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“Fare soldi” con la truffa, il cancro dell’imprenditoria italiana

Prima di tutto la notizia, come fanno i bravi giornalisti. Al termine di una battaglia lunga, durissima, feroce, il consorzio dell’Amarone ha deciso di modificare sia l’areale “valido” per concedere a una vino l’etichetta di Amarone che lo stesso disciplinare che va seguito per la sua produzione.
I confini del bacino produttivo erano stati indicati nel disciplinare di produzione Doc Valpolicella del 1965 e limitava alle sole zone collinari la copertura della docg. Ora sono stati allargati alle zone di pianura confinanti. Chiarissimo l’obiettivo: aumentare la produzione di un vino difficile da fare, con caratteristiche particolari e riconoscibili, molto costoso sul mercato. In tal modo, hanno ragionato quanti pensano di guadagnare con questa mossa, permettiamo ad altri produttori di entrare nel giro ristretto dei “ricchi e famosi”, e soprattutto aumentiamo il numero di bottiglie da mettere sul mercato. Allo stesso prezzo, naturalmente.
Nella decisione hanno pesato anche vecchie “furbate”, come l’utilizzo – da parte dei produttori “privilegiati” – di uve coltivate “fuori area” per comporre il prezioso vino “rosso passito secco” veneto. Contraddizioni in seno alla borghesia locale, tra chi poteva cavar fuori dai propri vigneti una miniera d’oro e chi doveva accontentarsi del rame, pur contribuendo con le proprie uve alla fattura dell’oro.
Ma tutte le furbate finiscono in disastro (utilissimo in proposito l’articolo di Pasquale Cicalese https://www.contropiano.org/archivio-news/documenti/item/16347-il-capitale-finanziario-mondiale-stronca-il-sanfedismo-economico-italiano). Un vino di pregio e di alto prezzo deve rispettare poche ma severe regole: la qualità dev’essere infatti garantita senza trucchi, altrimenti la “fiducia” nel marchio precipita, le vendite calano, il prezzo anche, i guadagni scompaiono o quasi. Per questo i vini docg hanno sia un areale definito più severamente di un confine nazionale e un “disciplinare” che impone a ogni produttore i tipi di vitigno utilizzabili (nel caso di vini “multivitigno”, come appunto l’Amarone), la forchetta percentuale di utilizzo di uve per ciscun vitigno, la quantità di rami per vite, il numero di grappoli per ramo, la possibilità o meno di innaffiare (e quanto) la vigna in caso di siccità, la qualità delle botti in cui conservarlo, ecc. Un consorzio che si rispetti deve fare controlli “veri” presso i produttori in ogni fase del ciclo vitale del vino, dall’impianto delle barbatelle fino alla “tenuta” delle bottiglie messe in commercio, magari dopo qualche anno.
Se si allentano queste regole il vino cala di qualità, perde la sua unicità e la riconoscibilità come prodotto differente in mezzo a una selva di concorrenti. L’aumento della produzione, in altri termini, è esclusa da un disciplinare serio; perché l’area è sempre quella e la quantità di uva più o meno la stessa (ogni anno varia naturalmente, a seconda se piove più o meno, se c’è stata siccità o grandine, ecc; ma entro una forchetta abbastanza limitata). Il segreto del prezzo alto è in fondo una banalità: quantità limitata, qualità altissima e certificata.
L’avidità degli “esclusi” e quella degli “interni” – produrre di più e vendere di più – ha invece sul vino un effetto certo: uccidere il prodotto. Ci vorrà qualche anno, certamente, perché i sommellier “avvertano” che l’Amarone non è più lui; oppure che certe case portano quel marchio senza averne la qualità. Ma quel momento arriverà. Anzi, già solo il fatto d’aver modificato le due caratteristiche strutturali fondamentali – bacino produttivi e disciplinare – mette sul’allarme il mercato. Comincia insomma a girare la voce: “non fidatevi troppo dell’etichetta, chissà che c’è dentro”. Il prezzo non potrà che seguire. E se il consorzio non riuscirà a correggere la rotta, questo autentico “pozzo di petrolio riproducibile” ogni anno si prosciugherà rapidamente.
Questo è l’imprenditoria italiana, al fondo. E poi ci intrattiene con sermoni sul “merito”…

L’articolo con cui IlSole24Ore dà conto della notizia. Si capisce che l’autore è indignato, ma non può scriverlo (Confindustria rappresenta anche i produttori di vino, dentro o fuori i consorzi).

