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Germania: il riarmo non risolverà la crisi industriale

Diciamolo subito: l’unico modo in cui l’economia di guerra può garantire la piena occupazione, o comunque sostituirsi all’industria civile quando questa è in crisi, è invischiandosi in una guerra vera e propria, di quelle simmetriche preferibilmente. Lo sapeva bene l’establishmente nazista, e lo dovrà scoprire, suo malgrado, anche l’attuale classe dirigente tedesca.

Così si può riassumere quel che emerge da un recente articolo pubblicato sul Financial Times, di cui i dati sono stati ripresi e analizzati da vari studiosi, anche italiani. Il boom di lavoratori impiegati nel settore della difesa tedesca è netto, in percentuale. Ma i numeri non sono minimamente vicini all’impatto che ha l’automotive, e non coprono le perdite che non accennano a fermarsi.

I dati sono questi: considerate le informazioni fornite dalle cinque maggiori società di armamenti di Berlino e dalle quattro start-up in maggiore crescita (tra tutte, da segnalare sicuramente Quantum Systems e Helsing), gli impiegati sono aumentati di circa il 30%, da 63 a 83 mila lavoratori tra il 2021 e il 2025.

Per quanto parziali, mancando i numeri di importanti sigle come Diehl o Knds, è il ministero dell’Economia a dare l’idea delle dimensioni di cui si parla: nel 2022 sarebbero stati 105 mila i lavoratori impiegati direttamente nel settore della difesa. Anche se questo numero fosse aumentato del 40% e non del 30%, ci ritroveremmo circa 40 mila nuovi addetti nell’industria militare.

La VDA, l’associazione dei produttori tedeschi dell’automotive, ha indicato che oggi sono circa 700 mila i lavoratori del settore. L’istituto federale di statistica ha calcolato che la perdita di posti di lavoro dell’automotive del paese si è consolidata intorno al -6,3% solo nei primi 9 mesi del 2025, rispetto allo stesso periodo del 2024, per un totale di 48.700 lavoratori.

Insomma, l’ipotetica crescita nell’industria della difesa dal 2022 a oggi non può coprire, con ogni probabilità, nemmeno le perdite che ha affrontato l’automotive solo tra gennaio e settembre 2025. E bisogna poi sottolineare che il 30% riportato dal Financial Times è stato calcolato sugli impiegati dalle divisioni di armi e armamenti delle società considerate anche all’estero: non sono, insomma, solo lavoratori tedeschi.

Inoltre, questi risultati sono raggiunti con un incremento senza precedenti della spesa militare. Se i contratti per armi ammontavano a 23 miliardi nel 2021, l’anno scorso sono quasi quadruplicati, raggiungendo un valore di 83 miliardi. Anche se Berlino ha dichiarato la volontà di continuare su questa strada, bisogna anche chiedersi fino a quando questa spesa potrà essere ampliata, e considerare poi che l’evidente ristrettezza dei risultati sull’occupazione non potrà cambiare di scala facilmente.

C’è poi un altro tema di non secondario peso sulla questione dell’effetto di sostituzione che il complesso militare-industriale può davvero svolgere nei confronti della spina dorsale dell’industria teutonica. Le competenze industriali e i requisiti tecnologici non sono sempre intercambiabili tra i due settori, e inoltre il settore dipende quasi esclusivamente da commesse statali, che non vengono rinnovate tanto velocemente quanto una macchina sul mercato privato dell’auto.

È stato lo stesso Hans Christoph Atzpodien, alla guida dell’associazione dell’industria militare e della sicurezza tedesca BDSV, che ha detto che il settore non può farsi carico della crisi dell’intero indotto automobilistico. L’economia di guerra, dunque, non potrà risolvere la crisi sistemica del modello europeo. A meno che la UE non si cacci davvero in una guerra vera e propria.

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