Non bastano le aperture dell’ultimo minuto e gli appelli alla responsabilità: il principale sindacato di Samsung Electronics ha confermato la volontà di procedere con uno sciopero di 18 giorni, a partire dal prossimo 21 maggio. La notizia ha scatenato il panico sui mercati, con il titolo del gigante tecnologico che è arrivato a perdere fino al 9,3% durante la sessione di venerdì, trascinando verso il basso l’intero indice azionario sudcoreano, il KOSPI.
Al centro della disputa c’è un profondo disaccordo sul sistema dei bonus e sulla ripartizione degli utili. Il sindacato, che rappresenta oltre 50.000 lavoratori, accusa l’azienda di aver creato un divario salariale inaccettabile rispetto alla rivale SK Hynix. Le richieste sono chiare: i dipendenti pretendono che il 15% dell’utile operativo venga destinato ai premi di produzione, oltre alla rimozione dei tetti massimi sui bonus.
Samsung, dal canto suo, ha cercato di mediare offrendo il 10% e un pacchetto di compensazione una tantum, ma il tavolo delle trattative mediato dal governo è saltato all’inizio della settimana. Nonostante l’azienda si sia detta pronta a riprendere i colloqui senza precondizioni e i vertici si siano recati personalmente al campus di Pyeongtaek per incontrare i leader sindacali, la linea dei lavoratori resta chiara: si torna a discutere dopo lo sciopero, che prenderà avvio il 21 maggio.
Le ripercussioni economiche di una mobilitazione così prolungata rappresentano una leva sindacale enorme. Secondo un rapporto di JPMorgan, l’impatto sull’utile operativo di Samsung potrebbe oscillare tra i 21 e i 31 trilioni di won (circa 14-20 miliardi di dollari), con una perdita di vendite stimata in 4,5 trilioni di won.
A preoccupare molti analisti è soprattutto la continuità delle forniture. Inoltre, l’incertezza sulla capacità di Samsung di onorare gli impegni con i clienti sta spingendo gli investitori verso i concorrenti. Già durante una manifestazione, lo scorso 23 aprile, il sindacato aveva rivendicato un calo del 58% nella produzione delle fonderie di chip e un calo del 18% nella produzione di memorie digitali.
Una chiusura di quasi tre settimane potrebbe paralizzare le catene di approvvigionamento globali. Questo ha spinto a muoversi persino il governo. Il Primo Ministro e il Ministro delle Finanze sudcoreani hanno avvertito che uno sciopero in Samsung rappresenta un rischio sistemico per la crescita economica e le esportazioni del paese.
Il Ministro dell’Industria, Kim Jung-kwan, è stato ancora più diretto, definendo il danno potenzialmente irreparabile e accennando alla possibilità di ricorrere all’arbitrato d’emergenza, uno strumento legale che solo il Ministro del Lavoro può attivare per interrompere forzatamente la protesta in settori critici per l’economia nazionale.
Dalla sua Blue House, la presidenza sudcoreana per ora predica cautela, sperando in una risoluzione diplomatica dell’ultimo minuto. Ma che l’azione di Samsung sia politicamente ed esplicitamente antioperaia lo confermano i risultati economici. Solo poche settimane fa, Samsung aveva annunciato risultati record per il primo trimestre dell’anno, con un utile operativo balzato del 750% grazie al boom della domanda di chip per l’intelligenza artificiale.
È proprio questa enorme disponibilità a spingere i lavoratori a chiedere una fetta più grande della torta, in quella che è ormai diventata la crisi sindacale più grande della storia del paese, probabilmente. Oggi si tenterà un ultimo round di mediazione, ma è evidente che rimane il punto politico: la rapacità della multinazionale contro i suoi lavoratori non deriva dalla congiuntura, e gli operai chiedono un riequilibrio delle relazioni industriali interne.
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