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Monti come Berlusconi: “Meno tasse per tutti”

Non lo troveremo mai con le mutande in mano, circondato da conigliette, ma a parte questi dettagli la campagna elettorale del premier scelto dalla troika (Fmi, Bce, Ue) parte con la solita mirabolante promessa: “meno tasse per tutti”.
Cambia lo stile retorico, certamente meno sbrindellato di quello mostrato dal vecchio impresario di Arcore, ma non l’attitudine alla menzogna totale, al rovesciamento di senso operato chiamando ogni cosa con un altro nome. Un esempio? I diritti ribattezzati in “privilegi”, la precarietà totale spacciata per “opportunità” (ricordate “che noia fare lo stesso lavoro per tutta la vita”?).
Vediamo il primo florilegio di promesse elettorali e cerchiamo quindi di capire quali saranno le chiavi propagandistiche scelte per far dimentica la “riforma” delle pensioni, l’Imu, l’abolizione dell’art. 18, la normativa sul mercato del lavoro, i tagli alla sanità e all’istruzione.
«Ridurre la tassazione sul lavoro e parallelamente la spesa pubblica». Le due cose potrebbero coesistere, in linea di principio. Certo, occorrerebbe un inasprimento del prelievo fiscale sui redditi e i patrimoni più alti, per reperire risorse sufficienti a far fronte agli obblighi del fiscal compact (-3% annuo di debito pubblico, nel caso italiano, pari a 45-50 miliardi). Peccato che la “riduzione della spesa pubblica”, a questo punto, o si rivolge contro quei ceti che sostengono “il professore” (imprenditori degli appalti pubblici, delle concessionarie tipo Autostrade, favoriti e clientes di lungo corso, ecc), oppure finisce per svuotare le tasche dei lavoratori privandoli di servizi essenziali. Ovvero facendo pagare loro più cari i trasporti pubblici, l’acqua, le prestazioni sanitarie, l’istruzione a qualsiasi livello, ecc). Possiamo scommettere che anche il prof. non  toccherà mai la sua base sociale di riferimento.
«A Bersani dico: dove sto? Io sto per le riforme che rendano l’Italia più competitiva e creino più posti di lavoro; ma è difficile ragionare su dove uno sta. Io scendo in campo non schierandomi pro o contro singoli partiti ma fortemente per difendere determinate idee». In questo dobbiamo dargli atto di introdurre una novità nello sgangherato dibattito politico nazionale, dove – specie a sinistra, per quanto ci interessa – negli ultimi venti anni la discussione è rimasta ferma ai “contenitori”, mettendo per questo sotto il tappeto “i contenuti”. Con risultati tragici, abbiamo visto, perché nessuno è più disposto a votare uno che si dice “di sinistra” ma che poi avalla scelte di politica economica chiaramente di destra. Monti espone un programma di destra, lo ha scritto sulla sua “agenda” e chiede di seguirlo su quella strada. Chiunque gli chieda “da che parte sta”, semplicemente, ragiona al passato. Nell’era del governo della Troika, prima si decide cosa si vuol fare davvero, poi si scelgono gli alleati. Ma in ogni caso – questo il non detto da Monti – si farà quel che la Troika decide.

Per essere più chiaro, visto che i voti vanno strappati soprattutto all’area di centrodestra, ha garantito che «D’ora in poi l’obiettivo sarà la crescita. Bisognerebbe coalizzare chi è per le riforme e non per la conservazione». Chi sono i conservatori? I sindacati come la Cgil (non parliamo poi del sindacalismo di base…) e quella parte di “sinistra” che ancora nomina i diritti dei lavoratori (per essere scomunicati da Monti basta nominarli, anche se poi li si svende senza problemi). «Ora la distinzione fondamentale è tra chi vuole cambiare il Paese e chi a sinistra, mi riferisco a Vendola e a Fassina, e a destra, si oppone a questo cambiamento». L’ala “chiacchierona” del Pd è avvertita: se volete divertirvi a fare i progressisti in campagna elettorale, fate pure; ma una volta al governo, sia chiaro, comanderemo noi venuti apposta da Bruxelles.

