Alla manifattura occorrerebbe trovare un nuovo nome al passo coi tempi, perché, con l’impiego massiccio di robot e intelligenza artificiale, non sarà più manu facere, “fare con la mano”.
La Cina è il principale laboratorio di questa svolta epocale. Non l’unico protagonista: Giappone, Corea del Sud, Germania, Stati Uniti sono attori di primo piano. Tuttavia in Cina convergono spinte di carattere demografico (il rapido invecchiamento della popolazione) e politico (la rinnovata centralità attribuita dal Partito comunista alla manifattura) che, combinate con le dimensioni della base industriale del paese, stanno favorendo una sperimentazione più generalizzata e rapida che altrove della “manifattura intelligente” (smart manufacturing) e di quella “adattiva” (adaptive manufacturing), ovvero delle sue forme più avanzate, che integrano AI e robotica nei processi produttivi.
Per spiegare l’ingresso del settore manifatturiero cinese direttamente nell’era dell’intelligenza artificiale agentica, saltando alcune tappe della digitalizzazione tradizionale, l’amministratore delegato di Black Lake Technologies ha proposto un suggestivo paragone con i pagamenti elettronici. «Proprio come la Cina ha saltato le carte di credito, passando direttamente ai pagamenti da cellulare, molte fabbriche stanno saltando la digitalizzazione tradizionale completa, per passare direttamente agli agenti di intelligenza artificiale», ha dichiarato Zhou Yuxiang in una recente intervista a South China Morning Post.
Fondata nel 2016, Black Lake Technologies è, per numero di fabbriche servite, il principale fornitore di agenti di intelligenza artificiale per l’industria nella regione Asia-Pacifico. I suoi sistemi integrano l’IA in tutte le fasi del ciclo produttivo, favorendo il passaggio da fabbriche che utilizzano i dati semplicemente per monitorare e ottimizzare la produzione a impianti in cui l’intelligenza artificiale contribuisce direttamente a gestire e coordinare le operazioni. Presente in quasi 40.000 fabbriche in tutto il mondo, annovera tra i suoi clienti Tesla, McDonald’s, Mixue Group, GAC Group e Nongfu Spring.
Secondo Zhou, il cambiamento in corso in Cina indica chiaramente che la “fabbrica del mondo” sta andando oltre i suoi tradizionali punti di forza — costi contenuti e qualità affidabile — per vincere la competizione sulla flessibilità, quella degli stabilimenti anzitutto.
A tal fine, Black Lake Technologies e altre compagnie cinesi forniscono strumenti e agenti di intelligenza artificiale da impiegare in tutte le fasi, dalla progettazione alla produzione, consentendo agli stabilimenti di rispondere tempestivamente alla domanda di prodotti personalizzati e realizzati in piccoli lotti.
La diffusione dell’intelligenza artificiale nell’industria (e nella società) è l’oggetto della Iniziativa AI+, varata nel 2025 dal governo centrale, che punta a integrare l’AI nel 90 per cento dell’economia cinese entro il 2030. Una soglia che va intesa come un obiettivo dichiarato, più che come una previsione realistica. Che tuttavia chiarisce l’intenzione di Pechino di promuovere un’applicazione quanto più capillare possibile delle nuove tecnologie alla manifattura.
In quest’ambito, Black Lake Technologies, con sede a Shanghai, ha lanciato una serie di agenti di intelligenza artificiale specializzati in diverse funzioni aziendali: dalla gestione dei file di progettazione e dei flussi di lavoro agli acquisti, al controllo qualità, al coordinamento della catena di fornitura, alla pianificazione della produzione e alla manutenzione degli impianti.
Le nude cifre snocciolate dai protagonisti di questa rivoluzione danno un’idea delle conseguenze che avrà sul mondo del lavoro, oltre che su quello della produzione.
Secondo Zhou, fino al 40 per cento degli agenti di Black Lake Technologies ha raggiunto la piena autonomia, prendendo decisioni sotto la supervisione umana. Il restante 60 per cento si trova tuttora nella fase di “co-pilota”, aiuta cioè i dipendenti a decidere più rapidamente, ma senza ancora agisce in completa autonomia. Zhou prevede che anche questi sistemi potranno raggiungere la piena autonomia entro 12-18 mesi, imparando dall’esperienza e dalle correzioni degli ingegneri.
