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Corsa al ritiro dei soldi in banca

I primi ad andarsene erano stati ovviamente i capitali globali, quelli che hanno le informazioni in aticipo e quindi “annusano” il rischio prima e meglio degli altri. Ora siamo alle persone normali che, soprattutto in Grecia, svuotano i loro conti per trasformare una moneta che oggi vale qualcosa in altre che probabilmente potrebbero conservare meglio il valore anche nella tempesta perfetta dell’eventuale crollo dell’euro; oppure nel sempiterno oro.

L’articolo da Il Sole 24 Ore, sempre a metà strada tra la cronaca degli eventi e i “consigli per gli acquisti”, chiarisce al meglio la situazione.

 

Dove vanno a finire i capitali in fuga da Grecia, Spagna e Italia? Tra dollaro, bund e oro spunta lo yen

 

Le tensioni sull’Eurozona – in attesa dell’esito delle elezioni in Grecia del 17 giugno e di decisioni forti dell’Ue su come risolvere una volta per tutte la crisi dei debiti sovrani – riverberano sugli investimenti finanziari. Con capitali che si stanno spostando dalle aree più contagiate verso zone e investimenti considerati più sicuri. Già, ma quali sono i rifugi in una fase di tempesta come quella attuale dove persino i rendimenti dei Bund (considerato il titolo più affidabile dell’Eurozona) sono balzati ieri al 2,21% (scadenza a 30 anni) toccando il picco più alto degli ultimi tre anni, e all’1,52% (scadenza a 10 anni) quando a fine maggio erano al minimo di sempre dell’1,13%? La stessa Germania, stima uno studio Credit Suisse, dovrebbe far conto nell’immediato a perdite per circa 350 miliardi di euro in caso di uscita dall’euro (tra partecipazioni al fondo salva-Stati, prestiti bilaterali e contribuzioni al sistema pagamenti Bce Target 2).

Insomma, dove stanno andando i capitali che vanno via dai conti correnti di Grecia (72 miliardi da ottobre 2009 con un accelerazione dei prelievi giornalieri fino a 800 milioni al giorno a giugno) e Spagna (nei primi tre mesi del 2012 ci sono stati deflussi dai conti correnti iberici per 97 miliardi di euro)? In questa statistica non si può non inserire l’Italia anche se i rischi di contagio e di ricorso agli aiuti sono limitati, come confermato nei giorni scorsi dalle agenzie di rating Fitch («in Italia non c’è una bolla immobiliare come in Spagna») e Standard and Poor’s («non crediamo che le banche italiane siano in una condizione simile a quelle italiane») . È pur vero, però, che gli investitori stranieri hanno portato via dai conti italiani 92 milardi nell’ultimo anno.

Fuga dagli sportelli in Grecia
Nel dubbio di un’uscita dall’euro e dell’introduzione di una “Nuova Dramca” (questo è il nome che circola ad Atene tra i papabili dell’eventuale nuova valuta greca) molte famiglie e imprese della Grecia stanno ritirando euro dai conti correnti. Una mossa finanziaria non da poco dato che tutti gli esperti convergono che la “Nuova Dracma”, pur partendo da un cambio 1 a 1 con l’euro subirebbe in poco tempo una svalutazione tra il 40 e l’80%. Quindi, a quel punto meglio avere in tasca euro che dracme.

I timori di un contagio in Spagna
Il bankrun in Spagna, invece, non è paragonabile a quello in atto in Grecia. Sia per proporzioni rispetto al PIl (il dato ponderato della Spagna è quindi meno eclatante rispetto alla fuga dallo sportello greca) ma anche per destinazione dei capitali. I deflussi dai conti, con ogni probabilità, sono mossi da finalità di spostamento di asset in Paesi e titoli finanziari considerati più stabili in questa fase. O perché si temono nuove misure di austerity che possano andare a colpire i patrimoni parcheggiati in conti correnti. Ed è un po’, in fin dei conti, il timore che hanno i risparmiatori italiani che però dimostrano un forte patriottismo finanziario in questa fase confermando un’attitudine storica (a fine 2011 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 8.460 miliardi, oltre quattro volte il Pil). I deflussi in questo caso riguardano investitori esteri che abbandonano la scialuppa italiana.

A questo punto, quali sono i rifugi che vanno per la maggiore oggi?

