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La straordinaria ascesa della Cina in campo scientifico e come cambierà il mondo

Riportiamo la traduzione di un articolo apparso sulla prestigiosa rivista Nature lo scorso 14 ottobre. Il pezzo è stato critto da Xiaoying You, giornalista originaria di Shangai che vive a Londra, esperta di questioni climatiche e innovazione tecnologica. Data la lunghezza lasciamo ai lettori i commenti, ma è doveroso dare alcuni avvertimenti.

Il primo è che, come in tutti i sistemi complessi, anche in quello cinese non mancano le contraddizioni. Alcuni dei nodi che affronta la ricerca cinese, come quello dell’etica della ricerca biomedica citato nell’articolo, non è un “problema” cinese. Basta guardare ai dibattiti attuali sulla genomica nelle metropoli imperialiste.

E allo stesso modo, la corsa alla pubblicazione non è una caratteristica della “cultura accademica del paese“, come si legge nell’articolo. La valutazione “produttivista” sulla base di dove e quanto si pubblica è la stessa che è presente anche in Italia, per dire. Un meccanismo che inficia carriera, finanziamenti e funesta la ricerca di base (oltre che la qualità della ricerca), e “rende difficile per i singoli ricercatori portare avanti progetti a lungo termine basati sulla curiosità“.

Ma al di là di questi temi, il più importante avvertimento che dobbiamo fare su questo contributo riguarda la riproposizione, seppur mascherata, di un motivo ricorrente della propaganda occidentale: mentre le “democrazie” hanno maggiori difficoltà a sviluppare una coerenza a lungo termine nelle iniziative politiche messe in campo, perché devono fare i conti con i cambi dei governi, Pechino riesce a portare a termine piani di più lungo respiro perché paese “autoritario”.

È un errore che deriva dallo scambiare l’alternanza partitica con la trasformazione del posizionamento strategico e degli interessi che il ceto politico rappresenta. E infatti, nell’arco parlamentare, non si trova forza che metta in dubbio l’adesione alla NATO, e di recente il governo ha ribadito la “linea rossa” delle basi USA sul nostro territorio.

Insomma, esistono delle scelte politiche che diventano intoccabili, presentate quasi come “tecniche”, ma che tali non sono. Semmai l’articolo mette in evidenza la superiorità della pianificazione socialista, associata a una dirigenza pubblica – comunista – che punta a rappresentare gli interessi della maggioranza della popolazione, a promuovere lo sviluppo dell’intera comunità nazionale.

È una scelta politica, non di assetto istituzionale. Ma tenuto presente questo non piccolo “dettaglio”, l’articolo dà un’idea significativa del modo in cui viene concepito il progresso scientifico in Cina, e l’impatto che questo avrà negli equilibri globali. Buona lettura.

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Il presidente cinese Xi Jinping punta molto sulla scienza. In un incontro di alto livello tenutosi a Shanghai in aprile, ha esortato i governi regionali, le università e gli istituti di ricerca a rafforzare la ricerca fondamentale del paese. “Dobbiamo cogliere le opportunità, affrontare le sfide e dare priorità alla ricerca di base“, ha affermato.

La direttiva di Xi si inserisce in un’ampia e lunga campagna cinese volta a potenziare le proprie capacità scientifiche e tecnologiche. Solo un mese prima, i leader del Paese avevano sottolineato l’importanza della scienza nell’ultimo piano quinquennale cinese.

Questo piano strategico prevede investimenti sostanziali nella ricerca fondamentale e nell’innovazione, e si impegna ad accelerare lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia, come l’intelligenza artificiale, le applicazioni quantistiche e la fusione nucleare controllata, entro la fine di questo decennio.

La spinta verso la ricerca fondamentale è l’ultimo sforzo della Cina per accrescere la propria potenza scientifica e tecnologica, una campagna iniziata quasi 50 anni fa e che ha subito una drastica accelerazione a partire dal 2000. Nel 1978, quando si aprì al mondo, la Cina aveva una presenza scientifica pressoché inesistente sulla scena globale.

Secondo il database di citazioni Scopus di Elsevier, i ricercatori del paese avevano pubblicato meno di 120 articoli scientifici su riviste internazionali, pari allo 0,02% del totale mondiale. Ma a meno di 50 anni di distanza, la Cina è diventata una potenza scientifica globale ed è sulla buona strada per guidare il mondo nella ricerca e sviluppo (R&S).

