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Tim. La strategica partita sulle telecomunicazioni per ora la pagano i lavoratori

Dopo una lunga trattativa presso il Ministero del Lavoro tra sindacati e azienda nella nottata di lunedì 11 giugno si è raggiunta l’intesa sottoscritta da Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom Uil e Ugl, che prevede l’applicazione del  contratto di solidarietà al posto della cassa integrazione straordinaria per 29.736 lavoratori e l’utilizzo dell’articolo 4 della legge Fornero per i prepensionamenti.

Nello specifico, l’intesa prevede l’applicazione della solidarietà difensiva per un anno pari a 26 giornate, a partire dal 19 giugno prossimo, la riduzione verticale dell’orario di lavoro pari al 10 % dell’orario. Dal 2018 potranno essere collocati in prepensionamento tutti i lavoratori che avevano presentato istanza con l’intesa sottoscritta nel 2015; per poi via via accompagnare chi raggiungerà i requisiti alla pensione entro il 31 dicembre 2025.

Saranno esclusi dall’applicazione dei contratti di solidarietà circa 14 mila lavoratori della rete, personale che dovrà garantire la continuità operativa, e i  lavoratori dei settori impegnati nei processi di digitalizzazione e innovazione.

Inoltre l’azienda ha dato disponibilità ad aprire la discussione, a partire da settembre, sulle Relazioni Industriali e sulla contrattazione di 2° livello bloccata dopo la disdetta unilaterale da parte di TIM che ha adottato in sostituzione un regolamento unilaterale.

Se il buongiorno si vede dal mattino, la nuova era della governance “finanziaria” di TIM (ingresso, incasso delle plusvalenze e fuga istantanee del fondo Eliott) e “politica” (Governo del Cambiamento) non esordisce con i migliori auspici ma, al contrario, in continuità con il passato.

Tutti soddisfatti sull’esito della trattativa, compreso il neo Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio con delega alle telecomunicazioni, al primo banco di prova su una vertenza non certo di poco conto.

A tal riguardo ci preme fare alcune osservazioni al Ministro Luigi di Maio, relativamente alle sue dichiarazioni di merito sul risultato ottenuto, pur tenendo conto del suo recente insediamento.

Gli interessi dei lavoratori non collimano mai con quelli dei datori di lavoro. Queste affermazioni, proferite anche dai suoi predecessori, hanno avuto solo il risultato nefasto di emanazione di leggi come per esempio il Jobs Act, che hanno in realtà demolito  il diritto e la dignità del lavoro.

Da anni vengono promulgate leggi a vantaggio delle aziende che con soldi pubblici ottengono defiscalizzazioni e decontribuzioni, mentre i lavoratori ci rimettono sia in salario diretto (retribuzioni) che indiretto (tagli al Welfare sociale).

Entrando nello specifico del caso TIM, il vero “cambiamento” inizia anche dal prendere una decisione seria a 360° sul futuro delle telecomunicazioni del paese, come quella dei finanziamenti necessari a sostenere la digitalizzazione, unitamente alle esigenze di sostenibilità economica e organizzativa dei livelli occupazionali, sciogliendo l’ambiguità della rete Open Fiber controllata pariteticamente da Enel e Cassa Depositi e Prestiti e su quale sia quindi il ruolo reale della Cassa Depositi e Prestiti in TIM.

Se questo cambiamento fosse realmente a favore dei lavoratori, il nuovo governo si opporrebbe in modo netto e trasparente al progetto di separazione della rete di accesso, in base al quale TIM  prevede la creazione  di una nuova società, NetCo, inizialmente controllata al 100% da TIM, che già oggi vede assolutamente contrari i sindacati di base come USB, perché creerà nel futuro nuovi esuberi sia all’interno del Gruppo che nell’indotto degli appalti.

Appare  infatti evidente che quando ci sarà lo scorporo, nella vecchia società rimarranno circa 18 mila lavoratori per la gestione delle attività commerciali. Troppi considerando che i concorrenti, Vodafone e Wind, ne hanno rispettivamente 7.500 e 6.500.

Il tema dello spin-off della rete TIM, sarà un banco di prova anche nei rapporti con l’alleato di governo, visto che dalle ultime notizie apparse sulla stampa sta prendendo forma la nuova Cdp (Cassa Depositi e Prestiti), grazie soprattutto all’attività di Giancarlo Giorgetti (Lega), intenzionato a realizzare il progetto di trasformazione della CdP in una nuova IRI.

Nel panorama ancora non definito, in cui la partita delle telecomunicazioni si accinge ad essere ancora più complessa, sarebbe auspicabile pervenire a una soluzione in tempi rapidi dato il ruolo centrale delle TLC nello sviluppo del Paese.

Caro Ministro, considerato l’impatto della digitalizzazione nel settore, un cambio di passo potrebbe essere quello di riscoprire slogan, vecchi per alcuni ma non per noi, come la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e la nazionalizzazione di TIM.

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