Il Bund è un porto sicuro?
Berlino, fino ad oggi porto sicuro per eccellenza, ha iniziato a vacillare. Ieri Pimco, il primo investitore in obbligazioni al mondo, ha annunciato di aver ridotto al minimo l’esposizione al Bund. Nello stesso giorno i titoli a 30 anni sono schizzati al massimo degli ultimi tre anni (2,21%).

«La Germania potrebbe perdere lo status di Paese rifugio se la situazione nell’area euro dovesse peggiorare sensibilmente. Non è un ipotesi da scartare in vista degli appuntamenti decisivi delle prossime settimane. Riteniamo che la prima economia europea inizi a scricchiolare, come hanno mostrato i recenti dati macro – spiega Vincenzo Longo, Market strategist di Ig Markets -. Ciò è dipeso dalla miopia con cui il cancelliere, Angela Merkel, ha affrontato la crisi. I tedeschi, se da un lato hanno riscadenzato il debito a tassi particolarmente favorevoli, dall’altro, non hanno tenuto conto che il 60% delle loro esportazioni sono dirette proprio verso la periferia dell’Eurozona. Per quanto riguarda il forte rialzo di ieri dei tassi sul decennale tedesco, ritengo sia dipeso dalle manovre di qualche grande fondo che ha preferito prendere profitto dopo l’ultimo rally».

«Nel medio-lungo periodo, l’investimento è razionale solo se si pensa ad uno scenario di fortissima deflazione che potrebbe derivare dall’uscita dall’euro di economie “più importanti” come Spagna e Italia, di qui l’attenzione dei mercati nei confronti di questi paesi nelle ultime settimane – spiega Laura Tadino, strategist di Bnp Paribas – . Se accettiamo l’idea che nonostante tutto, Spagna e Italia saranno salve, investire nel Bund non è più razionale e Bill Gross, gestore con un orizzonte temporale non di breve termine, potrebbe avere ragione»

Per Cristiano Migliorini, Senior Analyst; Union Bancaire Privée «nel mondo della finanza tutto è relativo. Certo, detenere i propri risparmi in Germania è più sicuro che tenerli in Grecia. Ma a livello più generale, è altrettanto chiaro che la Germania è coinvolta in questa crisi quanto lo sono gli altri paesi. Tuttavia la passività del Target2 riflette un altro problema. Dal 2008 i crediti della Bundesbank verso i paesi periferici dell’area euro sono aumentati enormemente. In pratica, i crediti verso paesi più deboli sono passati dalle banche tedesche alla Bundesbank tramite il sistema target2. Se l’euro continua a esistere come moneta unica questo dato non è preoccupante. Riflette semplicemente quello che tutti sappiamo: i capitali in euro fluiscono in Germania. Infatti uno dei timori dei risparmiatori è quello di detenere euro in un paese che potrebbe lasciare l’eurozona, perché’ questi depositi sarebbero a rischio di essere convertiti in nuove monete a tassi sconvenienti. E’ già successo (per esempio con il crollo dell’unione sovietica) che la moneta circolante in un paese fosse contrassegnata e fortemente svalutata rispetto al suo valore nominale. Ma anche un’eventuale uscita della Grecia dell’Eurozona avrebbe un impatto minimo sul Target2».

Le valute su cui rifugiarsi
«Sarebbe preferibile investire in valute di Paesi particolarmente solidi, come quelli scandinavi, o sul franco svizzero. Altra valuta che si rafforza in momenti di forte tensione sui mercati è senz’altro lo yen, che è arrivato lo scorso anno ai massimi dal 1995 contro dollaro. In questo momento investire sul dollaro non potrebbe risultare particolarmente efficiente, in attesa delle decisioni della Federal Reseve. Se l’Istituto centrale statunitense dovesse iniettare banconote sul mercato (come ci aspettiamo), il dollaro potrebbe risentirne nel brevissimo termine». Nei panni di un investitore europeo va però seguito anche il cambio euro/dollaro. «Il dollaro potrebbe per ragioni fondamentali, differenziale di crescita, parità poteri di acquisto, essere ancora interessante – spiega Tadino -. Abbiamo un target di 1.15-1.25. In questa ottica investire nel Treasury potrebbe avere un senso. Le valutazioni sono care anche per i titoli di stato americani che hanno ampiamente beneficiato del flight to quality causato dalla crisi sovrana europea».