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Vino, nuove regole per l’Amarone: l’area di produzione si estende in pianura

di Giorgio Dell’Orefice
Nonostante le polemiche l’Amarone della Valpolicella riscrive le proprie regole produttive. E lo fa introducendo – a maggioranza e dopo un’accesa assemblea – nuovi strumenti per regolare l’offerta sul mercato ma anche allargando l’area di produzione per l’Amarone Docg ai vigneti di pianura e di fondovalle. Aree che invece erano escluse dal bacino produttivo in base a un articolo del disciplinare di produzione della stessa Doc Valpolicella del 1965. Ed è proprio questa misura ad aver innescato le polemiche e rinvigorito una antica contrapposizione fra pianura e collina.

I produttori di collina contro l’allargamento delle zone di produzione
I primi ad innescare le polemiche sono stati i produttori riuniti nell’Associazione delle Famiglie dell’Amarone d’Arte che riuniscono brand noti come Masi, Allegrini, Tommasi, Zenato. L’associazione è infatti scesa in campo nei giorni scorsi parlando della proposta di allargare l’area Doc come di un vero e proprio “blitz” che avrebbe portato di fatto a un “condono” di aree non sempre vocate per produrre Amarone. Insomma un carico polemico non indifferente tanto da spingere lo stesso presidente del Consorzio, Christian Marchesini, a sottolineare «il proprio rammarico per la scelta di alcuni soci di manifestare al di fuori dell’ambito consortile le proprie scelte al limite del conflitto con gli scopi del Consorzio e con il proprio ruolo di socio».

Il Consorzio passa al contrattacco: nessun condono
Già nei giorni precedenti l’assemblea però le critiche avanzate dai produttori dell’Associazione non erano rimaste senza risposta. In particolare il direttore della Cantina sociale di Negrar (nonché vicepresidente del Consorzio di tutela), Daniele Accordini, aveva smentito le voci di un “colpo di spugna”. «I vigneti di pianura e dei fondovalle – ha spiegato – sono esclusi dal bacino produttivo dell’Amarone da una norma del 1965 che di fatto era rimasta inapplicata. Infatti con il boom dell’Amarone registrato a partire dagli anni ’90 anche quei vigneti sono stati utilizzati per produrre la famosa griffe della Valpolicella, tanto che oggi il 47% delle superfici rappresentate dal Consorzio si trova in pianura».

Le polemiche non si sono rivelate sterili
Le critiche tuttavia non sono cadute nel vuoto. Ad esempio uno dei principali rappresentanti dell’Associazione delle Famiglie dell’Amarone d’Arte, il presidente di Masi agricola, Sandro Boscaini, aveva richiesto nei giorni scorsi “misure per regolare non solo la quantità della produzione, ma di tener conto anche della qualità e della diversa vocazione dei terreni. Strumenti insomma per differenziare la collina dalla pianura e applicare in base alla differente capacità qualitativa gli strumenti di contingentamento della produzione che si renderanno nel tempo necessari”. Una richiesta in parte accolta dal Consorzio che nel corso dell’assemblea ha deciso di avviare un monitoraggio delle aree produttive in modo da distinguere l’intera Doc della Valpolicella, in almeno tre differenti macro-zone.

Le altre misure approvate
L’assemblea del Consorzio non si è risolta solo in una contrapposizione fra produttori di pianura e aziende di collina. E altri importanti provvedimenti sono stati adottati per regolare la produzione. Fra questi la possibilità per il Consorzio, in presenza di una forte offerta di mercato, di declassare fino a un 15% della produzione di Amarone a Ripasso della Valpolicella, di modificare il rapporto aziendale fra produzione di Amarone e quella di Ripasso (riducendo cioè il primo) e infine di ritardare (fino a sei mesi) il debutto sul mercato delle nuove annate di Amarone.


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