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Sardegna. L’isola tradita


Minatori che scendono, fino a 400 metri di profondità nelle gallerie della miniera di Nuraxi Figus della Carbosulcis, nell’iglesiente, per poi risalire con la promessa di un possibile accordo di salvataggio della produzione mineraria; operai dell’Alcoa che salgono, su un silos di 70 metri, per protestare contro la chiusura dell’azienda prevista per i prossimi giorni, per poi scendere per partecipare ad una manifestazione organizzata a Roma presso il Ministero dello Sviluppo Economico.

Salire e scendere, sembra questo il destino che è riservato all’isola che, dopo avere vissuto un periodo di “splendore” dovuto a un boom turistico iniziato nella metà degli anni ’60 (è stato festeggiato a marzo 2012 il 50esimo anniversario della firma tra un pool di magnati internazionali – tra cui Karim Aga Kan – del trattato che creava il consorzio “Costa Smeralda”), risulta essere oggi ridotta alla miseria!

Quel trattato diede avvio a un’invasione turistica, di lusso e anche di massa, permettendo altresì una speculazione edilizia selvaggia con la costruzione di ville faraoniche, villaggi e mega alberghi turistici e relativi servizi. Lo sviluppo “selvaggio e feroce” del sistema dei trasporti con la creazione di aeroporti, il potenziamento di porti e allargamento dei moli d’imbarco e sbarco; compagnie di navigazione e quant’altro utile allo sviluppo impetuoso della ricettività turistica, tutto ciò ha fatto sì che l’isola a suo tempo devastata da un’emigrazione colossale riprendesse un po’ di fiato e di speranza economica per i periodi a venire.

Tutto ciò oggi non esiste più, l’isola sta vivendo un periodo molto critico e pesante. E’ distante molto il tempo da quando era considerata la “perla” del Mediterraneo.

Tutte le attività produttive, sia industriali sia manifatturiere, dedicate ai settori alimentari e agropastorali sono oggi in pesante ristrutturazione; si assiste di fatto a una vera e propria decimazione delle poche attività e aziende artigianali rimaste in piedi. I lavoratori dell’Alcoa e della Carbosulcis sono solo gli ultimi arrivati, i quali caratterizzano maggiormente la situazione dell’isola.

Dai pastori all’industria chimica e mineraria, si sta creando una polveriera

L’intervento dell’industria “italiana” ha comportato negli anni una devastante modifica della condizione sociale d’interi settori popolari. Come ne è una precisa testimonianza, il disastro di una decina di migliaia di miliardi di lire sperperati nella petrolchimica che fu di Rovelli.

Porto Torres, Ottana, il Sulcis erano le scommesse (un sogno negli anni ’60) dell’industrializzazione della Sardegna. Un sogno che si è infranto quasi subito! Delle industrie chimiche impiantate nell’isola, e di tutti quei progetti (e relativi finanziamenti – dei quali non se ne trova più traccia -) è rimasta in piedi soltanto la gigantesca raffineria di Sarroch di proprietà della Saras (famiglia Moratti), che continua a produrre oltre che nel settore della raffinazione del petrolio e nella produzione di energia elettrica, anche in quello ospedaliero, infortunistico e cimiteriale, poiché produce incidenti e morti sul lavoro:

(http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2011/04/12/news/nuova-tragedia-sul-lavoro-alla-saras-un-operaio-muore-intossicato-due-feriti-1.3411726)

La situazione economico-sociale è caratterizzata da cifre terrificanti: su 1 milione 700 mila abitanti, quasi 400 mila sono disoccupati; 25mila i posti perduti in 6 mesi; la disoccupazione giovanile è oltre il 30%; più di 300 mila risultano essere in povertà. Nel Sulcis una volta c’era il polo dell’alluminio, 6mila operai tra Alcoa e Eurallumina; queste aziende – nonostante i profitti incamerati in anni di sfruttamento e sviluppo selvaggio – invece di competere nel miglioramento degli impianti e delle attività, hanno fatto a gara a chi smantellava per primo.