Attualmente, è uno dei maggiori investitori in R&S, è leader nel numero di domande di brevetto e domina la ricerca in decine di tecnologie cruciali , come l’energia nucleare e la biologia sintetica. Le sue università e i suoi istituti sono in competizione con i giganti accademici occidentali e hanno raggiunto per la prima volta la vetta della classifica del Nature Index.

Al di là di numeri e classifiche, le scoperte della Cina stanno catturando l’attenzione del mondo, dallo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale rivoluzionari al recupero, per la prima volta, di campioni di roccia dal lato nascosto della Luna. E la sua fulminea ascesa in campo scientifico potrebbe addirittura accelerare nei prossimi anni.

L’obiettivo attuale del Paese è di aumentare la spesa complessiva in ricerca e sviluppo, che comprende sia il settore pubblico che quello privato, di almeno il 7% all’anno da qui al 2030, il che dovrebbe tradursi in molti miliardi di dollari di investimenti aggiuntivi ogni anno. Questo contrasta con le previsioni per gli Stati Uniti, dove l’amministrazione del presidente Donald Trump sta cercando di tagliare i finanziamenti alla scienza e, secondo i critici, ha indebolito le capacità di ricerca.

“La Cina ha il potenziale per cambiare radicalmente il panorama globale della produzione scientifica, della competizione tecnologica e del centro di gravità geopolitico“, afferma Yanbo Wang, ricercatore di politica scientifica presso l’Università di Hong Kong. “Per l’Occidente, se competere con il Giappone negli anni ’80 è stato come affrontare una tempesta, la Cina porterà uno tsunami negli anni a venire“.

Ma prima che ciò accada, la Cina dovrà affrontare alcune problematiche sistemiche all’interno del suo ecosistema di ricerca. I critici sostengono che l’approccio “fai da te” abbia portato a un diffuso problema di cattiva condotta scientifica, che il governo sta cercando di contrastare da oltre un decennio.

Inoltre, due decessi avvenuti durante sperimentazioni cliniche lo scorso anno hanno sollevato interrogativi sulla regolamentazione e sull’etica della ricerca biomedica d’avanguardia. Altre questioni, come la minaccia di un rallentamento economico e le tensioni geopolitiche, potrebbero a loro volta frenare i progressi scientifici e tecnologici.

Ricerca e sviluppo in crescita

Negli ultimi trent’anni, i leader cinesi hanno posto la scienza e l’istruzione al centro degli sforzi del Paese per incrementare la prosperità. La spesa complessiva per ricerca e sviluppo è aumentata di circa 100 volte in questo periodo. Negli ultimi dieci anni, la spesa è cresciuta in media di oltre il 10% all’anno, secondo le statistiche pubblicate dal governo cinese.

Secondo i dati raccolti dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), l’impennata della spesa cinese in ricerca e sviluppo supera di gran lunga quella di altri Paesi. Nel 2024, la Cina ha superato gli Stati Uniti – un Paese ampiamente considerato leader mondiale nella scoperta scientifica e nell’innovazione tecnologica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – diventando il Paese con la maggiore spesa interna lorda in ricerca e sviluppo (GERD). Tale indicatore comprende tutta la spesa dei settori pubblico e privato.

L’OCSE ha corretto i valori del GERD (spesa lorda in ricerca e sviluppo) dei due paesi utilizzando la parità di potere d’acquisto (PPA), che tiene conto del fatto che beni e servizi in Cina sono più economici che negli Stati Uniti.

Tuttavia, i ricercatori con sede in Cina mettono in guardia dal trarre immediatamente la conclusione che la Cina sia ora il maggiore investitore mondiale in ricerca e sviluppo, a causa della complessità del confronto tra la spesa in R&S di due nazioni. Se si considera il tasso di cambio, un altro metodo di calcolo, la spesa in R&S della Cina nel 2024 era circa la metà di quella degli Stati Uniti, rispetto all’8% del 2004, secondo l’OCSE.

Uno dei maggiori vantaggi della Cina nello sviluppo scientifico è la sua capacità di attuare piani a lungo termine e di portarli a termine con coerenza, afferma Zhang Lin, ricercatore di politica scientifica presso l’Università di Wuhan, in Cina. “Il sistema centralizzato cinese consente al Paese di concentrare le risorse su obiettivi scientifici a lungo termine in modo più efficace“, afferma Zhang.