Perché – e si torna alle promesse da marinaio – «La luce alla fine del tunnel la vedo più vicina di prima. E sono molto più ottimista che nel frattempo il tunnel non ci crollerà sulla testa travolgendoci come abbiamo rischiato». Certo, «Molto dipende dall’economia mondiale. Se in Ue le politiche per la crescita partono il tunnel potrà accorciarsi». Qui dobbiamo far notare che la “lunghezza” del tunnel deve essere parecchio aumentata, forse grazie all’interessamento dell’ex ministro Mario Lunardi (titolare anche della più appaltata ditta di scavo di tunnel in Italia). Prima Monti assicurava che sarebbe finito entro la fine dell’anno appena iniziato. Ora non dà più riferimenti certi, che gli verrebbero buttati sicuramente in faccia di qui a poco. Meglio restare sul vago, insomma.

Sulle tasse, invece, «servono alleggerimenti di situazioni per le famiglie, soprattutto quelle numerose, un sistema sanitario che funzioni ancora meglio e a costi minori e ci stiamo lavorando, e un sistema fiscale che consenta una redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri. Per questo il sistema fiscale deve funzionare». Qui non ci sono parole… Il capo di un governo che in soli tredici mesi ha ridotto alla fame centinaia di migliaia di famiglie, e distrutto le aspettative di milioni di altre, osa mostrarsi un pubblico come un “difensore dei poveri”. Si capisce senza fatica perché ovunque vadano i ministri “tecnici” siano accolti da fischi e contestazioni aperte. Semmai ancora troppo poche…

Parlando a Radio Anch’io su Radio Uno, ammiraglia a disposizione di qualsiasi governo, ha risposto alle “domande” del direttore del Gr Rai, Antonio Preziosi, che si è subito inginocchiaro ricordando come come Monti sia sia posto come obiettivo un taglio della pressione fiscale di un punto nel 2013. A una domanda così pressante, l’ex premier si è sentito obbligato a ricordare che la prima azione sul fronte fiscale del suo governo è stata già inserita nella legge di stabilità: «ridurre tassazione che grava su lavoro, sui lavoratori e sulle imprese, e parallelamente ridurre la spesa».  

Ma non accetta di esser messo nel mucchio dei concorrenti alla presidenza del consiglio futuro, né di esser confuso con il resto della classe politica, a costo di cavalcare quel “populismo” che ufficialmente afferma di voler contrastare. «La sete di sangue nei confronti della Casta è diventata tale che qualunque taglio alla spesa pubblica sarebbe visto come insufficiente. Ma ancora c’è molto da fare». «Il costo della politica non è solo la casta ma è il non decidere o il farlo guardando al risultato delle prossime elezioni e non agli interessi della gente». Quetsa degli “interessi della gente”, diciamolo, è una formula della neolingua pari soltanto al ministero della difesa rinominato in “ministero della pace” in 1984 di Orwell.

Il resto delle promesse è ordinaria amministrazione, a quel punto. «Riduzione del numero dei parlamentari e semplificazione del processo legislativo e organizzazione territoriale dello Stato», passando per «una legislatura costituente. Ciò che è da fare non è nuovo, ciò che è mancato è lo spirito e la volontà coesa per farlo. Spero che la prossima legislatura faccia capire agli italiani che c’è un interesse comune e che occorre battersi affinché l’Italia non sia una Cenerentola e che non si parli di complotti contro l’Italia. Siamo seri, siamo adulti…». 
Vogliamo proprio esserlo, mister Trilateral? E allora ricordiamo che Lei che 40 anni è cresciuto alla scuola di quanti – con Huntington, Crozier, Watanuki – predicavano la “Crisi della democrazia”, e quindi il suo superamento autoritario, perché incompatibile con le necessità e la tempistica del capitalismo moderno.

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