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L’Europa della Troika archivia Berlusconi

Che l’Unione Europea non abbia mai amato Berlusconi, è certo. In un establishment multinazionale dove le questioni si risolvono sempre in compromessi ben pilotati, attraverso azioni di lobbying e mediazione degli interessi “nazionali” sulla base di pesi specifici certificati e riconosciuti, questo “Mule” (dalla trilogia di Asimov) privo si cultura istituzionale, refrattario a regole e costumi condivisi, concentrato soltanto sui propri interessi personali di singolo imprenditore, non poteva avere sponde certe. Solo convergenze occaionali.

Ma la sortita di ieri da parte del Commissario all’economia Olli Rehn ha messo in chiaro che un’Italia guidata di nuovo dal Cavaliere si troverebbe tutti contro, aprendo una stagione di assalti speculativi pari soltanto a quella ipotizzabile in caso di vittoria di “forze rivoluzionarie” attualmente inesistenti.

L’accusa a Berlusconi è stata infatti precisa e circostanziata: “non mantenne gli impegni e bloccò la crescita dell’Italia”. La prima cosa è certa, la seconda molto meno, ma il senso generale è chiaro: in questa Unione europea si può stare solo a certe condizioni, applicando davvero gli accordi sottoscritti, senza “pensate all’italiana” (firmo, ma poi faccio come mi pare). Il processo di costruzione dell’Europa politica, del resto, è fatto di queste forzature a comportamenti attendibili. Altrimenti salta tutto. Chi difende questo processo, sembra ovvio, vuole un Monti a rappresentare la casella Italia, non certo un Cavaliere senza princìpi, della cui parola non ci si deve mai fidare.

Fin qui siamo al noto. Ma l’articolo con cui Stefano Folli, su IlSole24Ore, commenta l’incidente è rivelatore di quanto questa costruzione europea stia andando avanti senza una discussione politica all’altezza del processo. Sia in Italia, che è quasi scontato, ma anche in Europa. Le scelte, vogliamo dire, vengono fatte dalla “Troika” e hanno valore di “legge”, non sono “ricontrattabili” (come ancora promettono Ingroia e altri; persino Vendola, quando Bersani non è presente). Ma i perché e i come sono materia segreta, mascherata con “leggi dell’economia” che non hanno mai funzionato in quel modo in nessuna fase e parte del mondo.

Una costruzione politica motivata soltanto economicamente, per di più in modo astratto e imperscrutabile, è quasi un suicidio. Scommettere sulla sua rottura non è insensato. Ed è a questo livello di comprensione che devono essere oggi osservate le dinamiche della “politica” italiana. Che in generale, invece, si muove ben al di sotto della soglia, divisa – al massimo – tra chi si candida a garante fedele delle decisioni prese in altra sede e chi promette di “rinegoziarle”, senza peraltro averne gli strumenti e la forza, o addirittura – come Berlusconi – la credibilità.

Nell’Europa integrata non ha senso indignarsi per le ingerenze elettorali

di Stefano Folli

Il vice-presidente della Commissione europea, Olli Rehn, si è affrettato a precisare nella serata di ieri che non era sua intenzione interferire con la nostra campagna elettorale. Segno che qualcosa del costume italico ha varcato le Alpi. Questo dire e poi smentire è tipico della politica romana, ma di solito non attenua il messaggio: serve in genere a salvare le forme.

È quello che ha fatto Rehn: pur salvando la forma, ha fatto capire con chiarezza qual è il risultato delle elezioni più gradito in Europa. Dovrà essere un esito in grado di tenere Berlusconi lontano dall’area del governo, visto che all’ex premier l’esponente della Commissione fa carico di aver tradito gli impegni presi nel 2011 con l’Unione, esponendo di conseguenza l’Italia al rischio del collasso finanziario.

S’intende che nel partito di Berlusconi ci si è indignati. Brunetta ha chiesto le dimissioni di Rehn e Berlusconi, forse non a caso, ha scelto la giornata di ieri per affermare che lui cerca «il consenso degli italiani, non quello della signora Merkel». Aggiungendo che, in caso di vittoria del centrodestra, «la musica cambierà». Come dire che l’Italia inaugurerà una sua politica autonoma dall’influenza di Berlino.

Cosa significhi in concreto non è chiaro, visto che i vincoli di bilancio varranno, nel caso, anche per Berlusconi. È vero però che le parole di Rehn hanno gettato un grosso sasso nelle acque già agitate del dibattito elettorale. Hanno eccitato un vago sentimento nazionalista che Berlusconi a tratti incoraggia. E in effetti nel centrodestra si sono stracciati le vesti in tanti, come testimonia la reazione di Alfano e di altri: tutti indignati per l’«ingerenza» della Commissione. Eppure l’intervento del vice-presidente può essere inopportuno sul piano politico, ma non è certo illegittimo.

Nell’Europa senza più frontiere della moneta unica e del «fiscal compact» non circolano liberamente solo le persone, ma anche le opinioni. Comprese quella dei commissari-guardiani dell’Ue, la cui attività non a caso scandisce la vita economica dei Paesi membri in ogni stagione dell’anno. Che queste voci debbano tacere in campagna elettorale è una tesi a cui nessuno crede, ma che si preferisce sostenere con una certa dose di ipocrisia quando è conveniente farlo. In realtà quello che accade in Francia e in Germania interessa agli italiani come mai in passato; per contro a Parigi e a Berlino si guarda con attenzione alle scelte del nostro Paese. E non potrebbe essere altrimenti.

Certo, non si può dar torto a Mario Mauro, storico parlamentare europeo, prima con il Pdl e oggi candidato con la lista Monti. Dice Mauro di avvertire un senso di fastidio quando sente «parlare male dell’Italia in Europa e dell’Europa in Italia». Sotto questo profilo si può persino dubitare che l’intervento di Rehn ottenga il risultato auspicato. Potrebbe addirittura innescare un moto di irritazione verso l’Europa e le sue ricette impopolari. C’è da augurarsi che non sia l’inizio di qualcosa di peggio, come farebbero pensare le frasi berlusconiane contro l’Europa tedesca e la necessità di suonare un’altra musica. In ogni caso Rehn fa capire che a Bruxelles e nelle maggiori capitali si farà di tutto per tenere l’Italia agganciata a una cornice di stabilità politica. E sappiamo, del resto, che il Ppe ha già compiuto da tempo la sua scelta pro-Monti.

dal Sole24Ore

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