La leadership cinese, spiega, è in grado di sostenere investimenti a lungo termine in aree scientifiche strategiche, come le comunicazioni quantistiche. Al contrario, i cambiamenti politici negli Stati Uniti possono costringere il Paese a passare da una priorità all’altra. Per molti ricercatori, ciò che conta non è la posizione esatta della Cina in classifica, ma la sua forte traiettoria ascendente.

L’aumento vertiginoso degli investimenti cinesi in ricerca e sviluppo dimostra che la Cina sta cercando di passare dall’essere un produttore di beni a un produttore di conoscenza e tecnologie di frontiera, afferma Hao Bin, economista presso l’Università Xi’an Jiaotong-Liverpool di Suzhou, in Cina. “Anziché competere principalmente grazie ai vantaggi derivanti dai bassi costi del lavoro, la Cina compete sempre più attraverso le sue capacità tecnologiche, gli ecosistemi dell’innovazione e il controllo delle tecnologie“, afferma Hao.

Un chiaro esempio è il piano a lungo termine della Cina per lo sviluppo della sua industria dei semiconduttori, secondo Hao. Nel 2014, la Cina ha lanciato un fondo di investimento statale per sostenere il settore con un finanziamento iniziale di circa 100 miliardi di yuan (quasi 16,3 miliardi di dollari all’epoca).

Il fondo, combinato con politiche industriali coordinate, ha permesso alla Cina di sviluppare le proprie capacità lungo tutta la catena di fornitura dei semiconduttori, dalla progettazione dei chip alla produzione delle apparecchiature per la loro fabbricazione, afferma Hao. Da quando gli Stati Uniti hanno imposto un divieto generalizzato sulla vendita di chip semiconduttori avanzati alla Cina nel 2022, il governo cinese ha intensificato il suo sostegno, afferma Hao.

Il terzo ciclo del fondo, lanciato nel 2024, dovrebbe distribuire 344 miliardi di yuan (circa 50 miliardi di dollari) alle aziende del settore dei semiconduttori. Altri settori strategici su cui la Cina si è concentrata sono la biotecnologia e la biomedicina. Il governo ha posto una crescente enfasi sulla ricerca e sviluppo di farmaci originali e sulla medicina traslazionale , che mira a sviluppare trattamenti clinici a partire dalla ricerca di base.

La corsa all’IA

All’inizio del 2025, una piccola azienda di intelligenza artificiale chiamata DeepSeek ha scosso i mercati globali con il lancio di un modello linguistico su larga scala (LLM) in grado di competere con le prestazioni degli strumenti dominanti sviluppati dai giganti tecnologici statunitensi.

DeepSeek, con sede a Hangzhou, in Cina, ha raggiunto questo traguardo a una frazione del costo sostenuto dalle aziende occidentali e utilizzando molte meno risorse di calcolo. Questo tipo di innovazione, portata avanti da un’azienda privata, è nata grazie al sostegno costante del governo centrale.

Storicamente, le università e gli istituti di ricerca statali hanno guidato gli sforzi di ricerca e sviluppo in Cina. Ma dal 2010, quando il governo ha avviato una campagna nazionale per promuovere un gruppo di “industrie strategiche emergenti” – che spaziano dai veicoli elettrici ai prodotti farmaceutici – le imprese private hanno assunto un ruolo sempre più importante nel guidare l’innovazione del paese.

“Le aziende sono diventate sempre più attive nella ricerca e sviluppo in Cina perché si rendono conto che l’innovazione è fondamentale per assicurarsi maggiori quote di mercato“, afferma Hao. Il governo cinese afferma di sperare ora che le aziende private possano svolgere un ruolo ancora più importante.

Il suo ultimo piano quinquennale si impegna a dare maggiore potere e risorse a queste imprese per migliorare gli ecosistemi di innovazione, istruzione e ricerca del paese. Questa mossa deriva in parte dal successo in ricerca e sviluppo che alcune aziende cinesi hanno dimostrato negli ultimi anni in tecnologie chiave, dalle batterie all’intelligenza artificiale, secondo i ricercatori.

L’intelligenza artificiale ha rappresentato un “fattore di rafforzamento della fiducia” per la Cina in termini di posizione nella competizione tecnologica globale, afferma Meicen Sun, esperto di informatica presso l’Università dell’Illinois Urbana-Champaign. L’esplorazione spaziale è un altro settore in cui la Cina sta acquisendo sempre maggiore sicurezza.

