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Il petrolio del Venezuela è croce e delizia per gli Stati Uniti

La prima domanda alla quale rispondere è: perché Trump è ossessionato dal petrolio del Venezuela (ma anche da quello dell’Iran)? Come noto gli Stati Uniti sono autosufficienti dal punto di vista energetico, non hanno bisogno – come invece lo sono l’Europa o la Cina – di importare petrolio. Il serissimo problema che hanno gli USA è che il petrolio nel mondo deve continuare a essere venduto e comprato in dollari.

Ragione per cui gli USA di Trump sono anche disposti a comprarlo dal Venezuela e poi magari a rivenderlo alla Cina visto che non ne hanno bisogno. L’importante è che tutte le transazioni siano fatte in dollari e non con strumenti diversi da questo. La de-dolarizzazione è infatti una rogna strategica per gli USA.

Il problema infatti nasce dal fatto che paesi petroliferi importanti come Venezuela e Iran, da tempo hanno cominciato a vendere il loro petrolio alla Cina o a altri paesi, ma spesso facendoselo pagare con monete o strumenti diversi dal dollaro, cominciando così a incrinare quel signoraggio della moneta statunitense su cui gli USA campano di rendita sul resto del mondo dai primissimi anni ‘70.

Non è secondario ricordare che l’Iraq di Saddam Hussein o la Libia di Gheddafi hanno probabilmente decretato la loro condanna a morte quando evocarono l’ipotesi di cominciare a vendere e farsi pagare il loro petrolio da monete diverse dal dollaro.

Insomma Trump manda a dire che: “il petrolio venezuelano lo compriamo noi e ai cinesi glielo vendiamo noi ma ce lo devono pagare in dollari e non con le diavolerie monetarie che si sono inventati i Brics”.

Ma ci sono anche altri problemi che stanno emergendo sull’eventuale acquisto di petrolio venezuelano da parte degli USA.

Infatti, secondo il Financial Times, i vertici delle compagnie statunitensi che producono petrolio da scisti hanno avvertito Trump, che la sua strategia volta ad aprire il settore petrolifero del Venezuela e a spingere al ribasso i prezzi del greggio rischia di colpire direttamente la produzione Usa.

Secondo il FT, Trump è atteso oggi a un incontro con i vertici delle grandi compagnie petrolifere Usa, ma intanto deve fare i conti con il malcontento crescente tra i produttori di petrolio da scisti, molti dei quali non figurano tra i partecipanti.

Gli amministratori di queste compagnie temono che un afflusso di greggio venezuelano sul mercato statunitense possa comprimere ulteriormente i prezzi, mettendo sotto pressione un comparto già in difficoltà perché i costi di estrazione sono talmente alti che hanno bisogno di una quotazione elevata del prezzo del petrolio per poterci rientrare e fare profitti.

Il malcontento in questo settore di petrolieri Usa – che pure aveva sostenuto in larga parte il ritorno di Trump alla Casa Bianca – riflette, secondo il “Financial Times”, una frustrazione crescente anche all’interno del movimento Maga, che accusa il presidente di allontanarsi dal principio “America First”.

L’iniziativa di Trump, ad esempio, ha ulteriormente deteriorato i rapporti con l’industria petrolifera del Texas, già irritata dalla linea dell’amministrazione favorevole a prezzi del greggio sempre più bassi.

Il calo dei prezzi del petrolio sta costringendo diversi produttori a fermare le trivellazioni necessarie per mantenere i livelli di produzione. Pur restando il primo produttore mondiale, gli Stati Uniti dipendono in modo cruciale dalle attività di perforazione idraulica. La scorsa settimana il numero di impianti petroliferi attivi era pari a 412, in calo del 15 per cento su base annua.

L’Agenzia statunitense per l’informazione sull’energia prevede che la produzione statunitense, attualmente a livelli record, diminuirà di circa 100 mila barili al giorno nel 2026, segnando il primo calo annuale dalla pandemia di Covid.

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