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Dieci anni di crisi davanti a noi?

Smontare i luoghi comuni a senso unico che ci piovono in testa dalle colonne dei giornali è fatica improba. Stai sempre lì a rincorrere un’informazione mancante (taciuta o semplicemente non conosciuta), una struttura logica che “spieghi” un po’ meglio i dati stessi. Sisifo nel XXI secolo.

Però, lavorando di sponda anche con chi condivide una prospettiva teorica diversa – keynesiana, nel caso di Francesco Saraceno – si riesce a volte a far quadrare il cerchio della conoscenza.

Questo breve studio condotto sui dati statistici forniti da Eurostat spiega in modo molto chiaro come il “deficit di competitività” che affligge i paesi Piigs non sia dovuto tanto alla loro proverbiale  “dissolutezza fiscale”, quanto all’azione tumorale che ha una moneta unica in paesi caratterizzati da “composizione organica del capitale” assai differente.

Lo stesso problema del “costo del lavoro” – eccessivo, tra i Piigs, anche in presenza di salari enormemente inferiori a quelli tedeschi – trova una spiegazione razionale se raffrontato con la dinamica dell’inflazione. Più alta, necessariamente, proprio tra i Piigs, costretti a un commercio internazionale strutturalmente squilibrato e quindi obbligati a “riallineare” i salari… sui livelli dei nostri fornitori “emergenti”.

Il salario a 800 euro, proposto ieri da Ricolfi su La Stampa, ma molto probablmente racchiuso nel cassetto di Matteo Renzi ancora per qualche giorno o settimana (il ragazzo va perdendo “velocità” a vista d’occhio), è un modo – drastico, impopolare, devastante – di arrivare rapidamente al “riallineamento”. Che questo possa permettere al paese di uscire dalla crisi, è escluso. Che le imprese possano moltiplicare i propri asfittici profitti, è invece certo; o almeno possibile. Ma si sa: quel che va bene alle imprese, non va bene al lavoro… La barca non è la stessa.

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Ancora dieci anni di crisi per riequilibrare l’eurozona?

Gli ultimi dati Eurostat sull’inflazione mostrano che la zona euro, e l’Unione europea in generale, continuano a flirtare con la deflazione. Questo accade soprattutto perché i paesi periferici hanno tassi di inflazione prossimi allo zero. Sorprendentemente, nessun paese UE ha, nel mese di gennaio, l’inflazione sopra il target BCE del 2% (Finlandia e Regno Unito si attestano a 1,9%). La deflazione è un problema per i debitori, che vedono aumentare il valore reale del loro debito. E’ un problema per la politica macroeconomica (in particolare la politica monetaria). Ma è anche un problema per il riequilibrio.

Gli squilibri accumulatisi nel corso del periodo 1999-2007 sono mostrati dai tassi di inflazione e costo del lavoro divergenti. Prendiamo il primi, dai dati Eurostat:

Indice armonizzato dei prezzi al consumo

Ho tracciato l’indice dei prezzi in Germania e nei paesi periferici dell’euro, ponendo come base il 2000=100. Dal 2000 al 2008 tutti i paesi periferici hanno avuto un’inflazione più elevata rispetto alla Germania e questo ha portato ad una perdita di competitività. La tabella seguente cattura l’allargamento del divario negli anni precedenti la crisi.

Dinamica dell’inflazione de del costo del lavoro 2000-2008
    Germania Irlanda Grecia Spagna Italia Portogallo
Variazione media annua (%) Prezzi 1.9 3.2 3.5 3.3 2.5 3.0
Costo del lavoro 1.8 5.2 3.4 4.5 3.1 3.1
differenza con la Germania nel 2008 Prezzi 0 13.07 15.94 13.96 6.10 10.97
Costo del lavoro 0 34.90 15.07 26.57 12.08 12.08
Calcoli dell’autore su dati Eurostat