Nel 2022, dopo tre decenni di pianificazione e costruzione, ha completato la costruzione della sua stazione spaziale, Tiangong o Palazzo Celeste. Si è trattato di una pietra miliare per il programma spaziale cinese, afferma Xie Gengxin, che studia le applicazioni ambientali nello spazio presso l’Università di Chongqing in Cina. “Significa che la Cina è ora in grado di condurre ricerche a medio-lungo termine nello spazio“, aggiunge.

Un altro traguardo per la Cina è stato quello di essere diventata la prima nazione a far atterrare un rover sul lato nascosto della Luna. Il Paese intende far atterrare degli astronauti sulla superficie lunare entro il 2030 e lanciare una missione su Marte nel 2028 con l’obiettivo di riportare campioni sulla Terra tre anni dopo.

La Cina considera ormai il progresso nella ricerca spaziale una strategia nazionale fondamentale e Xi Jinping prevede che il governo investirà ingenti risorse nel settore, sia finanziarie che umane. Yuqi Qian, geologo planetario presso l’Università di Hong Kong, concorda sul fatto che la Cina consideri l’esplorazione spaziale come uno sforzo a lungo termine per rafforzare la propria sovranità tecnologica e il proprio potere nazionale, piuttosto che una corsa geopolitica a breve termine per superare gli Stati Uniti.

“Negli Stati Uniti si parla di una corsa spaziale in corso tra Cina e Stati Uniti, ma non in Cina“, afferma Qian, che partecipa al programma cinese di esplorazione lunare e dello spazio profondo.

Potenziare la ricerca di base

Secondo Hao, il forte sostegno della Cina alla ricerca scientifica è in parte motivato dal suo impegno a ridurre le vulnerabilità e la dipendenza tecnologica. Gli eventi globali dell’ultimo decennio, come la pandemia di COVID-19 e le restrizioni sui semiconduttori imposte dagli Stati Uniti, hanno dimostrato come la dipendenza da tecnologie straniere possa rappresentare una debolezza strategica per la Cina.

Durante la pandemia, ad esempio, molti esperti stranieri hanno lasciato la Cina e alcune apparecchiature scientifiche non potevano essere importate dall’estero. Ciò ha comportato delle ripercussioni sull’utilizzo di alcune tecnologie che si basavano su questi specialisti e su queste apparecchiature, afferma Hao. “Pertanto, la spesa in ricerca e sviluppo sta diventando sempre più un obiettivo di sicurezza nazionale“.

Una delle misure adottate dalla Cina a partire dal 2018, anno in cui Trump, durante il suo primo mandato, ha lanciato una guerra commerciale contro la Cina, è stata quella di potenziare la propria capacità di realizzare scoperte innovative e originali. Questo aspetto è ampiamente considerato un punto debole del sistema scientifico del Paese.

L’obiettivo della Cina è quello di aumentare significativamente il proprio impatto globale nella ricerca fondamentale – che mira a sviluppare la conoscenza piuttosto che applicazioni specifiche – entro il 2035, e di rendere la Cina un “importante centro scientifico globale e polo di innovazione” entro la metà di questo secolo, ha dichiarato il Consiglio di Stato cinese, la massima autorità amministrativa del paese, nel 2018.

Ma raggiungere questo obiettivo non sarà facile. Nel 2024, i finanziamenti per la ricerca fondamentale rappresentavano poco meno del 7% del budget complessivo cinese per la ricerca e sviluppo, rispetto al 14,4% degli Stati Uniti, secondo i calcoli di Chris Martin, analista di dati scientifici e presidente della Explorative Science Foundation, un’organizzazione no-profit con sede a Christchurch, in Nuova Zelanda, basati sui dati dell’OCSE.

La Cina era inoltre in ritardo rispetto a due dei suoi vicini, il Giappone (11,6%) e la Corea del Sud (14,7%). Sebbene la percentuale sia salita a un record del 7,08% in Cina lo scorso anno, non è stato raggiunto l’obiettivo dell’8% fissato dal precedente piano quinquennale cinese, conclusosi nel 2025. Il nuovo piano quinquennale non prevede un obiettivo di finanziamento per la ricerca fondamentale.

Ma, forse, un ostacolo maggiore è la cultura accademica del paese, che rende difficile per i singoli ricercatori portare avanti progetti a lungo termine basati sulla curiosità, avvertono gli studiosi. I ricercatori cinesi vengono costantemente valutati in base al numero di articoli pubblicati su una selezione di riviste influenti e all’ammontare dei finanziamenti nazionali ottenuti.