Secondo Marco Dall’Ava, head of research, x-trade brokers «il dollaro rimane ancora una volta la valuta principale di rifugio nella quale finanziarsi soprattutto in periodi di così elevata incertezza economica e politica. Non dobbiamo però dimenticarci anche di un’altra importante valuta considerata di rifugio, lo yen giapponese, che dopo un periodo di debolezza è tornato sui minimi nei confronti della divisa europea, in concomitanza con l’andamento negativo dei listini europei e da metà marzo ha riacquistato forza relativa rispetto anche al dollaro americano.
Qualora le cose dovessero volgere al peggio sicuramente la valuta europea e conseguentemente il cambio eur/usd ne risentirebbe in maniera negativa risultando così un fattore depotenziante per gli investitori che volessero rifugiarsi nei Treasury».

Paesi emergenti
E le valute dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina)? «Tipicamente le valute dei Bric sono considerate beni rifugio – dichiara Longo -. Ci aspettiamo però che queste economie potrebbero subire l’effetto del rallentamento globale e questo potrebbe pesare sulle singole divise. Il forte rallentamento della crescita in Brasile e India sono un esempio. Ci sentiamo di escludere da questo discorso lo yuan che vista la potenza dell’economia cinese potrebbe diventare sempre di più valuta di riferimento a livello globale nell’arco del prossimo decennio».

Le valute Bric non convincono nemmeno Dall’Ava. «Sconsiglierei almeno per il momento di investire nelle valute dei paesi Bric o di altri Paesi emergenti: difatti le notizie macroeconomiche provenienti nelle ultime settimane da questi Paesi non sono confortanti ed hanno registrato un rallentamento dell’economia di questi paesi, rischioso quindi a mio avviso “scommettere”, almeno in un’ottica di breve termine, su queste valute».

Non la pensa così Tadino che vede di buon occhio investire nel debito emergente: «Si dibatte tanto sul Bund e sui Treasury dimenticando che nell’altra parte del mondo, quella emergente, dove si crescerà mediamente di un fantastico 5.7% nel 2012 e dove il debito/pil medio non arriva al 40%, le politiche monetarie sono tornate ad essere neutrali dopo qualche taglio e probabilmente lo resteranno ancora per qualche tempo ed i tassi di interesse ufficiali per esempio di Brasile, Russia, India e Cina sono tra il 6 ed il 9% con la possibilità di attutire gli eventuali contraccolpi dovuti ai movimenti valutari investendo in debito emergente denominato in dollari».

L’oro è ancora un bene rifugio?
Nelle fasi di tempesta finanziaria solitamente la domanda dell’oro si impenna. In questi giorni però la quotazione del metallo giallo resta intorno a quota 1.600 dollari, ancora lontani dai picchi dell’anno scorso verso quota 2.000. È ancora un bene rifugio? «Il dollaro ha beneficiato sia dei dati positivi di crescita negli Stati Uniti, sia della crisi europea. Sicuramente molti investitori hanno scelto il dollaro (o la sterlina) come moneta rifugio, con un forte impatto sui Tresuries. Tutte queste monete sono fiat, cioè possono essere create in maniera arbitraria ed in misura illimitata. L’unica moneta che ha storicamente funzionato come protezione del potere d’acquisto è l’oro», spiega Migliorini.

«I forti acquisti della Cina hanno reso l’oro legato più ai fondamentali e meno “bene rifugio” negli ultimi periodi. In ogni caso in periodi di forte volatilità rimane sicuramente l’asset da preferire ad ogni altro, anche a questo livello di quotazioni», indica Longo. Per Dall’Ava «l’oro sicuramente è da considerarsi un possibile investimento per le prossime settimane, come bene di rifugio per eccellenza e anche in ottica di diversificazione di portafoglio rispetto agli investimenti in valute. Il metallo prezioso sta registrando nelle ultime settimane un ritorno della spinta rialzista, dopo un lunga tendenza ribassista, spinto anche dalle dichiarazioni dell’amministrazione americana circa nuove possibili manovre di easing, ovvero di immissione di liquidità sui mercati, anche se non si conoscono ancora le tempistiche di queste nuova possibile manovra di politica monetaria. Qualora nelle prossime settimane dovesse trovare conferma questa politica lassista l’oro potrebbe risentirne sicuramente positivamente».