A questo bisogna aggiungere anche altri dati. 80mila piccole aziende (commercianti, artigiani, contadini e pastori) sull’orlo del fallimento per le cartelle di Equitalia, almeno 7mila sono nel Sudovest della Sardegna. Equitalia sta letteralmente distruggendo l’economia e le poche micro imprese rimaste operanti nell’isola. Un esempio c’è dato da una denuncia che è stata fatta da un rappresentante del Movimento Pastori Sardo (MPS): Andrea Impera, un leader del movimento, racconta l’ultimo scempio che ha visto all’opera funzionari di Equitalia: “…l’azienda agricola Terrasegada, 120 ettari, valore più di un milione e mezzo di euro, andata all’asta per debiti a Equitalia, acquistata per soli 120 mila euro e i vecchi proprietari mandati via da agenti in assetto antisommossa e elicottero.”

http://archiviostorico.corriere.it/2012/febbraio/21/Dai_pastori_all_industria_chimica_co_8_120221021.shtml

Le compagnie private di navigazione: colpo di grazia alla risorsa del turismo

La Tirrenia nuovo sponsor del Cagliari. Oltre il danno anche la beffa. I tifosi sardi sono insorti contro la dirigenza della squadra di calcio perché il nome Tirrenia è evidenziato come: “Quel marchio è il simbolo di decenni di vessazioni sui sardi”. In mezzo, oltre la storia, la guerra commerciale sulle tariffe del trasporto fra l’Isola e il continente. “E’ un obbrobrio – ha detto l‘assessore regionale al turismo – vedere il marchio turistico della Sardegna al fianco di chi, come vecchia e nuova Tirrenia, ha deliberatamente messo in ginocchio il sistema economico dell’Isola”.

Ma nell’ultimo anno, insieme ad altri provvedimenti presi dall’attuale governo, si inserisce anche il vertiginoso e assurdo aumento delle tariffe per ottenere un passaggio sulle navi dirette in Sardegna.
Gli anni scorsi molti potevano utilizzare i servizi offerti dalle Ferrovie di Stato (oggi eliminati) e la compagnia di navigazione Tirrenia, pagando una cifra sostenibile e adeguata. I residenti sardi avevano agevolazioni sulle tariffe. Oggi la Tirrenia è stata privatizzata e la “liberalizzazione” ha consegnato le rotte per la Sardegna ai diretti concorrenti (a cominciare da Moby) riuniti sotto la sigla Cin (Compagnia italiana di navigazione).

Afferma il vicepresidente del consiglio regionale (…) “Oggi la Cin rappresenta la negazione di una concorrenza virtuosa; garanzia di qualità di migliore qualità dei servizi e di prezzi ragionevoli: gli armatori sono riusciti ad aumentare i loro guadagni riducendo enormemente il numero dei passeggeri trasportati, che a causa dei costi insostenibili hanno scelto per le loro vacanze mete diverse dalla Sardegna”.

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/08/23/news/tirrenia_sponsor_del_cagliari_con_polemiche-41377394/

Un esempio sul sistema tariffario adesso vigente:

Partendo da Livorno, o da altri porti in periodi non di alta stagione, con la compagnia Moby Lines, una famiglia tipo (genitori e due figli, di cui solo uno under 12 anni, con auto al seguito) paga poco meno di 900 euro (894,56), mentre con Sardinia Ferries il costo da affrontare sarebbe stato pari a 815,32 euro. Del tutto simili le condizioni praticate da Tirrenia, la compagnia di Stato, sulla via della privatizzazione, che peraltro dall’inizio dell’anno ha tagliato le corse, per le quali esiste una convenzione di continuità grazie alla quale arrivano dallo Stato circa 70 milioni di euro. Ebbene con Tirrenia si sarebbe arrivati a spendere la bellezza di 874 euro. Si sarebbe risparmiato qualcosa viaggiando con Saremar, la compagnia di bandiera della regione Sardegna.

E’ noto che sei italiani su dieci, le ferie le fruiscono ad agosto, e in quel periodo il salasso aumenta notevolmente. Con Moby Lines, con partenza l’11 agosto e ritorno il 25, alle medesime condizioni sopra descritte, il prezzo salirebbe a 1182 euro. Una tariffa, questa, superiore del 32% rispetto a quella praticata a luglio. Lo stesso con Sardinia Ferries cui andrebbe staccato un assegno del valore di 1158 euro: addirittura + 42% sul prezzo del mese di luglio. Con Tirrenia, invece, l’incremento tariffario, pari al 10 per cento circa, è sensibilmente inferiore in confronto a quello applicato da Moby Lines e Sardinia Ferries. Il prezzo di Tirrenia, pari a 953 euro, sarebbe, per la famiglia tipo considerata, comunque da capogiro. Con Saremar si riuscirebbe, come a luglio, a risparmiare, sborsando quasi 200 euro in meno (…) per avere qualche chance di viaggiare con Saremar “avremmo dovuto prenotare a marzo”. In tal modo non si favorisce certo l’isola, che vede la sua ultima e principale fonte di sostentamento proprio dal turismo (vedi http://www.linkiesta.it/traghetti-sardegna-antitrust)

Equitalia vessa, la Regione non riscuote i crediti con lo Stato

Esiste il problema dei soldi che lo Stato deve alla Regione Sardegna, quasi 10miliardi, secondo una stima sommaria fra quote Irpef e Iva spettanti da decenni e trattenuti.

