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Torino: confederalità sociale in piazza contro lo sgombero dell’Ex Moi

“People before borders”, “I flussi migratori non si possono bloccare, fatevene una ragione”, “Casa, lavoro, dignità”, “Diritti umani imposti al mondo, ignorati in Europa”: così recitavano alcuni dei cartelli e degli striscioni che si sono visti sfilare sabato pomeriggio per le vie di un’algida e plumbea Torino, attraversata da un colorato, vivace, festoso, ma anche incazzato corteo di più di mille persone tra migranti, cittadini, studenti, attivisti sindacali e militanti di varie forze e collettivi politici che hanno manifestato contro lo sgombero dell’occupazione dell’ex-MOI.

Il MOI è un’area di sette edifici costruiti per ospitare gli sportivi delle olimpiadi invernali del 2006, mai riconvertiti ad uso abitativo dopo l’evento, lasciati deperire nell’incuria (in una città con circa 4000 sfratti!), alcuni dei quali dal 2013 occupati da circa 750 persone tra rifugiati e migranti. Da due anni viene gestita un’occupazione che, grazie ai compagni militanti dei centri sociali Gabrio e Askatasuna e dell’USB settore migranti, ha permesso alle persone residenti di avere almeno un tetto per ripararsi (per approfondire leggi qui: https://exmoi.wordpress.com/about/).

Dal 14 gennaio è stato notificato il sequestro giudiziario delle palazzine, senza sapere ancora quale sarà la destinazione d’uso degli edifici, ma soprattutto senza indicare quale sarà il destino delle persone che vi abitano.

L’occupazione è stata in grado di costruire nel tempo rapporti solidali con il quartiere, che sabato ha risposto all’invito a partecipare alla manifestazione.

Il corteo è partito dalla stazione Porta Nuova per passare dal centro (ma dalle vie laterali, perché la contessa avrebbe potuto irritarsi…) e giungere al mercato di Porta Palazzo, il luogo con la più alta presenza di migranti in città. Passando davanti al Palazzo della Regione, del Comune e dei vari edifici comunali (per la casa, o l’anagrafe per i vari certificati), si sono ripercorse tutte le tappe della via crucis di ogni migrante che in questa città, non diversamente dal resto del Paese, deve percorrere per sperare di ottenere un permesso.

Diciamo “sperare” perché, come ci spiega uno degli occupanti, nonostante la trovata geniale delle autorità cittadine, ossia la “residenza virtuale”, unica in Italia, concessa per ottenere quei servizi minimi per poter vivere (dall’asilo per i bambini, al medico di famiglia, al rinnovo del permesso, ecc.) tale “residenza” non viene riconosciuta dalla Questura. E così, tra un viaggio e l’altro da un ufficio all’altro, e arrivando a pagare fino ad 200 euro a testa, si accumulano mesi, fino a 6 o 7, senza potere vedersi riconosciuto un minimo di diritto stabile, perché allo scadere dei 12 mesi (7 dei quali trascorsi in attesa dei documenti), occorre rifare tutto. Ma quanto costa mediamente avere un certificato di residenza e dunque un permesso? “Circa 200 euro a persona, e fino a 800 euro l’anno se hai una famiglia con due figli maggiorenni. Ma se non hai lavoro, come me, come li paghi?”.

Parliamo con Patrick Konde dell’USB Migranti per capire come si è arrivati alla costruzione di questo movimento e di questa giornata e come vi partecipa l’USB. “Ci si arriva con un lavoro lungo, di circa due anni, all’inizio dei quali con Aboubakar Soumahoro, responsabile nazionale USB Migranti, ci siamo posti il problema di non fare solo un sindacato di servizi di sportello, ma di lavorare per dare vita a una lotta più ampia. Ovviamente non siamo soli, – ci dice – questo è un lavoro che vede impegnati diverse realtà antagoniste a Torino, Askatasuna e Gabrio”. Quest’ultimo, tra l’altro, conduce da tempo un lavoro con i migranti che lavorano nelle campagne di Saluzzo e presenti oggi in piazza.

Chiediamo a Patrick di parlarci anche dell’esperimento che da tempo USB porta avanti sulla confederalità sociale. “Eh, è un lavoraccio, ma necessario, perché occorre ricomporre un fronte di lotte disperse nel territorio, da quelle dei disoccupati a quelle dei migranti, da quelli per i servizi a quella per la casa. Si tratta di un fine da raggiungere, non di uno stato di cose esistenti. Ma è questa la progettualità che sta alla base dell’USB”. 

Ed effettivamente i numeri di oggi fanno ben sperare che questa possa essere la strada.

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