Occasioni sull’azionario?
«Se gli stati più deboli come Spagna e Italia – conclude Migliorini – riuscissero finalmente a passare riforme serie su temi importanti come il mercato lavoro, penso che le migliori opportunità di investimento siano da cercarsi proprio in Europa o negli Stati Uniti. Ci sono ottime opportunità al momento nel mercato azionario Europeo dove è possibile acquistare a valutazione vantaggiose titoli di aziende europee attive su a livello globale in svariati settori che pagano dividendi interessanti. Per esempio aziende come Total, Rds, Roche, Basf, BIlliton, Unilever, Pearson sono ottime scelte».

 

 

Grecia: in cassa fondi sufficienti fino al 20 luglio. Il ritiro di soldi allo sportello sale a 500 milioni al giorno

 

La Grecia ha circa 2 miliardi di euro per pagare stipendi e pensioni fino al prossimo 20 luglio. È quanto si legge oggi sul quotidiano greco Kathimerini, che non cita fonti, ma altri media greci hanno riportato la stessa notizia alla luce del resoconto fatto ieri dal ministro delle Finanze al partito della sinistra radicale, Syriza, indicato come possibile vincitore alle elezioni in programma domenica prossima. Il ministero delle Finanze non ha voluto commentare.

Intanto stanno accelerando i deflussi dai depositi greci a pochi giorni dalle elezioni del 17 giugno che, difatti, potrebbero anche decretare una scelta popolare di abbandonare l’euro (sebbene dai sondaggi risulta che il 70% dei greci non vuole un ritorno alla dracma). Secondo un banchiere interpellato da Bloomberg i prelievi giornalieri sono passati da una media di 100 milioni di euro al giorno a oltre 500. Mentre a parere di un altro banchiere – che chiede di non essere identificato perché i dati non sono pubblici – siamo già oltre 800 milioni di euro (come procedere se la Grecia esce dall’euro).

Un ufficiale della Banca centrale della Grecia ha detto che le banche sono sotto pressione indicando che da ottobre 2009, da quando la crisi ha dato le prime avvisaglie (a cui sono seguiti gli aiuti dell’Eurozona a maggio 2010 e a febbraio 2012 per oltre 230 miliardi di euro) famiglie e imprese hanno ritirato dai conti correnti 72 miliardi di euro.

Per il presidente del Parlamento europeo, Martin Schultz «Se la Grecia lascerà l’euro, lascerà anche l’Unione europea. Un Paese non può uscire dalla zona euro senza uscire dall’Unione europea – ha aggiunto Schultz -. Non capisco molto questi dibattiti sulla Grecia che sarà costretta a lasciare la zona euro. Ai miei occhi, se la Grecia lascerà l’euro, lascerà anche l’Unione europea».

Quanto alle elezioni politiche che si terranno domenica prossima nella stessa Grecia e all’eventualità che si rafforzino i partiti contrario al memorandum della trojka Ue-Fmi-Bce, Schulz ha sottolineato: «C’è un momento nella vita politica in cui è imperativo che si pensi prima al Paese e solo poi agli interessi del proprio partito. Spero che questo sarà l’orientamento principale dei partiti politici in Grecia».

Commentando le proposte della Merkel sulla crisi, Schultz non ha celato il suo scetticismo: «La cancelliera Merkel rilancia un dibattito sulle riforme istituzionali per evitare che si parli concretamente di tassa sulla transazioni finanziarie, di Eurobond, di investimenti per la crescita nel quadro della strategia UE 2020». «La verità – ha aggiunto il leader del Parlamento Ue – è che le proposte della cancelliera vanno nel senso di un’Europa più federale, ma più intergovernativa. Ciò che propone Merkel è un’unione monetaria, un coordinamento economico, sulla base di una moltiplicazione degli incontri dei capi di governo, accompagnati da qualche deputato nazionale». «A cosa serve questo dibattito in una situazione di debito eccessivo, di disoccupazione eccessiva, di una stagnazione economica eccessiva e di una recessione senza precedenti in alcune regioni europee? A cosa serve – ha ancora sottolineato Schulz – dibattere su cosa sarà la zona euro tra 10 anni? Ciò di cui abbiamo bisogno sono soluzioni oggi, subito, e non per il futuro».