“Pertanto, il numero di pubblicazioni provenienti dalla Cina è cresciuto rapidamente negli ultimi anni“, afferma Li Jizhen, ricercatore di politiche per l’innovazione presso l’Università Tsinghua di Pechino. Nonostante il governo abbia avviato un’importante riforma nel 2020, nella speranza di migliorare il sistema di valutazione accademica, il numero di pubblicazioni è ancora ampiamente utilizzato dalle università cinesi per determinare l’assunzione e la promozione del personale, come hanno riferito diversi ricercatori alla rivista Nature.

Secondo il Nature Index, che monitora 178 riviste di scienze naturali, applicate, sociali e sanitarie, la Cina è ora al primo posto nella classifica dei paesi e territori con il maggior numero di articoli pubblicati dai suoi ricercatori su riviste influenti, avendo superato gli Stati Uniti nel 2023.

“Ma un elevato numero di pubblicazioni non garantisce necessariamente scoperte originali e rivoluzionarie che possano far vincere un premio Nobel o un premio Turing, ad esempio“, afferma Li. “La questione è come liberare i ricercatori dall’obbligo di raggiungere obiettivi quantitativi e consentire loro di condurre con fiducia ricerche a lungo termine, che potrebbero avere successo o meno“.

La pressione a pubblicare sta contribuendo anche ai problemi di integrità della ricerca in Cina, affermano alcuni specialisti che studiano questo tema. Un’indagine di Nature sui ritiri di articoli ha rilevato che tra il 2014 e il 2024, quasi il 60% degli articoli ritirati includeva autori con affiliazioni con la Cina.

Le agenzie scientifiche cinesi hanno spesso cercato di reprimere le frodi nella ricerca; negli ultimi mesi, cinque accademici cinesi di alto livello sono stati sanzionati dopo che Student Geng, un blogger ed ex dottorando, ha segnalato anomalie nei dati presenti nei loro articoli pubblicati.

Le sanzioni sono giunte dopo che le loro università avevano avviato indagini sui loro lavori e scoperto che i team avevano commesso irregolarità accademiche. Questi eventi hanno scatenato accese discussioni sulle piattaforme social cinesi riguardo alle cause profonde della falsificazione dei dati.

La National Natural Science Foundation of China (NSFC), il principale ente finanziatore della ricerca fondamentale del paese, ha sanzionato quattro dei cinque studiosi, insieme ad alcuni loro colleghi, in un’operazione di repressione per cattiva condotta condotta ad agosto.

Secondo i ricercatori cinesi, è necessario apportare modifiche al sistema di valutazione accademica del paese, per incoraggiare gli scienziati a svolgere un lavoro originale e impegnativo senza preoccuparsi delle proprie prospettive di carriera.

Nuovo hub per talenti

I ricercatori che monitorano le statistiche sulle pubblicazioni scientifiche affermano che le tendenze degli ultimi due decenni rivelano un profondo cambiamento nel panorama della ricerca globale. I ricercatori al di fuori della Cina collaborano ora con gli scienziati cinesi “per impostazione predefinita, non per eccezione“, ha dichiarato a Nature all’inizio di quest’anno Caroline Wagner, analista di politica scientifica presso la Ohio State University di Columbus. (La Wagner è deceduta a giugno).

La Cina non è più ai margini della rete di collaborazione globale; è diventata un polo centrale, ha aggiunto. Ciò si riflette nelle statistiche delle pubblicazioni: una parte crescente delle collaborazioni globali è ora guidata da accademici cinesi piuttosto che dai loro colleghi occidentali, secondo uno studio del 2025 che ha analizzato quasi sei milioni di articoli scientifici.

Uno dei fattori che ha contribuito a rafforzare la presenza della Cina nelle collaborazioni accademiche globali è il crescente numero di ricercatori cinesi formatisi all’estero che fanno ritorno in patria. “I ricercatori che rientrano in patria sono importanti proprio perché portano con sé la conoscenza tacita che le pubblicazioni ufficiali non contengono“, ha affermato Wagner.

Scienziati competenti che dieci anni fa sarebbero rimasti negli Stati Uniti ora si trovano in Cina, e la rete di collaborazione globale si sta riorganizzando attorno a loro, ha aggiunto. Il numero di scienziati rientrati in Cina è aumentato dopo il 2018, anno in cui gli Stati Uniti hanno lanciato la “China Initiative”, una politica volta a contrastare lo spionaggio economico e il furto di proprietà intellettuale da parte di agenti del governo cinese, conclusasi nel 2022.