Negli anni 80 furono stanziati 1.000 miliardi (di lire), da destinare a una riforma pastorale sarda, mai compiuta; del finanziamento non si sa nulla – non esiste nessun rendiconto.

In compenso, lo “Stato italiano” attraverso Equitalia sta letteralmente spogliando i sardi. Equitalia, società pubblica incaricata della riscossione nazionale dei tributi, ha cominciato la sua opera di riscossione, nel tentativo di raggiungere l’obiettivo posto dall’allora ministro dell’Economia Tremonti per la raccolta fiscale: 13miliardi di euro.

Un’operazione che peggiora con disastrose conseguenze il già critico sistema economico sardo, Sono note le cifre che emergono dall’analisi del piano delle riscossioni affidate a Equitalia. Delle 170mila267 imprese presenti – circa 70mila, quasi la metà – sono indebitate per un totale complessivo di 4 miliardi e 273 milioni di euro. E soltanto 6mila648 di esse sta pagando con le rate.Duemila imprese hanno chiuso i battenti, impossibilitate a pagare, lasciando circa un miliardo di euro di debiti scoperti.

Esiste dunque un rischio concreto di vedere aumentare i fallimenti, deprimendo ulteriormente l’economia sarda. Dall’isola arriva la richiesta di applicare l’articolo 51 dello Statuto Sardo, per sospendere una legge o provvedimento statale, in materia economica o finanziaria, evidentemente dannoso, si richiede anche che il Governo faccia una revisione delle regole di Equitalia, affinché la percentuale da destinare alla società diminuisca dal 9% al 2% … “si sussurra” che Equitalia pratichi tassi usurari.

Per mettere fine a queste vessazioni si potrebbe utilizzare lo statuto della regione Sardegna. L’articolo 51 dello Statuto Sardo permette infatti di chiedere al Governo che venga sospesa una legge dannosa in materia finanziaria o economica. Si rivolge una interrogazione urgente al Presidente del Consiglio e al Ministero dell’Economia, degli Affari Regionali, delle Politiche sociali e dell’Interno, chiedendo se «il Governo intende porre in vigore apposito decreto legge o provvedimenti vigenti in materia di dichiarazione di stato di crisi economica, finanziaria e sociale, onde evitare il tracollo del sistema produttivo sardo». http://www.linkiesta.it/equitalia-mette-ginocchio-le-aziende-sardegna

Legge Costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3

STATUTO SPECIALE PER LA SARDEGNA
Titolo I – Costituzione della Regione

Art. 1 La Sardegna con le sue isole è costituita in Regione autonoma fornita di personalità giuridica entro l’unità politica della Repubblica Italiana, una e indivisibile, sulla base dei principi della Costituzione e secondo il presente Statuto.

Art. 2 La Regione autonoma della Sardegna ha per capoluogo Cagliari.
Art. 51
Il Consiglio regionale può presentare alle Camere voti e proposte di legge su materie che interessano la Regione. La Giunta regionale, quando constati che l’applicazione di una legge o di un provvedimento dello Stato in materia economica o finanziaria risulti manifestamente dannosa all’Isola, può chiedere la sospensione al Governo della Repubblica, il quale, constatata la necessità e l’urgenza, può provvedervi, ove occorra a norma dell’art. 77 della Costituzione.

