migliorando la gestione del patrimonio pubblico (immobili, concessioni e partecipazioni) avrà come principale obiettivo l’aumento dell’avanzo primario, tagliando la spesa corrente (costi di bollette, locazioni passive, spese di pulizia sul patrimonio immobiliare riducibili per grandi cifre, svariate decine di miliardi) e aumentando la redditività. La macchina della valorizzazione dei beni pubblici dovrà mettersi in moto velocemente per contribuire in maniera decisiva a un avanzo primario oltre il 5%, come risulta già nelle tabelle e nelle proiezioni del DEF aggiornato, che invece riducono ai minimi termini le misure una tantum da dismissioni.

Il ruolo della SGR del Tesoro sarà determinante – ed è una delle novità di rilievo annunciate domani – perchè avrà il compito di fornire le risorse necessarie per avviare il primo passo, la razionalizzare degli spazi del patrimonio immobiliare dello Stato che spazia su 15 milioni di metri quadrati. Un esempio tipico riguarda l’ingente patrimonio immobiliare della Difesa, ingessato da generazioni, fonte essenzialmente di costi e di redditi bassi o nulli. Le caserme a tutt’oggi utilizzate, ma mezze piene e mezze vuote, non riescono a essere liberate per essere dismesse o valorizzate perchè il trasferimento dei militari è una spesa che le tasche della Difesa non possono permettersi.

Questo stallo verrebbe superato dall’intervento della SGR che investirebbe nell’operazione di razionalizzazione degli immobili militari: la SGR fornisce alla Difesa le risorse necessarie per trasferire i militari, liberando immobili che possono essere valorizzati e dismessi. Questo schema può essere replicato su tutto il patrimonio immobiliare della pa centrale e locale appena censito dal dipartimento del Tesoro che si dedica alla valorizzazione del patrimonio pubblico. La SGR sarà dotata inizialmente dei fondi degli enti previdenziali pubblici destinati agli investimenti immobiliari: ma collocherà anche quote presso gli investitori istituzionali italiani ed esteri, i fondi sovrani e i risparmiatori italiani.

Tra i traguardi della valorizzazione del patrimonio immobiliare c’è quello di ridurre il costo medio da 70 euro a metro quadro a 50 euro a metro quadro. In quanto alle concessioni, il focus potrebbe essere su etere, autostrade e spiagge: la redditività di questi asset dovrà aumentare. Le risorse che verranno liberate con il contenimento o la cancellazione di alcuni costi e i redditi aggiuntivi potranno essere reinvestiti per rilanciare l’economia. Al seminario parteciperanno gli investitori istituzionali e le grandi banche: invitati tra gli ad i numeri uno di Unicredit, BnpParibas-Bnl, Deutsche bank, Mediobanca e Sator.

Dall’Eni alle municipalizzate, le partecipazioni sono 5.512

Le società partecipate da tutta la pubblica amministrazione sono 5.512 di cui 4.000 dirette e le rimanenti 1.512 indirette. È questo il dato inedito, non ancora definitivo, del censimento avviato dal Tesoro sulle partecipazioni azionarie e sulle spa possedute dalla Pa: un’operazione monumentale di ricognizione che si concluderà il prossimo gennaio. La mappa, come nel caso del patrimonio immobiliare pubblico, è il primo passo per poi procedere alla valorizzazione ed eventuale dismissione delle partecipazioni all’attivo del bilancio dello Stato.

Stando a fonti bene informate, almeno il 20% di queste società è in perdita e difficilmente alienabile: ma la galassia delle rimanenti spa andrà sfoltita. E questo è un messaggio che verrà scandito a chiare lettere domani nel seminario sul patrimonio pubblico organizzato al Mef: un appuntamento che potrebbe dare l’occasione ad alcuni importanti Comuni di annunciare nuove operazioni in questa direzione. In molti casi, però, è stata finora proprio la mancanza di una conoscenza approfondita del proprio patrimonio a frenare il cammino delle valorizzazioni e dismissioni nel mondo della finanza locale.

Il bacino di partecipazioni che fanno capo agli enti locali è sicuramente quello più prolifico di società controllanti e controllate le cui attività spaziano nei campi più disparati, dai servizi, alla finanza, alle assicurazioni, ambiente, cultura, sanità. Non a caso queste spa di emanazione pubblica, che hanno uno stato giuridico privato di società per azioni ma una logica di gestione molto politica, sono il bersaglio preferito di Confindustria quando denuncia il monopolio inattaccabile degli enti locali e la diffusione dell’inhouse, gli affidamenti diretti che contribuiscono a bloccare i processi di liberalizzazione. Tra queste partecipazioni molte sono le società, anche quotate, a maggioranza pubblica il cui business fa perno su concessioni affidate (spesso senza gara) da un Comune che è al contempo azionista di riferimento.

Se annunci si possono prospettare in occasione del seminario da parte di amministrazioni locali a proposito di processi di liberalizzazione o privatizzazione, probabilmente tra questi ci sarà il bando di gara «innovativo» che «consentirà un sensibile vantaggio economico per le casse comunali» che il Comune di Roma ha messo sul sito un po’ alla chetichella lunedì scorso. In effetti non è un evento da poco: l’assessorato ai Lavori pubblici ieri si è vantato del fatto che in 40 anni è la prima volta che si mette a gara la concessione per la distribuzione del gas in una grande città. Un bando che ha un valore di 1,2 miliardi, in termini di fatturato che nei prossimi 12 anni il gestore della rete avrà con le tariffe. Il fatto un po’ singolare è il modo con cui si è mossa l’amministrazione capitolina: ha forzato sui tempi della pubblicazione del bando, muovendosi prima che fossero emanati i decreti ministeriali attuativi che dovevano stabilire i criteri generali dei bandi sulle concessioni del gas in tutto il Paese, a partire dai requisiti richiesti ai candidati.

L’accelerazione del Comune di Roma di queste ore fa sospettare la necessità di far coincidere l’annuncio con il seminario di giovedì. Ma l’amministrazione capitolina è dovuta uscire allo scoperto prima per le polemiche montate sul fatto che la controllata Acea, interessata a quella gara, ne sarà esclusa a meno che non entri in una cordata con una quota di minoranza.
Il Comune ha fissato requisiti (l’esperienza di gestione di un bacino del gas con almeno 1,2 milioni di clienti, qual è quello di Roma) che consentono di partecipare da soli soltanto operatori nazionali come Italgas (che sinora ha gestito quella rete, il cui valore è stato fissato in 850 milioni), gruppi esteri o fondi come F2i. Danneggiando così la controllata – che tra l’altro dovrebbe nel tempo essere privatizzata – il Comune sembra aver privilegiato chi avrà la forza finanziaria di fare rilanci più alti e aumentare quindi l’incasso in termini di canone per il Comune. (I.B. e L.Ser.)

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