Il 21 maggio è stato presentato alla Camera il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat. L’occasione era storica, dato che questo è l’anno in cui l’istituto di statistica compie un secolo di vita, ma il quadro fatto del paese è il peggiore che ci poteva essere: l‘inflazione, l’invecchiamento della popolazione e la sfiducia nel futuro sono i caratteri di un modello fallimentare, ormai imposto a suon di decreti e manganelli.
Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha presentato il dossier di fronte a Mattarella, e ha messo in evidenza quello che, solo in maniera apparente, è paradossale: più occupati, ma le tasche si svuotano. Il tasso di occupazione rimane basso rispetto ad altri paesi, e il lavoro non garantisce più la sopravvivenza – e, come vedremo, nemmeno la “riproduzione della forza lavoro”. Il dato più allarmante riguarda il potere d’acquisto dei salari, crollato dell’8,6% dal 2019.
Permancono forti divari di genere sulle retribuzioni: a parità di profilo, le donne guadagnano mediamente 2 mila euro in meno all’anno rispetto ai colleghi maschi e continuano a farsi carico del 68,9% del lavoro domestico e di cura, un dato che genera una diffusa “povertà di tempo”, soprattutto tra le madri lavoratrici.
Nonostante nel 2025 le retribuzioni contrattuali abbiano fatto registrare un timido recupero in termini reali, le politiche guerrafondaie dell’Occidente e gli effetti sui mercati, innanzitutto il caro energia, stanno già azzerando queste piccole conquiste. L’impatto si fa sentire direttamente sul bilancio delle famiglie, intaccando anche il ceto medio (che rappresenta il 61,2% dei residenti).
Il 16,1% del ceto medio dichiara di faticare ad arrivare a fine mese. La quota sale al 45% tra le famiglie a rischio povertà e tocca persino il 5,2% di quelle ad alto reddito. Quasi la metà della popolazione riferisce di non essere riuscita a risparmiare alcunché nell’ultimo anno, e un quarto non saprebbe come affrontare una spesa imprevista.
La povertà assoluta resta una piaga per 5,7 milioni di persone (in pratica una persona su dieci), ed è diffusa soprattutto nel Mezzogiorno, tra le famiglie numerose, con minori, e tra gli stranieri. Sale anche la povertà energetica, che stando a una recente direttiva europea viene definita come “l’impossibilità per una famiglia di accedere a servizi energetici essenziali che forniscono livelli basilari e standard dignitosi di vita e salute“. Nel 2024 ha colpito il 9,1% dei nuclei familiari.
L’Italia registra il suo minimo storico anche per quanto riguarda la natalità: nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14 (era 1,18 nel 2024), con appena 355 mila nuove nascite. Non si tratta però di un disinteresse nei confronti della famiglia, tutt’altro. I numeri dell’Istat svelano un dramma sociale: 6,6 milioni di persone desiderano un figlio ma rinunciano ad averlo.
Tra chi dichiara che non avrà figli in futuro, solo il 5,5% ammette che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita. Per tutti gli altri, gli ostacoli sono per lo più economici, o in qualche modo collegati. Oltre quattro persone su dieci (2,8 milioni) rinunciano per motivi finanziari o mancanza di stabilità contrattuale.
Più di una persona su dieci (11,5%) rinuncia alla genitorialità perché totalmente assorbita dalla cura dei genitori anziani: un dato che esprime la mancanza di servizi e assistenza per gli anziani. Per 1,3 milioni di persone il desiderio è stato posticipato così a lungo da non essere più realizzabile. L’età media al parto è salita a 32,7 anni, spingendo le nascite in una fascia d’età in cui il concepimento naturale è drasticamente ridotto.
La forza lavoro continua a invecchiare. Gli over 50 rappresentano ormai il 42% degli occupati totali, con un’età media salita a 45,6 anni. Questo trend, stando all’Istat, intacca anche la propensione all’innovazione dei prodotti, che secondo gli studi a cui si affida l’istituto cresce con l’età media dei dipendenti solo fino alla soglia critica dei 41-42 anni, per poi diminuire drasticamente.
È interessante anche il fatto che, rimanendo sul lato delle novità tecnologiche, l’Italia si ritrova al penultimo posto in Europa per l’uso dell’intelligenza artificiale tra i 16-74enni (19,9% contro il 32,7% della media UE). Il divario è ampio anche tra i giovani di 16-24 anni (47,2% contro il 63,8% europeo). Gli investimenti in Ricerca e Sviluppo sono fermi ai livelli del 2007 (meno dell’1,5% del Pil).
Per i “millennials” (i nati tra il 1980 e il 1994), l’ascensore sociale ha invertito la marcia: la quota di chi sperimenta una mobilità verso il basso rispetto ai genitori (27,1%) supera quella della mobilità ascendente (25%). In questo scenario, la laurea resta l’unico vero scudo contro l’indigenza, ma un accesso reale al diritto allo studio è sempre più risicato (come mostrano anche i paragoni sul numero di laureati con il resto dei paesi più avanzati d’Europa).
Chi ha un titolo terziario vanta un tasso di occupazione dell’85,3% (contro il 56,1% di chi ha la licenza media) e una speranza di vita a 30 anni più lunga (fino a 4,2 anni in più per gli uomini). Ma sono a migliaia i giovani laureati che vengono “rubati” da paesi che offrono una qualche migliore prospettiva di futuro: solo nel corso dell’ultimo anno si è registrata una perdita netta di circa 21 mila laureati espatriati.
Il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavora all’estero, attratto da retribuzioni migliori (73,7%) e reali opportunità di carriera (81,7%). Nelle conclusioni del Rapporto, l’Istat ribadisce che servono investimenti massicci nell’istruzione universitaria (la spesa pubblica italiana resta al 4% del PIL contro il 4,8% UE) e sulle competenze digitali.
Le nostre conclusioni, invece, sono che la manifestazione nazionale operaia lanciata per oggi dall’Unione Sindacale di Base, rivendicando salari, servizi, e anche che non siano i lavoratori a pagare la guerra e il genocidio portati avanti dalle classi dominanti occidentali, mostra tutta la sua attualità e necessità alla luce del Rapporto Istat.
Intorno a chi produce la ricchezza di questo paese è possibile la ricomposizione sociale degli sfruttati, affinché si riconoscano in un programma politico di cambio netto del modello del Belpaese. Oggi è un passo fondamentale in questo percorso. Ci vediamo alle ore 14 a Roma, in Piazza della Repubblica.
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