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“Capitali, mollate un po’ la presa sull’Europa!”

Sul piano strettamente economico – come nota giustamente anche Il Sole 24 Ore qui sotto  – non ci sono grandi novità positive. Anzi, “non siamo ancora a metà del guado della crisi” (dopo cinque anni!!). Però i paesi europei hanno capito la lezione e stanno facendo le “riforme” che i mercati internazionali pretendevano per avere campo libero. Quindi, è la conclusione, alcuni di questi paesi, come Italia e Spagna, potrebbero iniziare a migliorare la propria situazione anche relativamente presto, mentre per altri (tipo Irlanda e Grecia) ci vorrà più tempo.
Le agenzie di rating, lo abbiamo scritto spesso, sono agenti speciali che danno le coordinate dei bersagli da colpire; poi arrivano i cacciabombardieri della speculazione (ovvero i normali “investitori professionali”, ovvero banche e società di equity) e fanno il loro sporco lavoro.
Moody’s, in particolare, ha sempre registrato una forte partecipazione azionaria di Warren Buffett, detto anche l'”oracolo di Omaha” per la sagacia dei suoi investimenti. Certo, avere un’agenzia di rating che manipola i giudizi e orienta i mercati facilita abbastanza le “previsioni dell’oracolo”…
Buffett, è noto, è tra i grandi elettori di Barack Obama. E una crisi devastante dell’Europa in piena campagna elettorale (con inevitabili ripercussioni sull’economia Usa, tuttora in stato depressivo, specie per quanto riguarda l’occupazione di qualità) non aiuterebbe.
Ecco dunque l’indicazione quasi subliminale: “stiamo vincendo, in Europa, è inutile esagerare”. Quanto basta per far rifiatare qualche mese un’area strategica, in modo da rastrellare poi più lauti guadagni.
Da punto di vista del lavoro, comunque, non è una notizia che possa alimentare speranze di uscita dalla “stretta” deflazionistica, quindi dalla compressione del salario diretto e indiretto (pensioni, welfare, istruzione). Il rapporto avverte infatti che «C’è un considerevole livello di rischio associato con l’implementazione di queste riforme – conclude Moody’s – che può essere mitigato solo da una forte impegno a livello nazionale e dalla capacità di controllare e dirigere il processo di riforma» con l’aiuto di un processo esterno di riforma, a livello di istituzionali comunitarie, ed eventualmente, anche di sostegno finanziario.
Traduzione: qualsiasi dei paesi sotto controllo (“processo esterno di riforma”) dovesse uscire anche temporaneamente dal solco prefissato verrebbe immediatamente fucilato sul posto dai mercati.
Quindi la “stretta” andrà avanti e con ancora più energia di prima. Quello che è una “buona prospettiva” per i mercati è in realtà pessima per noi…
L’intenzione “posityiva” di Moody’ è particolarmente evidente nel caso dell’Italia, per cui – recitano le agenzie – è previsto “un ritorno della dinamica del Pil ai livelli pre-crisi nel 2013”. Andando a guardare nel dettaglio, però, si vede che questa dinamica presuntamene “positiva” è di fatto una tragedia. «L’aggiustamento potrebbe essere completo solo a metà» e «la recessione potrebbe durare fino al 2016». Moody’s stima
infatti per l’Italia un Pil fra 0% e -0,5% nel 2013. Davvero “un’uscita dal tunnel”!!
Subito dopo ha espresso le identiche valutazioni anche l’agenzia Fitch (i paesi della zona Euro potrebbero subire un rallentamento se non mostreranno dei progressi sulla strada del risanamento «entro la fine dell’anno»), con un “tocco” in più squisitamente politico. Nella sua intervista a Bloomberg tv il direttore operativo dei rating, David Riley, ha però riservato un giudizio positivo al premier italiano Monti: «L’attuale governo italiano ha tantissima credibilità» e Monti deve fare progressi il più velocemente possibile «per creare una certa luce in fondo al tunnel».
Insomma: state facendo quel che vi abbiamo prescritto, ma se non continuate su questa strada vi faremo molto male. A giornali come Repubblic, il Corriere e naturalmente Il Sole 24 Ore questo “comando alieno” piace. A  noi, come si sarà intuito, no.

Moody’s: la crisi è solo a metà strada. Ma Italia, Spagna e Portogallo potrebbero uscirne entro il 2013

Corrado Poggi La crisi del debito europeo è solo a metà strada «nel miglior dei casi» e paesi come Grecia e Irlanda potrebbero richiedere fino al 2016 per completare il loro programma di risanamento dei conti. Italia, Spagna e Portogallo potrebbero invece uscire dall’attuale stato di cose entro il 2013 se sapranno applicare compiutamente le riforme adottate sino ad ora.
È quanto sostiene Moody’s in un rapporto sugli squilibri esterni dell’eurozona diffuso questa mattina. Secondo l’agenzia di rating, tutti e cinque i paesi hanno già varato le difficili, ma necessarie, riforme per uscire rafforzate dalla crisi, tuttavia «questa fase di aggiustamento è completa a metà nel migliore dei scenari, a seconda del paese in questione».
Secondo Moody’s l’attuale situazione di squilibrio vissuta dai paesi più deboli dell’eurozona ricorda «un simile periodo di crisi e di aggiustamento» in Finlandia e Svezia tra il 1990 e il 1993. Alla Svezia occorsero tre anni per far tornare il pil ai livelli pre-crisi mentre per la Finlandia ce ne vollero sei. «Su base comparativa – spiega Moody’s – le contrazioni registrate nei due paesi iberici e in Italia sono relativamente modeste (almeno fino ad ora), simili a quelle della Svezia mentre i casi di Irlanda e Grecia (e qui la crisi non sembra aver ancora toccato il punto più basso) sono più simili a quello della Finlandia».
Moody’s ricorda la lunga lista di difficili riforme varate dai paesi nordici durante gli anni della loro crisi e osserva come i casi di Svezia e Finlandia dimostrano che «il successo, qualora ci sia impegno ad attuare in maniera seria ed efficace le riforme, è realmente possibile». Svezia e Finlandia avevano peraltro un vantaggio che i paesi europei oggi non hanno, ammette Moody’s, vale a dire la carta della svalutazione valutaria.
Le riforme strutturali rimangono tuttavia di importanza fondamentale per aumentare la competitività dei paesi periferici e permane il pericolo che queste riforme non verranno implementate pienamente. In questo caso «gran parte della responsabilità cadrà sui governi nazionali piuttosto che sui programmi esterni di aiuto» «C’è un considerevole livello di rischio associato con l’implementazione di queste riforme – conclude Moody’s – che può essere mitigato solo da una forte impegno a livello nazionale e dalla capacità di controllare e dirigere il processo di riforma» con l’aiuto di un processo esterno di riforma, a livello di istituzionali comunitarie, ed eventualmente, anche di sostegno finanziario.

da Il Sole 24 Ore

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