Scenari economico sociali

Lo scenario per il 2012 per l’economia sarda non è roseo, fra stretta creditizia e difficoltà del sistema produttivo.
Afferma il segretario generale di Confindustria Sardegna, che «chi ha una maggiore apertura ai mercati esteri ora mostra segni di ripresa più rapidi. Soprattutto chi si rivolge ai mercati asiatici e ai Brics dove l’economia ha ripreso a tirare». Per il Movimento Pastori Sardi, «trasporti e costo dell’energia sono un ostacolo, e in generale i costi di produzione non ci permettono di essere concorrenziali in un mercato che ci obbliga a confrontarci sulla quantità e non sulla qualità».
Il Movimento Pastori Sardi, ci aiuta a tracciare un quadro della piccola e media impresa agro-pastorale sarda. «In Sardegna esistono diversi tipi di azienda: ci sono quelle particolarmente modernizzate, che possiedono mezzi tecnici adeguati sia per l’allevamento sia per la coltivazione del terreno. E paradossalmente sono quelle che maggiormente risentono della crisi, avendo fatto dei grossi investimenti che non vengono ripagati dal basso prezzo di vendita dei prodotti agricoli. Esistono poi aziende poco capitalizzate che insistono su pascoli pubblici, con piccoli guadagni ma nel contempo investimento vicino allo zero. Queste aziende o micro-aziende – che in realtà costituiscono la base produttiva regionale – hanno anche un ruolo di tutela del territorio, ma garantiscono un reddito molto basso …«Trasporti e costo dell’energia sono un ostacolo, e in generale i costi di produzione non ci permettono di essere concorrenziali in un mercato che ci obbliga a confrontarci sulla quantità e non sulla qualità». L’agroalimentare e la pastorizia sono i settori che più hanno risentito di questo crollo, di cui le riscossioni operate da Equitalia sono una conseguenza. Come se non bastasse questo quadro per illustrare lo stato in cui versa l’isola, è noto che da decenni le “servitù militari” occupano militarmente porzioni rilevanti di territorio con conseguenze molto nocive e pericolose sia per i residenti in quelle aree che per gli animali che in esse pascolano.

Un territorio sottoposto a pesanti servitù militari

Da trent’anni In Sardegna ci si ammala, si muore, nascono animali deformi. Nella zona militare del poligono di Salto di Quirra viene fatto brillare di tutto. Adesso la Procura di Lanusei starebbe per formalizzare l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale per un alto ufficiale. E c’è grande attesa per i risultati di alcune analisi su tre cadaveri. A Quirra, fazzoletto di terra sarda hanno costruito il più grande poligono militare d’Europa e del mondo intero, se si considera anche lo spazio in mare. Negli ultimi periodi in questa zona si è sviluppata una singolare malattia la “cosiddetta Sindrome di Quirra”! Non c’è solo il poligono di Quirra ma anche altre zone risultano essere pesantemente investite dalle servitù militari. «Nel poligono di Perdasdefogu le industrie belliche hanno potuto affittare porzioni dell’area militare per la sperimentazione. Nessuno può controllare cosa sperimentassero, ma hanno potuto solo produrre autocertificazioni attestanti che nulla di pericoloso per la salute umana stesse accadendo sulla collina che sovrasta Quirra». Si calcola che siano almeno cinquanta le morti sospette.

Le opzioni indipendentiste ancora deboli

Da qualche tempo sta riprendendo piede la “questione indipendentista” che aveva caratterizzato sin dal dopoguerra la vita socio-politica della Sardegna, alimentandosi anche con rivendicazioni di natura etnico-linguistica, economica e culturale.

Con il progressivo declino dei progetti legati alla creazione di una “nazione sarda”, le formazioni storiche dell’indipendentismo, come il ‘Partito Sardo d’Azione’ e ‘Sardigna Natzione’, hanno però abbandonato gradualmente gli orientamenti più avanzati, per adottare una linea di tipo federalista, proponendosi anche di affrontare la questione in una prospettiva europea.

Questa questione si è espressa negli anni scorsi anche attraverso partiti politici autoctoni e formazioni politiche di natura indipendentista che no riescono però a dare vita ad aggregazioni durature su un progetto più avanzato. Ciò nonostante, queste formazioni sono da tempo “sorvegliate” dai servizi di “intelligence”: http://gnosis.aisi.gov.it/gnosis/Rivista3.nsf/stampe/7 .

In conclusione

Nonostante la situazione naviga verso un suo progressivo peggioramento, non possiamo non notare che tra discese, salite e risalite, pare sia quest’ultima la strada che s’intende percorrere.

Nei prossimi giorni si terranno manifestazioni, incontri e trattative per trovare una soluzione positiva al “destino cinico e infame”, alle quali pare è stata condannata la maggioranza della popolazione sarda. Un’isola sfruttata, un’isola tradita, per l’ennesima volta, dobbiamo augurarci che sia l’ultima.

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