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La “terza repubblica” aveva bisogno di un’altra Tangentopoli

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il motto de “Il gattopardo”, ripreso nel titolo di un famoso articolo di Augusto Graziani, sembrattagliarsi perfettamente alla realtà del paese svelata casualmente dall’ennesima inchiesta giudiziaria. Non c’è nessuna sorpresa, tranne il vedere che lo stesso meccanismo, tra le stesse “categorie” o addirittura le stesse persone, si riproduce senza sosta, un giorno dopo l’altro, come se nulla e nessuno potesse davvero interromperlo.

E quindi, è sorprendente secondo voi vedere che “politici, imprenditori, mafiosi, ex appartenenti alla banda della Magliana, prelati e qualche 007” si servivano tutti insieme e separatamente dello stasso commercialista per fare affari in comune?

È bastato che un giudice ordinasse il sequestro dei file di Paolo Oliverio, commercialista, arrestato agli inizi di novembre con l’accusa di aver pilotato nomine e affari dell’ordine religioso dei Camilliani, intimo di “uomini delle istituzioni”, ovviamente anche di “uomini d’affari” (se fai quel mestiere, è normale…), alti gradi del Vaticano, ma anche “riciclatore” di capitali per conto della ‘ndrangheta e della malavita romana.

Le rivelazioni vengono offerte da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, utilizzando – come di consueto – una “esfiltrazione di fascicoli” dalla procura di Roma. I nomi fin qui resi noti sono la classica crepa nella diga, ora si tratta di vedere le dimensioni dell’alluvione.

Si parte con l’ex senatore del Pdl, Sergio de Gregorio, prima ancora ex dipietrista che ha confessato di essere stato comprato – con due o tre milioni di euro – da Berlusconi per cadere il governo Prodi. Si prosegue, per ovvia conseguenza, con Paolo Berlusconi, imprenditore e fratello del leader di Forza Italia. Per la gioia degli anti-laziali (sportivamente parlando) si va avanti con Claudio Lotito, presidente della Lazio. A questo punto non poteva mancare una vecchissima conoscenza degli intrighi piduisti, come il “faccendiere” per eccellenza, Flavio Carboni. Per guarnire la già ricca torta ecco apparire il boss Ernesto Diotallevi, che avrebbe concluso affari immobiliari da centinaia di migliaia di euro grazie al “giro” di conoscenze che ruotava intorno al commercialista. Compare anche un uomo della finanza, latitante da anni per una bancarotta da oltre 90 milioni di euro, come Marco Squatriti – ex marito di Afef Jnifen, poi signora Tronchetti Provera. Il meno noto è un peones, deputato del Nuovo centrodestra alfaniano, Alessandro Pagano.

Nessuno stupore nel vedere – per esempio – che in qualche modo spunta fuori il nome di Lorenzo Borgogni, ex manager di punta in Finmeccanica, che aveva alcune quote societarie insieme a Squatriti e avrebbe appalti gestiti da imprese del Gruppo sotto controllo pubblico, anche se quotato in Borsa. Il solito meccanismo di “matrioske”, società fantasma intestate a prestanome, attraverso cui soldi di “incerta origine” diventato “puliti come angioletti”.

Ma al commercialista non mancavano certo “entrature” anche nel mondo dei servizi segreti – per favore, smettetela di chiamarli “deviati”! fanno esattamente quel che viene loro ordinato dal governo di turno – visto che «l’indagato disponeva di un sistema software per le intercettazioni illegali». Ma una serie di documenti estrapolati dals uo computer farebbero pensare che facesse anche da “soffia” per i servizi stessi, riportando discussioni risrvate su affari, contatti, ecc. Un classico “agente doppio” da romanzo stile Le Carrè.

Come sempre, generali, Guardi di Finanza e Vaticano fanno la parte del leone.  Dall’indagine sui Camilliani (ordine “religioso”), i magistrati sono rapidamente arrivati alla gestione “occulta” di appalti in regioni “problematiche” – dal punto di vista delle infiltrazioni mafiose nella costruzione di infrastrutture – come Campania, Calabria e Sicilia.

Le entrature con la GdF sarebbero invece state utilizzate per “proteggere” clienti dall’azione di Equitalia. Ci mancava pure che certa gente si vedesse costretta a pagare le tasse!

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