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Annuario Istat 2019, le sofferenze del lavoro sono quelle del paese

Come ogni fine anno, l’Istat organizza in una pubblicazione unica l’annuario statistico relativo all’anno solare precedente con riferimento a tutti i settori interessati dalla ricerca, diviso perciò in 24 capitoli per ogni “microarea” di indagine (territorio, sanità e salute, istruzione e formazione, prezzi, industria, trasporti e telecomunicazioni, ecc.). Tra questi, sono presenti ovviamente anche i dati sul “mercato del lavoro”, di cui di seguito vi diamo un riassunto breve ma capace di rappresentare – dalla prospettiva del lavoro – la crisi che attraversa, all’interno delle dinamiche dell’Ue, il nostro paese.

Come numero di occupati, il 2018 è stato l’anno di aggancio ai livelli precedenti la crisi del 2008, riportando il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni al 58,5%, dinamica in cui si conferma la persistente divaricazione in termini internazionali (nell’Ue, il tasso di occupazione medio è pari al 68,6%), territoriali (il Mezzogiorno fa registrare -24 punti percentuali rispetto alla media Ue) e di genere (in Italia, il 49,5% delle donne è occupato, contro il 67,6 degli uomini). Non sorprende che il tasso di occupazione faccia registrare divari enormi per livello d’istruzione (31,1% per chi possiede la licenza elementare, contro il 78,7 per i laureati).

Se la crescita dell’occupazione interessa solo il lavoro dipendente (trainata dal settore dell’industria e dei servizi), tuttavia nel 2018 (a confronto con il 2017) questo riguarda solamente il lavoro a termine (+323 mila, +11,9%) e quindi relativo calo del tempo indeterminato (-108 mila unità), portando così al 17 per cento l’incidenza degli assunti a termine sul totale dei dipendenti (con percentuale più alta per donne e lavoratori/lavoratrici del Mezzogiorno). A questo si aggiunge la crescita del part-time involontario (a fronte di una sua lieve diminuzione generale, -0,1%), componente che raggiunge il 64,1% sul totale del parziale e ben l’11,9 per cento sul totale degli occupati.

Alla stessa maniera, il calo del tasso di disoccupazione è ancora molto lontano dalla media registrata nell’Ue. Infatti, nel 2018 nel paese si rileva un tasso del 10,6% (in calo sul 2017) contro il 6,8 della media “europea”, ponendo l’Italia sul terzo gradino del podio dietro solo a Grecia e Spagna (solo il nord-est è sotto la media Ue, ma ieri abbiamo scritto “a quale prezzo”).

Se la disoccupazione diminuisce in modo uniforme sia per chi era in cerca di lavoro da meno di 12 mesi, sia per i disoccupati di lunga durata, ancora altissimo (benché in lieve calo, -0,2%) è il tasso di inattività sulla popolazione attiva, sempre 15-64 anni, che si attesta al 34,4%, per merito della diminuzione delle forze di lavoro potenziali (3 milioni di persone), portando a 5,8 milioni (con l’aggiunta dei disoccupati) il bacino di individui potenzialmente interessati a lavorare.

Dei 23 milioni di lavoratori e lavoratrici registrati nel paese, 12,2 sono alle dipendenze delle imprese, di cui poco più della metà con qualifica di operaio (54,6%), 37,6 per cento con quella di impiegato e solo il 4,4% sono quadri o dirigenti, in maggioranza persone tra i 30 e i 49 anni di età (qui l’anno di riferimento è il 2017).

Al già menzionato aumento dell’occupazione nel totale del settore dell’industria (4,3 milioni, 35% dell’occupazione complessiva dipendente) e dei servizi (8,2 milioni, 65%), fa il palio il calo delle ore in Cassa integrazione guadagni (Cig, -1,3 ore per ogni mille lavorate, dato attestatosi a 6,5, aumentato solo nel comparto delle costruzioni dove questo strumento è utilizzato frequentemente), mentre nel quinquennio 2014-2018 rimangono stabili le ore lavorate per dipendente (e quindi aumenta il monte ore totale lavorate).

Tuttavia, questi dati sono ancora lontani dal periodo cosiddetto pre-crisi. Se infatti il numero delle “teste” in media al lavoro nel 2018, come scritto, ha di poco superato quello del 2008 (+125 mila unità), il confronto delle ore lavorate totali registra un calo di ben 5 punti percentuali (a dispetto del rialzo registrato poco sopra). Come se non bastasse, le retribuzioni nel 2018 hanno, sì, fatto segnare un aumento dell’1,5% sul totale dell’economia rispetto all’anno precedente, ma queste seguono, da una parte, una fase di decelerazione che perdurava da 9 anni, e dall’altra, sono appannaggio per lo più dei dipendenti pubblici – il cui rinnovo contrattuale era atteso addirittura dal 2010.

Come riporta nell’ultima nota Istat disponibile rilasciata sul III trimestre del 2019, «queste dinamiche del mercato del lavoro si inseriscono in una fase persistente di debole crescita dei livelli di attività economica» (“sostenuta” dalla mancanza di investimenti da parte della borghesia nostrana). Anche qui, a un aumento delle posizioni lavorative su base tendenziale (e cioè, sul terzo trimestre del 2018, +151 mila, trainata stavolta dai permanenti, portando il tasso di occupazione a 59,2% sul totale della popolazione attiva), continua a diminuire il monte ore lavorate per dipendente (-0,4%). Inoltre, su base congiunturale (trimestre su trimestre) il numero dei contratti a tempo indeterminato è in calo, mentre anno su anno cresce il ricorso alla cassa integrazione.

Insomma, poche novità in questo passaggio di decennio. Di lavoro non ce n’è molto, quando c’è fatica a essere ben pagato, di sicuro non lo è per i giovani (esclusi da questo report, ma le cui fughe all’estero sono più che note) ed è causa ancora di una carneficina che nell’ultimo decennio ha raggiunto i numeri di una guerra civile (circa 17.000 morti, molto poco “bianche”), con sempre più difficolta di esprimere dissenso.

Di lavoro si fa più fatica a vivere e si muore sempre di più. Se non siamo al livello dei paesi dell’“ex terzo mondo”, di certo continuiamo a scivolare su un piano inclinato, con poche prospettive di cambiamento all’orizzonte (sicuro non da questa classe dirigente), e quasi nessuna coscienza del fatto che “chi nasce dalla parte ricca del mondo, non è detto che in questa ci muore”.

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