 

 

Fmi prepara un prestito per la Spagna, dove è già iniziata la fuga dei capitali: all’estero 100 miliardi

 

Il Fondo Monetario Internazionale sta iniziando a discutere dei piani di contingenza per un eventuale prestito di emergenza alla Spagna, qualora Madrid non riesca a reperire i finanziamenti sufficienti per il salvataggio di Bankia. Lo riporta il sito internet del Wall Street Journal.

Ipotesi credibile per i mercati
Nelle scorse ore il portavoce dell’istituto di Washington, Gerry Rice, aveva smentito che il Fondo stesse lavorando a un programma di assistenza finanziaria per il paese iberico e aveva altresì negato che Madrid avesse inoltrato una richiesta di aiuti. Tra i trader hanno però iniziato a circolare presto voci di segno opposto, che i mercati hanno preso sul serio.

Wall Street recupera
Attualmente infatti Wall Street, il prezzo del petrolio e le quotazioni dell’euro stanno riducendo le perdite proprio sulla scia di tali rumor.

L’incontro tra Lagarde e vice primo ministro spagnolo
In queste ore, intanto, è in corso un incontro tra il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde, e il vice primo ministro spagnolo, Soraya Saenz de Santamaria. Il 4 giugno è inoltre in agenda la missione degli ispettori del Fondo a Madrid per la consueta relazione annuale sull’economia spagnola, la cui pubblicazione è prevista intorno alla metà del mese prossimo.

Fuga dei capitali
Intanto, in Spagna è già iniziata la fuga dei capitali. Secondo i dati della Banca centrale spagnola, diffusi oggi, nei primi tre mesi dell’anno sono stati ritirati dalle banche iberiche e portati all’estero 97 miliardi di euro. La somma è pari a circa un decimo del Pil spagnolo.

 

Crisi bancarie: in Italia nessuna fuga dai depositi, ma solo grazie agli italiani. Nell’ultimo anno via dai conti correnti ben 92 miliardi esteri

 

L’Italia non è la Grecia e neppure la Spagna. Le banche non sono, come ad Atene, al collasso dovendo ricapitalizzare le perdite per ben 28 miliardi subite dal taglio dei bond ellenici che possedevano in portafoglio. Non siamo neppure ai livelli di Madrid dove ormai i salvataggi pubblici (vedi Bankia) sono all’ordine del giorno. E non è un caso che in ambedue i Paesi il termometro della crisi bancaria sia nella fuga dei depositi: le banche elleniche hanno perso almeno un quarto dei conti correnti dall’inizio della crisi e da Madrid l’emorragia dei correntisti è costata almeno 65 miliardi nell’ultimo anno.

È il fuggi fuggi dei clienti dalle banche lo spauracchio che agita di questi tempi le autorità politiche di tutta Europa.
E l’Italia da questo punto di vista fornisce più di una rassicurazione. Gli ultimi dati dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, dicono che la massa dei depositi degli italiani presso gli sportelli degli istituti ammontava a fine aprile a 1.137 miliardi di euro. In aumento dell’1,5% rispetto all’aprile 2011. Non poca cosa vista la forte turbolenza che imperversa ormai da molto tempo sul credito in Italia e nei paesi dell’Europa meridionale.

ESODO ESTERO PER 92 MILIARDI
Ma quel dato misura solo il grado di affezione degli italiani verso il loro sistema bancario non quello di risparmiatori e investitori stranieri. Qui la sofferenza è invece evidente.

Sempre l’Abi racconta che per il nono mese consecutivo è proseguita invece la fuga degli stranieri. A marzo 2012 i depositi dall’estero sono stati pari a 366 miliardi, il 20% in meno di un anno prima e addirittura il 16% in meno sul mese di febbraio 2012. Un’accelerazione evidente che testimonia della diffidenza sempre più accentuata degli stranieri rispetto alla tenuta del sistema bancario italiano. In soldoni in un anno dal marzo 2011 al marzo 2012 il flusso netto di provvista dall’estero è stato negativo per 92 miliardi con la quota estera sul totale depositi scesa dal 17% al 13%.

Che vuol dire tutto ciò? Che l’Italia ha tenuto rispetto al panico diffusosi in Grecia e Spagna, ma solo grazie all’apporto degli italiani. Che hanno continuato a finanziare le banche di casa e a coprire di fatto quel buco di oltre 90 miliardi provocato dall’esodo straniero.
Una sorta di nuovo patriottismo finanziario. Che fa per ora argine alla crisi di fiducia generalizzata che incombe sul settore del credito.

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