Quasi 5.600 scienziati hanno lasciato gli Stati Uniti per tornare in Cina tra il 2018 e il 2021, rispetto ai circa 6.860 del periodo 2000-2017, secondo uno studio del 2023 condotto da Yu Xie, sociologo dell’Università di Princeton nel New Jersey. Secondo i dati più recenti della National Science Foundation statunitense, la maggior parte degli studenti cinesi che studiano negli Stati Uniti vi rimane dopo la laurea.

Nel 2024, oltre il 79% dei dottorandi cinesi negli Stati Uniti intendeva rimanervi, una percentuale simile a quella registrata prima del calo dovuto alla pandemia di COVID-19. Tuttavia, le politiche introdotte dall’amministrazione Trump dall’inizio del 2025 stanno rendendo più difficile per studenti e ricercatori internazionali entrare e rimanere nel Paese.

Sebbene gli scienziati cinesi abbiano citato diverse ragioni per il loro ritorno in Cina, la crescita economica di questi paesi e le attuali politiche interne statunitensi si sono combinate creando un circolo vizioso che li incoraggia a rientrare, secondo i ricercatori.

“Le condizioni in Cina, sia in termini di lavoro che di tenore di vita, sono migliorate significativamente nel tempo. Di conseguenza, gli scienziati sono maggiormente incentivati ​​a lavorare in Cina“, afferma Yu Xie. “Nel frattempo, l’accoglienza riservata ai cino-americani negli Stati Uniti è peggiorata e anche il sostegno governativo alla scienza in America è diminuito. Di conseguenza, l’incentivo a rimanere negli Stati Uniti si è affievolito“, afferma Yu Xie.

Non sono solo i rimpatriati a riversarsi in Cina. Il Paese sta attivamente reclutando studenti internazionali per le sue università attraverso la Belt and Road Initiative , il programma di punta cinese per le infrastrutture e lo sviluppo globale. Sebbene la Cina abbia un numero di studenti internazionali nettamente inferiore rispetto ad altri Paesi, come Stati Uniti, Regno Unito e Australia, tale cifra è in crescita.

Secondo il Ministero dell’Istruzione cinese, nell’anno accademico 2024-2025, dei 380.000 studenti internazionali che studiavano in Cina, il 61,1% proveniva dall’Asia, il 16,2% dall’Africa, il 15,6% dall’Europa e il 7,1% dalle Americhe e dall’Oceania. Le università di tutta la Cina hanno sviluppato programmi, spesso con generose borse di studio, per attrarre studenti e ricercatori internazionali.

Alcuni di questi programmi sono pensati per fornire agli studenti provenienti da una specifica regione competenze che potrebbero contribuire allo sviluppo dei loro paesi d’origine. Ad esempio, l’Università di Tongji a Shanghai offre un master in ingegneria civile per studenti kenioti, mentre l’Università di Tianjin gestisce un corso di laurea triennale speciale in scienze e tecnologie marine per candidati provenienti dal sud-est asiatico.

Chairina Hanum Siregar, una studentessa indonesiana, si è recata in Cina per studiare gli sviluppi nel campo della salute digitale presso l’Università del Sichuan a Chengdu. “Vivere e studiare in Cina mi ha permesso di osservare come le tecnologie vengono utilizzate nel settore sanitario e come ospedali, pazienti e pubblico in generale reagiscono a questa tendenza“, afferma Siregar. La Cina rappresenta il futuro della ricerca, aggiunge.

Questo sentimento risuona nei laboratori e nelle aule universitarie, mentre la Cina continua a rafforzare le proprie capacità di ricerca all’avanguardia a livello mondiale. Per i leader cinesi, un elemento chiave di questa strategia è investire nei giovani. La NSFC ha annunciato che aumenterà i finanziamenti per i ricercatori all’inizio della carriera nel Paese, sponsorizzando ulteriori 12.000 progetti di ricerca a partire da quest’anno.

Questa iniziativa riflette l’intenzione del governo di ridurre la pressione a cui sono sottoposti i giovani ricercatori, afferma Tang Li, ricercatore di politica scientifica presso l’Università di Fudan a Shanghai. Ma lancia anche un segnale più profondo. “Se la Cina vuole una ricerca di base più originale, non può fare affidamento solo su scienziati affermati e su grandi progetti strategici“, afferma Tang. “Ha bisogno di una base di giovani ricercatori molto più ampia e diversificata, con la libertà di esplorare nuove questioni“.

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