Ora, si potrebbe pensare, come faccio io, che i problemi della zona euro siano dovuti a squilibri strutturali, con un “peccato originale” della moneta unica; o, come il punto di vista di Berlino postula, credere che il colpevole è dissolutezza fiscale. Ma in entrambi i casi, nessun riequilibrio può avvenire senza che il divario di prezzi e costo del lavoro venga in qualche modo annullato. E qui cominciano i problemi, e le differenze nella diagnosi possono svolgere un ruolo. Dopo un duro colpo iniziale a causa della forte contrazione del commercio mondiale nel 2008-2009, la Germania è stata in grado di sfruttare la ripresa mondiale grazie alla sua economia orientata alle esportazioni. Quindi non è una sorpresa che fosse in grado di dettare le regole del gioco ai paesi periferici in difficoltà. Era dopo tutto una economia grande e relativamente di successo, un creditore della periferia, ed è stata sostenuta dalle istituzioni dell’UE modellate sui principi neoliberisti che sono alla base del punto di vista di Berlino. Pertanto, l’onere dell’aggiustamento finora è stato tutto tranne che simmetrico, ricadendo esclusivamente sulle spalle dei paesi periferici dell’unione monetaria. Il risultato è stato l’austerità e la deflazione, come mostra l’immagine. Nonostante ciò, il differenziale è ancora notevole, dai 5 punti per Irlanda ai 20 della Grecia.

Quindi, che fare adesso? Ho usato un paio d’ore di un pomeriggio piovoso per cercare di simulare diversi percorsi di aggiustamento. Prima presumo che tutti i paesi periferici avranno inflazione pari a zero da ora in poi (l’area ombreggiata blu in figura). Ho poi calcolato l’anno in cui la Germania annulla il differenziale di inflazione, a seconda della sua inflazione media annua. 

Anni necessari per colmare il divario supponendo Zero Inflazione nella periferia
    Irlanda Grecia Spagna Italia Portogallo
Inflazione media
tedesca
1 2017 2028 2026 2020 2022
1.2 2016 2025 2024 20219 2020
1.5 2015 2023 2021 2018 2019
2 2015 2020 2019 2017 2017
2.5 2014 2019 2018 2016 2017
3.0 2014 2018 2017 2015 2016
Calcoli dell’autore su dati Eurostat

Con i tassi di inflazione tedesca della dimensione di quelli passati (1-1,5%), il divario sarebbe per lo più annullato nel prossimo decennio, il che significa che un paese come la Grecia, per esempio, avrebbe bisogno di 9-11 anni di inflazione pari a zero prima di tornare al rapporto con i prezzi tedeschi del 1999. D’altra parte, e ciò è al tempo stesso rassicurante e irritante, se la Germania fosse disposta ad accettare un’inflazione solo leggermente superiore al target BCE (diciamo 2,5%), allora il divario sarebbe colmato entro il 2019, solo cinque anni di inflazione pari a zero per la Grecia (e meno per gli altri).

Poi ho controllato variazioni medie dei prezzi che sarebbero necessarie per colmare il divario entro il 2020, ancora una volta con diverse ipotesi sull’inflazione tedesca: 

Inflazione media annua per colmare il divario nel 2020
    Irlanda Grecia Spagna Italia Portogallo
Inflazione media
tedesca
1 0.50 -1.09 -0.80 -0.06 -0.25
1.2 0.69 -0.89 -0,61 0.14 -0.05
1.5 0.99 -0.60 -0.31 0.93 0.74
2 1.49 -0.11 0.18 0.93 0.74
2.5 1.99 0.38 0.67 1.43 1.23
3.0 2.49 0.87 1.16 1.92 1.72
Calcoli dell’autore su dati Eurostat

Con l’eccezione di Irlanda e Italia, con l’inflazione tedesca che seguisse la tendenza del passato, i paesi periferici avrebbero bisogno di 6 anni di deflazione continua per colmare il gap. E ancora una volta sarebbe sufficiente un’inflazione media moderatamente superiore in Germania per ottenere la convergenza senza imporre deflazione alla periferia.

Quale lezione trarre da questa simulazione completamente non scientifica? Una semplice: la convergenza non avverrà presto con aggiustamenti asimmetrici. Non esiste alcuna opzione, davvero nessuna, che produca la convergenza in un tempo ragionevole, diversa da un’inflazione tedesca ad un più che ragionevole livello del 2,5-3%.

Dimenticate la solidarietà, una parola che suona sempre più vacua nell’Europa di oggi. Gli aggiustamenti simmetrici sono una necessità aritmetica.

tratto da fsaraceno.wordpress.com

 

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