Per essere una novità non è che sia un granchè ma fa sempre un certo effetto – oltre che a far incazzare – il fatto che nel nostro paese ci siano oltre 200mila evasori totali tra persone fisiche e imprese. Tra questi risultano un bel po’ di “distratti” e alcuni che non hanno neanche presentato la dichiarazione. Poi ce ne sono altri che risultano addirittura totalmente sconosciuti al fisco.
A disegnare il quadro è stato il direttore dell’agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone nel corso del suo intervento a Telefisco 2026, dove si è concentrato sul fenomeno dell’evasione fiscale e sui risultati raggiunti nel corso del 2025.
Tra le modalità dell’evasione fiscale spicca quella dell’Iva portata in detrazione in una quota superiore a quella che emerge dalle fatture. Poi ci sono i ricavi risultanti da fatture e corrispettivi superiori al volume d’affari dichiarato, dunque stiamo parlando del mondo delle imprese, quelle vivono in permanente modalità chiagne e fotte.
L’Agenzia delle Entrate ha analizzato oltre 17 milioni di posizioni controllate e poi ne ha selezionate alcune da sottoporre a una verifica più approfondita. Questo lavoro ha portato a scoprire l’anno scorso oltre 200 mila evasori totali, fra persone fisiche e imprese.
Secondo il direttore dell’Agenzia il 57% di questi evasori totali (circa 116mila persone) ha ritenuto di non presentare proprio la dichiarazione pur avendo redditi da dichiarare. L’altro 43% (circa 86mila soggetti) risultavano invece del tutto sconosciuti al fisco, nel senso che svolgevano le loro attività completamente in nero.
Stando agli ultimi dati resi noti da Bankitalia, negli ultimi anni si è registrata una riduzione dell’evasione fiscale, sia in valore assoluto sia in termini percentuali. Essa era intorno ai 100 miliardi nel 2017 e ha subito una contrazione nell’ordine di 25 miliardi. Anche in termini relativi, la propensione all’evasione è scesa di quasi 6 punti percentuali. Il calo è dovuto sia al rafforzamento dei controlli sia all’impulso delle innovazioni digitali come la fatturazione elettronica.
Il 58% dei mancati adempimenti fiscali si concentra tra Centro e Sud Italia, per un valore di circa 739 miliardi di euro dal 2000 al 2024, in termini assoluti è la Lombardia a presentare la maggiore quota di imposte non riscosse a causa della presenza di numerose imprese.
I dati dimostrano infatti che la maggior parte delle somme non riscosse dallo Stato è ascrivibile alle società di capitali, alle Spa, Srl, ai consorzi e cooperative, responsabili di oltre il 64% del totale dell’arretrato fiscale, con circa 822 miliardi di euro non versati dal 2000 a inizio 2025.
Seguono poi le persone fisiche senza attività economica (23,5%) e le categorie di piccoli imprenditori e lavoratori autonomi (12,2%)
L’evasione fiscale più frequente è riconducibile a pratiche come la falsa dichiarazione dei redditi, l’omessa fatturazione, il trasferimento fittizio di residenza all’estero, e il ricorso ai crediti d’imposta inesistenti.
C’è poi il fenomeno della cosiddetta “evasione con consenso”, ossia l’accordo implicito tra fornitore e cliente per non emettere fattura o scontrino, che è presente soprattutto nel tessuto delle piccole attività professionali e commerciali.
Tra le tasse più evase spicca certamente l’Irpef dei lavoratori autonomi, che si attesta come l’imposta su cui si registra il maggior deficit, con un tax gap che nel 2021 ha toccato il 66,8%. Ciò significa che due terzi dell’Irpef dovuta da lavoratori autonomi e imprese individuali non viene versata, per un valore superiore ai 29 miliardi di euro.
Subito dopo viene l’IVA, che rappresenta il secondo tributo per entità evasa, con quasi 18 miliardi di euro mancanti, pari a quasi il 14% del teorico dovuto.
Ci sono poi le tasse locali sugli immobili (IMU) e sui servizi (TARI), che hanno una quota evasa media del 21,4%. Questi tributi restano pesantemente esposti all’insolvenza, specie nei casi delle cosiddette “case fantasma”.
Infine c’è l’Ires per le persone giuridiche (le imprese) e i contributi previdenziali, il cui mancato pagamento penalizza gravemente il finanziamento dei sistemi assistenziali.
A far incazzare rimane il dato per cui il reddito totale dichiarato ai fini del pagamento dell’Irpef è stato di circa 1.028 miliardi di euro, ma di questo, l’84% circa (863 miliardi) riguarda i redditi da lavoro dipendente e da pensione. Ciò significa che imprenditori e lavoratori autonomi hanno dichiarato, complessivamente, soltanto 165 miliardi circa.
Volendo fare un esempio, si calcola che su un reddito annuo di 35.000 euro nel 2025, un lavoratore dipendente ha versato 6.898 euro di imposta, un pensionato 8.413 euro, mentre un autonomo che usufruisce della flat tax ne ha pagati solo 4.095. Peggio ancora, chi percepisce rendite finanziarie si ferma a 4.375 euro.
Eppure lo stesso Ministero Economia e Finanze fa sapere che il reddito medio più elevato rimane quello da lavoro autonomo, pari a 70.360 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali) è di 29.250 euro. Ma è stato così da sempre.
Lavoratori dipendenti e pensionati ― il cui reddito medio è indicato dalle statistiche in 23.290 euro per i lavoratori dipendenti e in 21.260 per i pensionati ― non possono sottrarsi al pagamento delle tasse poiché queste sono trattenute al momento del pagamento della retribuzione o della pensione.
A lavoratori e pensionati inoltre non sono concessi i benefici che le nuove leggi varate dal governo riconoscono a lavoratori autonomi e imprenditori, cioè il ricorso alla flat tax, la cosiddetta “tassa piatta”. Si tratta dell’applicazione sul reddito di un’aliquota fissa del 15% – dal 2025 applicabile sui redditi fino a 85 mila euro – anziché di 3 aliquote (23, 35 e 43%) a seconda dell’ammontare del reddito che si abbatte implacabilmente e sistematicamente sui salari e le pensioni.
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