«Le fabbriche acquistano queste soluzioni per guadagnare velocità e, una volta integrato nell’impianto, l’agente impara dai riscontri degli esseri umani. Nel giro di uno o due mesi, l’agente recupera il divario, elimina gli errori e raggiunge prestazioni paragonabili a quelle umane», ha dichiarato Zhou al quotidiano hongkonghese.
Classe 1989, Zhou sottolinea che «gli agenti sono il risultato delle conoscenze industriali, delle competenze e dell’esperienza accumulate dal settore manifatturiero cinese, che è all’avanguardia a livello globale».
Black Lake Technologies sta esportando il proprio modello all’estero, soprattutto nel Sud-est asiatico e in America Latina. Inizialmente, la presenza internazionale dell’azienda è derivata dall’espansione delle fabbriche cinesi in mercati come Vietnam, Indonesia, Malaysia e Messico. In seguito – ha spiegato Zhou –, le multinazionali che già utilizzavano la tecnologia di Black Lake Technologies in Cina hanno cominciato a replicare il sistema nei propri stabilimenti internazionali. Successivamente si sono aggiunte le aziende manifatturiere locali, interessate a integrare gli agenti di intelligenza artificiale nei propri processi produttivi.
Sussidi governativi e yuan sottovalutato sono certamente tra i fattori della competitività del made in China, e alimentano le critiche occidentali al modello cinese. Ma il fenomeno nuovo, e più importante, è l’ammodernamento dell’industria cinese. È a esso che bisogna guardare per comprenderne la direzione e gli sviluppi.
Black Lake Technologies è posseduta da grandi gruppi industriali e fondi d’investimento cinesi, a conferma della centralità che le politiche industriali di Pechino attribuiscono alle tecnologie abilitanti (tra cui gli agenti AI) per lo sviluppo della nuova manifattura.
South China Morning Post ha raccontato così un esempio di applicazione degli agenti AI di Black Lake Technologies:
La crescente domanda di flessibilità produttiva è alimentata anche da una nuova generazione di marchi cinesi affermatisi sui mercati internazionali, come Labubu, la linea di personaggi da collezione di Pop Mart. A differenza dei giocattoli prodotti tradizionalmente su larga scala, i prodotti Labubu presentano centinaia di varianti, che richiedono ai produttori di adattare rapidamente le rispettive catene di fornitura.
Per intercettare questa tendenza, ad aprile Black Lake Technologies ha lanciato Popzao, una piattaforma pensata per rispondere alla crescente domanda di articoli personalizzati da parte di celebrità, musei e attrazioni turistiche. Si tratta di soggetti che desiderano realizzare prodotti con il proprio marchio anche in piccoli quantitativi, pur avendo poca o nessuna esperienza nel settore manifatturiero.
Secondo Zhou, Popzao utilizza agenti di intelligenza artificiale per digitalizzare e automatizzare le diverse fasi del processo, dalla progettazione alle simulazioni tridimensionali fino alla realizzazione degli stampi.
In questo modo, i costi fissi di ingegnerizzazione scendono da circa 300.000 yuan (44.800 dollari) a 2.000 yuan sotto forma di token, ovvero crediti utilizzabili sulla piattaforma. Il modello consente inoltre di ridurre il quantitativo minimo ordinabile da 20.000 a soli 100 pezzi.
Se l’impiego degli agenti di IA nella produzione di Labubu può sembrare una cosa di poco conto, proviamo a immaginarlo nell’industria automobilistica, dove la loro capacità di coordinare progettazione, approvvigionamenti, assemblaggio e controlli di qualità potrebbe trasformare radicalmente l’organizzazione della produzione, la flessibilità delle fabbriche e il ruolo stesso dei lavoratori.
La crescente diffusione dei robot nelle fabbriche ha spinto Black Lake Technologies a rafforzare anche l’integrazione tra i suoi agenti di intelligenza artificiale e i sistemi hardware.
«Noi svolgiamo il ruolo di centro di coordinamento e cervello del sistema», ha concluso Zhou.
L’amministratore delegato di Black Lake Technologies ha spiegato che le aziende di robotica si concentrano soprattutto sul 70 per cento delle attività industriali, quelle che richiedono lavoro manuale e competenze limitate, mentre gli agenti di intelligenza artificiale intervengono sul restante 30 per cento, costituito dalle mansioni svolte da specialisti e ingegneri altamente qualificati.
