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Devastazione, silenziamento, ed “esproprio” delle memorie secondo i padroni dell’IA

Secondo i grandi capitalisti della Silicon Valley, il fatto che i lavoratori e i comuni cittadini possano possedere qualcosa è, stringi stringi, uno spreco di risorse. È di pochi giorni fa l’intervista rilasciata a un podcast da Sam Altman, CEO di OpenAI (il colosso americano che ha sviluppato ChatGPT), che ha causato una bufera nel web. Il tecno-miliardario statunitense se l’è presa niente meno che con la memoria RAM dei nostri computer e smartphone, giudicandola, di fatto, uno spreco intollerabile.

Il problema alla base è strutturale: l’infinita espansione dei data center, necessari per addestrare e mandare avanti l’Intelligenza Artificiale, richiede una domanda di chip che l’industria attuale non è in grado di soddisfare. In questa crisi produttiva, le memorie DRAM (essenziali per qualsiasi dispositivo elettronico, ma vitali anche per l’infrastruttura dei giganti tech) sono diventate una risorsa scarsa e ferocemente contesa.

Di fronte a questa carenza globale, la ricetta del tecno-miliardario non lascia spazio a equivoci: bisogna smettere di disperdere questi preziosi componenti nelle case delle persone. Secondo Altman, i dispositivi domestici sono gravemente sottoutilizzati, mentre nei grandi server e nei cloud le memorie lavorerebbero a pieno regime, senza interruzioni.

“Da una prospettiva di allocazione globale – ha sentenziato candidamente – è piuttosto grave che ognuno trattenga nei propri computer una fetta importante della limitata fornitura mondiale di memoria DRAM, per poi usarla solo il 5% del tempo“. Per il CEO occorre concentrare le risorse tecnologiche e di calcolo nelle mani di pochissimi eletti, alla faccia di ogni parvenza di “democratizzazione della tecnologia”.

C’è dunque un paradosso a dir poco esilarante, considerando che i CEO di questi colossi tech guardano al socialismo con malcelato orrore, terrorizzati dall’idea di un sistema economico in cui – dicono loro, manipolando la realtà – “nessuno possiede nulla perché è tutto nelle mani dello Stato”. Eppure, se a espropriare risorse e terreni sono le multinazionali, il discorso cambia magicamente.

Ormai è sotto gli occhi di tutti come il tema dell’IA e la proliferazione dei data center stiano sollevando le ire e le proteste (sacrosante) di fasce crescenti della popolazione in tutto il mondo: dalle comunità locali agli attivisti per l’ambiente, dagli Stati Uniti fino all’Europa.

Il malcontento è tale che l’azienda di ChatGPT dichiara di avere in cantiere una massiccia campagna di comunicazione per riabilitare l’industria dei data center agli occhi delle persone, partendo proprio dallo smettere di chiamare queste strutture “data center” (che evocano ecomostri e voragini energetiche) e ribattezzarle con il più rassicurante nome di “campus di calcolo per l’intelligenza artificiale”.

Secondo Chris Lehane, responsabile degli affari globali di OpenAI e consigliere politico statunitense, questa campagna di comunicazione partirà subito dopo le elezioni di metà mandato, appena svoltesi. E ancora, secondo Lehane le midterm saranno solo un “trailer” di ciò che vedremo nel 2028, anno in cui prevede che l’IA diventerà il tema centrale della corsa alla Casa Bianca. E su cui sia Trump che la dirigenza dei democratici sembrano contendersi il favore dei tecnomiliardari.

Insomma, il piano è convincere l’opinione pubblica che un capannone industriale assetato di energia sia in realtà un’oasi accademica. E a proposito di oasi, chiedete ai finlandesi come sta andando la loro transizione ecologica. Proprio l’UE ci regala un caso da manuale, dove per fare spazio a un nuovo data center di Google sono stati rasi al suolo 816 acri di foresta, un’area equivalente a oltre 400 campi da calcio.

Tutto questo senza l’ombra di una valutazione di impatto ecologico, necessaria in teoria per avere un’autorizzazione. Oltre all’evidente devastazione degli ecosistemi, con branchi di lupi costretti a fuggire nei villaggi limitrofi.

Devastazione per la quale ci sarà ora (a cose fatte) un’indagine penale per accertare violazioni delle leggi in materia ambientale, con il rischio concreto di contaminazione da metalli pesanti delle falde acquifere. Ma in fondo, che importanza ha un bosco secolare quando c’è in gioco “il progresso dell’umanità”? (leggi: i profitti dei miliardari)

Negli Stati Uniti assistiamo a un cortocircuito politico tutto americano: complici le deregolamentazioni e l’approccio di Donald Trump, che ha dichiarato la nuova “corsa all’oro” dei data center, queste strutture stanno invadendo gli stati rurali più spopolati. Aree che, ironia della sorte, rappresentano lo zoccolo duro e storicamente più radicato dell’elettorato repubblicano.

Le proprietà di questi cittadini vengono ora minacciate da colossi di cemento che stanno facendo schizzare alle stelle i prezzi dell’elettricità e stanno monopolizzando le risorse idriche. A questo si aggiunge un inquinamento acustico insostenibile, generato dalle enormi turbine e dai generatori a gas che emettono un rumore continuo, paragonato dai residenti al rumore del motore di un aereo, rendendo impossibile la vita sia per la fauna locale che per le persone.

È esattamente ciò che sta accadendo nel Mississippi, vicino all’impianto xAI di Elon Musk. Di fronte ai malumori e alle cause legali degli abitanti esasperati di Southaven, la soluzione del miliardario è stata brutalmente pragmatica: comprare il silenzio, letteralmente.

L’azienda ha offerto di acquistare 418 abitazioni del vicinato, ma alla condizione inderogabile che i proprietari ritirino la loro partecipazione alle class action legali contro l’inquinamento acustico. Un’operazione immobiliare a due spiccioli per sbarazzarsi dei fastidiosi esseri umani e creare quella che i residenti, ormai rassegnati, hanno già ribattezzato “Elonville”.

In sintesi, il futuro che ci viene impacchettato è meraviglioso. Nel capitalismo estrattivo, qualsiasi bene che può essere posseduto dalle persone, che si tratti della casa o che si tratti del cellulare, è un fastidio per l’azienda o uno spreco intollerabile.

Le foreste e i boschi devono essere spianate per diventare “campus di calcolo”, le case devono essere espropriate con un assegno di consolazione, e se il frastuono delle turbine vi impedisce di dormire, potrete sempre chiedere a ChatGPT di leggervi una ninna nanna. Nel nuovo mondo dell’IA, i cittadini non possederanno nulla e ogni aspetto della vita è in affitto, ma le multinazionali tech ne saranno entusiaste.

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