La vicenda della complessa truffa di “ingegneria sociale” condotta ai danni di Paolo Molesini, all’epoca presidente di Fideuram, l’istituto di private banking controllato dal gruppo Intesa Sanpaolo, lascia davvero perplessi.
I truffatori si sono inizialmente spinti a inviare alla vittima un messaggio da un finto profilo WhatsApp attribuito direttamente a Carlo Messina, Amministratore Delegato di Intesa Sanpaolo, chiedendo l’impiego urgente e “confidenziale” dei fondi di tesoreria per una presunta e riservatissima operazione finanziaria.
L’inganno è stato poi puntellato da una telefonata di conferma effettuata da un complice che, utilizzando l’Intelligenza Artificiale, ha clonato alla perfezione la voce di un autorevole legale d’affari.
Convinto di seguire direttive urgenti e riservatissime impartite dai vertici assoluti del gruppo, Molesini ha quindi disposto una sequenza di bonifici per un totale di circa 95 milioni di euro verso conti esteri collocati in Asia.
Nonostante l’intervento della magistratura milanese sia riuscito a congelare e recuperare ben 59 milioni di euro, oltre 36 milioni di euro sono rimasti dispersi, convertiti in criptovalute.
Ciò che rende surreale e al tempo stesso sconcertante questo episodio, sfociato nelle dimissioni di Molesini nel marzo 2026, risiede nell’incredibile e totale anomalia procedurale di un’operazione finanziaria di tale portata, gestita interamente al di fuori di ogni regola bancaria, di compliance e di governance aziendale, palesando falle enormi nei meccanismi di controllo che dovrebbero invece blindare qualsiasi istituto di credito di importanza sistemica.
Un flusso di denaro pari a quasi cento milioni di euro non può e non deve essere movimentato sulla base di un messaggio di testo estemporaneo ricevuto su una chat e di una chiamata telefonica confermata da una voce artificialmente clonata, scavalcando deliberatamente delibere consiliari, pareri dei comitati rischi, contratti scritti, autorizzazioni formali e i più basilari riscontri incrociati che in un contesto finanziario normale rappresentano il muro di cinta invalicabile contro frodi di ogni genere.
La gravità dell’anomalia è acuita dalla destinazione dei bonifici, disposti in fretta e furia verso conti esteri opachi situati in giurisdizioni complesse come Cina e Hong Kong, un percorso del tutto estraneo ai circuiti interbancari ordinari e trasparenti del gruppo Intesa Sanpaolo.
Come mai una procedura così sbrigativa? il finto Messina scrive un messaggino e partono bonifici per milioni di euro?
Era un’abitudine???
I truffatori hanno fatto leva su una manipolazione psicologica spregiudicata, fondata sulla cosiddetta “truffa del CEO“, brandendo lo scudo intimidatorio della massima urgenza e della totale segretezza per paralizzare lo spirito critico della vittima e convincerla che l’eccezionalità della situazione giustificasse l’accantonamento temporaneo delle normali procedure di controllo interno.
È proprio questo cortocircuito istituzionale e comportamentale, in cui la parola e l’autorevolezza simulata di un vertice aziendale veicolate tramite messaggistica bastano a smuovere casse milionarie senza lasciare traccia documentale ufficiale, a costituire il vero epicentro anomalo di un raggiro milionario.
Di nuovo la domanda; era un’abitudine? un filo diretto? senza lasciare traccia documentale???
Mah! Forse non siamo davanti solo ad un fatto di cronaca…
* da Facebook
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