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“Lo scenario più plausibile? L’uscita dell’’osso tedesco’ dall’Eurozona”

“C’è in corso il tentativo di blindare ogni possibile deflagrazione dell’Unione, ma purtroppo lo strumento per tenerla unita è quello degli aiuti attraverso il debito. Come è successo per la Grecia: gli aiuti a debito sono una morsa da cui non si esce.”

Guido Salerno Aletta,  geniale, colto economista, tra i più importanti del nostro Paese. Ha attraversato la storia d Italia dalla Prima alla Seconda Repubblica. Giovanissimo consigliere del Senato negli anni settanta, ha conosciuto tutti, da Tina Anselmi ad Andreotti. Cossiga lo definì il migliore servitore dello Stato, quando ancora esisteva uno Stato con la sua autorevolezza. Ai più giovani consigliamo di seguirlo ogni sabato su Milano Finanza e diversi giorni la settimana sul sito Teleborsa. Capirete l’economia, ma soprattutto capirete l’Italia e la sua storia gloriosa del dopoguerra.

Come redazione de l’AntiDiplomatico abbiamo avuto il privilegio di potergli rivolgere alcune domande. Buona lettura.

In un suo recente editoriale su Teleborsa, Lei ha scritto come l’Unione Europea sia ormai sull’orlo di un’implosione in tre tronconi: uno Euro-mediterraneo, dove ci sarebbe anche l’Italia, uno del Nord germanocentrico e il cosiddetto Gruppo di Visegrad. Si potrebbe materializzare già al prossimo Consiglio previsto per il 23 aprile o prevede tempi più lunghi per maturare la spaccatura definitiva?

No, i tempi sono più lunghi. C’è in corso il tentativo di blindare ogni possibile deflagrazione dell’Unione, ma purtroppo lo strumento per tenerla unita è quello degli aiuti attraverso il debito. Come è successo per la Grecia: gli aiuti a debito sono una morsa da cui non si esce. Il MES per le spese sanitarie, così come il programma SURE, per non parlare dei prestiti erogati attraverso la Bei ed il Piano di Recovery Bond sono altrettanti strumenti di coesione forzata: ti aiuto, ma diventi debitore nei confronti della istituzione.

Lei inserisce la Francia nel gruppo Euromediterraneo nonostante Macron abbia, come sempre del resto quando si parla della storia recente francese, trovato già un compromesso con Berlino sulla crisi attuale. Anche considerando il Trattato di Aquisgrana non crede che la Francia, nella sua ipotesi di tripartizione, abbraccerebbe il troncone della Germania?

La Francia è ad un bivio. Battuta nel 1870, sotto scacco nel 1914, invasa nel 1940 con le truppe naziste arrivate a Parigi, è stata il contrafforte continentale nei confronti della Germania. Ha un disavanzo commerciale enorme verso Berlino, perché non vive di subforniture come l’industria tedesca. L’Africa non le basta e le acquisizioni in Italia neppure. In una Europa che si disgrega, che perde pezzi, una alleanza a due, da sola con Berlino, non ha alcun senso. Né dal punto di vista geopolitico né da quello economico.  

A livello monetario che cosa accadrebbe secondo lei nello scenario indicato? L’euro sopravviverebbe magari a più velocità?

Lo scenario più plausibile è quello di una uscita dall’Eurozona dell’osso tedesco: Germania, Austria, Olanda, e forse Danimarca che ha mantenuto una sua valuta. L’euro attuale rimarrebbe per gli altri Paesi della cintura Atlantica e Mediterranea: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, con la guida della Francia e la partecipazione del Belgio, insieme al Lussemburgo  e Malta.  Naturalmente, la prima riforma sarebbe quella della Bce, con la nuova sede nel Lussemburgo, al fine di trasformarla in una vera Banca centrale, in termini di obiettivi e di strumenti.

I tre tronconi sarebbero in competizione anche geopolitica. Quali sarebbero le opportunità per l’Italia da un punto di vista di influenza nel Mediterraneo?

Non vedo competizione, anzi. Si rimodellerebbe un’area ancora più vasta. Il Blocco di Visegrad avrebbe infatti la funzione, ancora storicamente plausibile, di frapporsi alla Russia: isolando la Germania da Est, sarebbe un utile cuscinetto strategico per la Nato. Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia ed Ungheria continuerebbero a fare da perno per una più vasta area Balcanica verticale che unirebbe i Tre mari: partendo dal Baltico per arrivare al Mediterraneo, lambendo il al Mar Nero. Un’area slava di grande peso, che taglierebbe ogni velleità di espansione alla Germania e che chiuderebbe la strada anche alla penetrazione da parte di Turchia e degli altri Paesi arabi che usano la Religione musulmana come strumento di agglutinamento. 

Che senso ha ancora per l’Italia restare nell’euro?

La risposta è semplice: occorre guardare ad un’area politica e monetaria più vasta.  

In un recente sondaggio Swg per il Tg la 7 la maggioranza relativa degli intervistati preferiva la Cina alle alleanze tradizionali per il futuro della politica estera italiana. Sarebbe auspicabile?

La Via della Seta è una risposta strategica, ma allo stesso tempo emergenziale per evitare di surriscaldare ulteriormente l’economia cinese. Si mettono insieme Paesi estremamente diversi tra loro, per cultura e per “funzione d’uso”. Si va dai Paesi africani fornitori di materie prime alle aree di sviluppo nell’Heartland asiatico. Anche il ruolo italiano risulta nebuloso, se non come terminale portuale in alternativa alle rotte tradizionali che utilizzano Rotterdam ed Amburgo. Il Pireo non basta, ed avventurarsi nel Mar Nero è alquanto incerto. Già le sinergie economiche sono poco leggibili. Quelle geopolitiche lo sono ancor meno: solo il Vaticano guarda con tanta attenzione a Pechino.

In un recente editoriale per Milano Finanza lei ha scritto come dopo la grande crisi finanziaria del 2008-2010 l’attenzione è stata concentrata sui sistemi bancari e le politiche monetarie sono servite a moderare il costo del denaro per quelli che ha definito i “prenditori di capitali”. Come giudica le attuali decisioni monetarie delle varie Banche centrali mondiali e che effetto possono avere sull’economia reale?

La crisi globale indotta dalla epidemia di coronavirus nasconde una instabilità enorme del sistema finanziario internazionale. Dal 2008 al 2020, sono rimaste in piedi tutte le asimmetrie e gli squilibri che avevano portato a quella crisi. Ora, reagiscono più velocemente alcuni sistemi, da quello cinese a quello giapponese, da quello americano a quello inglese,  dove c’è coordinamento tra le politiche economiche dei governi e delle banche centrali.   Il sistema europeo deve mediare tra istanze ed esigenza troppo contrastanti. Un incremento enorme dei debiti privati e pubblici, come è stato proposto dall’Eurogruppo e dalla Commissione, e come si ipotizza anche con i Recovery Bond, sarà insostenibile. Serve una immediata monetizzazione, e non c’è che da procedere su questa strada, subito. La Bce si sta muovendo con qualche grado di libertà in più, portando ad ulteriori conseguenze le iniziative indispensabili per evitare l’implosione dell’euro. Ma sarà questa, con grande probabilità, la linea di frattura che porterà alla fine dell’Unione.

* da L’Antidiplomatico

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