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“Imprese inadeguate e arretrate”, la denuncia di Visco

Deve essere disperante, per un Governatore incaricato di difendere le condizioni del “libero mercato”, avere a che fare con un sistema imprenditoriale che – per la sua gran parte – si mostra restio ad usare e rispettare le “regole naturali” dell’economia di “libero mercato”.
Questa disperazione è diventata palese in alcune affermazioni esplicite contenute nelle sue Considerazioni finali, lette venerdì nella consueta assemblea annuale a palazzo Koch. Ascoltiamo:

Le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida; a volte si preferisce, illusoriamente, invocare come soluzione il sostegno pubblico.

“investendo risorse proprie”… “a volte si preferisce, illusoriamente, invocare come soluzione il sostegno pubblico”. L’accusa è circostanziata e viene dal punto di osservazione tecnicamente più acuto: la maggior parte degli “imprenditori” italiani non investe nello sviluppo delle proprie aziende, che quindi deperiscono o scompaiono, in misura superiore a quanto non accadrebbe già a causa della “crisi internazionale”.

Sono imprenditori che preferiscono “tesaurizzare” i guadagni realizzati in altre stagioni, investire in strumenti finanziari anche rischiosi, ma potenzialmente in grado di garantire guadagni superiori a quelli tipici dell’attività manifatturiera o dei servizi; ma che soprattutto bypassano  la “tediosa” fase della produzione reale. Da D-M-D’, ricordiamo spesso, a D-D’. Fare denaro con il denaro, senza più il fastidio e il rischio di produrre per un mercato che poi magari non ti acquista il prodotto.
Questa è la scelta tipica nella fase del capitalismo finanziario. Ma nell’impresa italiana c’è un qualcosa di più, ma decisamente più arretrato. E’ quella consuetudine a “scaricare” sull’impresa una serie di costi “personali” dell’imprenditore, della sua famiglia. Dall’auto alla casa, alla barca… Un popolino arraffone improvvisatosi “imprenditore”, ossessionato dai vantaggi dell’elusione ed evasione fiscale, dalla “furbizia” in luogo dello “spirito imprenditoriale”. Gente che “non adegua” perciò la “struttura societaria”, preferendo di gran lunga la dimensione familiare a quella della società per azioni, che ha tra l’altro il vantaggio di poter ricorrere al finanziamento sul mercato (invece che soltanto in banca), al prezzo però di sottostare a controlli di gestione precisi e con cadenza trimestrale.
Gente che, messa alle strette dalla crisi e dalla propria ingordigia miope, si rivolge allo Stato perché “tagli il costo del lavoro” e altre “misure di sostegno pubblico”.
Per non tediarvi e in sintesi, Visco ha detto: “noi facciamo tutto quel che possiamo per garantire il funzionamento ottimale di un’economia di mercato; abbiamo agito una politica monetaria largamente accomodante, usato strumenti non convenzionali pur di stabilizzare gli spread e allontanare la pressione speculativa; abbiamo spinto il governo – e i governi di tutta Europa – a fare riforme strutturali in grado di spianarvi la strada verso il ritorno alla profittabilità dell’attività di impresa… ma se voi continuate a giochicchiare con i falsi in bilancio e l’evasione fiscale, a tenere in ombra parte dell’attività, a non investire un soldo, a tenervi una proprietà familiare che vi condanna a essere sempre piccoli e per nulla belli in un oceano attraversato da giganti… continuando così tutti noi non ne usciremo vivi”.

Bisogna da atto a Visco di aver anche tratteggiato – con molta discrezione – le dimensioni della crisi generale che investe specificamente l’Italia.

Le origini finanziarie e internazionali della crisi, cui si è soprattutto rivolta l’attenzione delle autorità di politica economica, non devono far dimenticare che in Italia, più che in altri paesi, gli andamenti ciclici si sovrappongono a gravi debolezze strutturali. Lo mostra, già nei dieci anni antecedenti la crisi, l’evoluzione complessiva della nostra economia, peggiore di quella di quasi tutti i principali paesi sviluppati.
Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni. L’aggiustamento richiesto e così a lungo rinviato ha una portata storica; ha implicazioni per le modalità di accumulazione del capitale materiale e immateriale, la
specializzazione e l’organizzazione produttiva, il sistema di istruzione, le competenze, i percorsi occupazionali, le caratteristiche del modello di welfare e la distribuzione dei redditi, le rendite incompatibili con il nuovo contesto competitivo, il funzionamento dell’amministrazione pubblica. È un aggiustamento che necessita del contributo decisivo della politica, ma è essenziale la risposta della società e di tutte le forze produttive.

Tutto è cambiato, la classe dirigente di questo paese – imprenditori più politica, insieme e per conto proprio – sono rimasti a guardare. Tutto deve ancora cambiare e non potrà non farlo.
Questa è la realtà. Poi, naturalmente possiamo distinguere – e dobbiamo farlo con molta nettezza e scientificità – tra interessi “borghesi” e interessi delle classi subalterne. Ma il mondo preesistente non tornerà mai più. Abitudini e “posizioni di rendita”, aspettative e illusioni, stanno svanendo come neve al sole. E prima ce se ne rende conto meglio è. Vale per “le imprese” quacquaraquà, ma anche per la classe sfruttata. Vediamo del resto senza sforzo che ogni lotta per “difendere” posizioni preesistenti – diritti, contratti nazionali, inquadramenti professionali, specializzazioni, ecc – appare condannata a sconfitte più o meno onorevoli. Per darsi una prospettiva realistica, dunque, occorre guardare molto più avanti di quanto non facciano i padroni e lo stesso Visco. Anticipare mentalmente i processi per arrivare preparati – e organizzati (quasi un insulto, ormai, per chi si crede “di sinistra”) – a condizioni nuove.
Chiudiamo con un ultimo accenno al discorso del Governatore, relativo a un aspetto solo apparentemente “autonomo” dal ragionamento economico che lo caratterizza.

Lo spostamento dell’attività dai settori e dalle imprese declinanti a quelli in espansione richiede profondi cambiamenti nei rapporti di lavoro e nel sistema dell’istruzione. Non si tratta di prevedere i settori e le attività cui più si rivolgerà la domanda di consumo e di investimento nei prossimi decenni, quanto di facilitare la transizione, riducendone i costi sociali, valorizzando le opportunità.
Molte occupazioni stanno scomparendo; negli anni a venire i giovani non potranno semplicemente contare di rimpiazzare i più anziani nel loro posto di lavoro. Vanno assicurate sin d’ora le condizioni per favorire la nascita e la crescita di imprese nuove, generare nuove opportunità di impiego.
La formazione professionale andrà sviluppata per coprire una intera vita lavorativa caratterizzata dalla mobilità e dal cambiamento, da tutelare con rafforzati sistemi di protezione e assicurazione, pubblici e privati, nei periodi di inattività. La scuola, l’università dovranno sostenere questo processo garantendo un’istruzione adeguata per qualità e quantità, mirando con decisione ad accrescere i livelli di apprendimento e a sviluppare nuove competenze.

Sono solo poche pennellate, ma descrivono un altro mondo. Per molti versi da incubo. Perché in qualche misura tratteggiano un “ambiente economico” e sociale in cui tutti scorrono lungo un fiume tempestoso (ad alta “competitività”), a bordo di tronchi d’albero (posti di lavoro, attività varie capaci di produrre reddito), sempre pronti a saltare da un tronco all’altro. E chi cade viene travolto dai successivi.
Si avverte in sottofondo quel “continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti”.
Ne prendiamo atto anche tutti noi o ci continuiamo a gingillare con i giochi da cortile?

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