Secondo Zhou, «quando il software avrà raggiunto la piena autonomia e i robot saranno in grado di operare senza supervisione umana, avremo davanti a noi il quadro definitivo della manifattura del futuro». Senza più operai.
* da Rassegna Cina
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa

Daniele Tamburlini
Fantasmagorico, abbagliante…eppure secondo me qualcosa non torna. Nel leggere (in traduzione) una lettera scritta da un intellettuale (Huang Shizhong) all’ex- ministro della Cultura Wang Meng, altro noto intellettuale, nel 2008, ho notato che gli si rivolgeva con l’appellativo “signore”, non “compagno”. La cosa mi ha reso un po’ perplesso, ed ho perciò interrogato la AI cinese DeepSeek sul perché e su come stanno adesso le cose. La risposta penso che potrà interessarvi, eccola:
l’uso di “同志” (tóngzhì, compagno) come appellativo quotidiano universale ha iniziato a ritirarsi a partire dagli anni ’90, per poi essere sostituito in molti contesti sociali da “先生” (xiānshēng, signore), “女士” (nǚshì, signora), titoli di cortesia o denominazioni professionali. La lettera del 2008 tra Huang Shizhong e Wang Meng, due intellettuali, che si chiamano “先生”, è quindi del tutto normale per quell’epoca e per quel registro.
Perché “compagno” ha perso il suo ruolo di appellativo universale?
1. Il venir meno della base sociale “dello stesso ideale”
Storicamente, “同志” indicava “persona che condivide un ideale e una causa” . Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, questo termine divenne l’appellativo standard tra estranei, colleghi e superiori/subordinati, perché implicava uguaglianza e una fede comune. Ma con la riforma e l’apertura e lo sviluppo dell’economia di mercato, la società si è diversificata negli interessi e nei valori, ed è diventato difficile definire tutti coloro che si incontrano come persone “dello stesso ideale e della stessa causa”. L’appellativo “compagno” ha così perso la sua base sociale .
2. “Depoliticizzazione” della vita sociale e ritorno della cortesia tradizionale
Dalla fine degli anni ’90, nelle regioni costiere si è cominciato a usare “老板” (laoban, capo), “先生”, “小姐” (xiaojie, signorina) e altri appellativi. La gente sperava che la vita sociale fosse meno connotata politicamente e più “umana” . Allo stesso tempo, appellativi tradizionali come “先生” sono tornati in uso sulle scene sociali pubbliche, diventando un termine di cortesia per gli uomini adulti .
3. “Contaminazione” del significato della parola e imbarazzo nell’uso
Nella lingua parlata popolare, “同志” è stato a un certo punto associato all’omosessualità, così come “小姐” ha acquisito connotazioni legate al sesso a pagamento; entrambi i fenomeni hanno reso molte persone diffidenti nell’usare questi termini . Inoltre, negli ambienti ufficiali, dalla fine degli anni ’90 ha preso piede l’abitudine di chiamare i superiori “老板” o “老大” (capo), e “compagno” è stato progressivamente confinato a documenti formali o occasioni particolari (come le riunioni del Partito) .
Quindi, nel 2008, era normale che due intellettuali si chiamassero “先生”?
Sì. Per due studiosi, “先生” non è solo un appellativo di cortesia, ma implica anche rispetto per l’anzianità e la cultura, e in ambito accademico ha il significato di “maestro” . Nella corrispondenza tra intellettuali, “先生” è un registro formale, appropriato e rispettoso, più adatto di “同志” per una lettera personale e professionale.
In sintesi: “Compagno” non è “scomparso”, ma si è ritirato da appellativo universale della vita quotidiana a termine specifico della vita interna del Partito e delle occasioni ufficiali formali . La scelta di “先生” nella corrispondenza privata tra intellettuali del 2008 riflette proprio questo cambiamento epocale.
Beh, allora sono decisamente un nostalgico. Ho sempre preferito e sempre preferirò l’idea di eguaglianza che il termine “compagno” convoglia (anche tra e verso intellettuali) ed il suo abbandono anche in Cina mi sembra decisamente sintomo di “qualcosa che non va”. Del resto Mao l’aveva detto: “dopo di me in Cina ritornerà la borghesia”.