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Dino Greco: “Sull’Unione Europea la sinistra ha smesso di pensare”

Dino Greco, un passato di militanza politica e sindacale in trincea, come dirigente Cgil e poi segretario della Camera del lavoro di Brescia, quindi come ultimo direttore di Liberazione, ha posto da qualche tempo dentro Rifondazione Comunista il problema della presa d’atto che l’Unione Europea è cosa ben diversa dall’”Europa”, con ovvie drastiche conseguenze sia sull’analisi complessiva del partito che sulla sua strategia politica.

Nel corso dell’ultimo Comitato Politico Nazionale, svoltosi sabato e domenica, c’è stata una discussione piuttosto articolata sul tema, anche alla luce della decisione di aderire al processo della cosiddetta “Sinistra Italiana”.

Ogni dibattito interno a un partito soffre di convenzionalismi e modi di esprimersi “per gli addetti ai lavori”, che rende spesso poco comprensibile il merito politico del contendere. Lo abbiamo intervistato per chiarire i termini di una discussione altrimenti da decrittare.

 

Buongiorno, Dino. Rifondazione è riuscita o no a prendere le misure della nuova situazione italiana ed europea, dopo la “svolta di Tsipras”?

È in atto un confronto molto serio, che parte naturalmente dalla vicenda greca, al netto delle solite polemiche tra chi accusa Tsipras di “tradimento” e la sgangherata tifoseria che non vuol vedere i problemi. A me pare che quell’esito parla a noi, in primo luogo, perché si è scatenata una sorta di ordalia politica contro chi sostiene che l’idea di “gestire da sinistra” il memorandum si è rivelata una clamorosa illusione. Anche noi, da anni, siamo sotto scacco di un memorandum non dissimile da quello greco. E immaginare che la strada sia quella di “fare come Syriza”, anche qui, porta in una direzione molto diversa da quella che auspichiamo: porta dritti in bocca al centrosinistra, di vecchio o di nuovo conio che sia.

Se ne sentono un po’ di tutti i colori, in effetti…

DallHuffington Post a il manifesto, a Revelli, c’è una riesumazione del linguaggio che ha segnato i momenti più catastrofici della sinistra, con espressioni tipiche riconoscibilissime. Per esempio “riduzione del danno”, “sinistra utile” o addiritura l’invito a riscoprire il “realismo”. Che è una vera e propria ideologia della capitolazione, il contrario esatto dell’esame concreto della realtà e dei rapporti di forza (senza mettersi qui a citare Lenin). Se si resta dentro il perimetro delle condizioni date, il “realismo” è un invito a seguire la corrente. La lezione che costoro hanno tratto dalla vicenda greca è “non possumus”, altro che “podemos”!

É l’impressione che ha dato subito Sinistra Italiana…

Basta vedere come si sono orientate subito le forze politiche del “nuovo soggetto”. Sel ha elaborato il lutto alla velocità di un baleno, riportando il pendolo al punto di partenza – a prima della vittoria di Syriza, in gennaio – dichiarandosi pronta ad allenze col Pd ovunque possibile. Come se le elezioni a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Torino, ecc, fossero avvenimenti locali, non una partita politica nazionale. Se si dice – e su questo sono d’accordo tutti – che il Pd è l’elemento “strutturalmente centrale” delle forze economiche che guidano le politiche di austerità, come si fa a reggere localmente l’alleanza col “partito dei padroni”, quello che distrugge la Costituzione, abolisce i diritti dei lavoratori, tagli il welfare, ecc? Poi c’è Civati, che si fa comunque il suo partito. Cofferati che pensa come sempre a un nuovo Ulivo. Fassina che gioca da solo, puntando a sconfiggere Renzi, non il Pd. Quindi c’è L’Altra Europa, che nelle mani di Revelli e Argiris si sta sfaldando sui territori e si traduce a livello centrale in un direttorio autoritario, senza alcun rapporto vero con quella “struttura di base” che avrebbe dovuto travolgere gli steccati preesistenti, ecc.

Ma c’è anche Rifondazione…

Che aveva annunciato una Costituente di sinistra antiliberista, frutto dell’auspicato incontro fra le forze summenzionate e singoli personaggi, transfughi dal Pd, a cui sono state generosamente riconosciute doti eccezionali di opinion makers e almeno un po’ di antiliberismo… Ma strada facendo i contenuti dirimenti – alternatività e indipendenza dal Pd, linea radicalmente anti-liberista, democrazia dal basso fondata sul principio “una testa un voto” – si sono via via sbiaditi in una pratica fatta di negoziazioni pattizie fra forze politiche con l’aggiunta di qualche maggiorente. Una via per cui l’attenzione va fatalmente al “contenitore” a dispetto della sempre più evidente eterogenesi dei fini e dell’evanescenza dei contenuti.

Ma non c’è stata alcuna riflessione seria, in Rifondazione, sulla tragica esperienza di Syriza e quindi sulla strada da prendere in Italia?

Questo è il nodo centrale. Si era iniziato bene, distinguendo tra i compiti di un partito comunista e la necessità di affrontare le scadenze elettorali, cui arrivare con una coalizione antiliberista più ampia. Poi la ricerca ha preso una via diversa, quella della costituzione di nuovo soggetto politico a tutto tondo. Che non è più, dunque, una coalizione elettorale, ma un altro partito, che trascende e sostituisce quelli esistenti ed è quindi in contraddizione con questi. Ed è esattamente quello che Sel e Fassina dicono di voler fare. Di qui la confusione creatasi tra dirigenti e militanti del Prc, che non è frutto di settarismo o primitivismo (che pure esistono, certo, ma non sono prevalenti), ma una contraddizione reale. Si sbattono come palline di flipper fra una sponda e l’altra, fra un campo e l’altro, in una crisi identitaria che si riflette nella difficoltà ad assumere in proprio qualsiasi iniziativa politica. Del resto, se l’obiettivo è un nuovo partito, chi è d’accordo lavora per questo; chi non lo è, alla fine, se ne va da un’altra parte.

Nella storia del movimento comunista non è la prima volta che si ragiona di “partito di quadri” e organizzazione di massa, anche a scopi elettorali…

Una coalizione elettorale, forte di un progetto di fase condiviso, può convivere con il partito, ha con esso un rapporto di complementarità, non di opposizione. Al contrario, la contemporanea appartenenza a due partiti è invece una contraddizione in termini. Perché ciascun partito incarna una cultura politica, una visione complessiva dei rapporti sociali, un’idea di società. L’effetto schizofrenico è evidente. Alla fine, dei due partiti, ne rimarrà uno solo: quello a trazione moderata. Il “partito di quadri” costruisce condizioni e valuta di volta in volta i compromessi utili, non qualsiasi compromesso.

Anche qui, non c’è una grande novità…

No, certo. È l’idea – esplicitata per esempio da Norma Rangeri – di un partito riformista, senza più ubbie rivoluzionarie. Proprio mentre Renzi seppellisce il riformismo, si ripropone l’idea di costruire un partito socialdemocratico. Alla base c’è la convinzione che in Italia non ci sia spazio per un partito rivoluzionario. Ovviamente con questa parola non indico quelli che vedono insurrezioni possibili sempre e comunque o che interpretano questo ruolo come una testimonianza nei secoli. Parlo di una forza che sappia darsi e costruire gli strumenti teorici, l’analisi della realtà necessaria ad elaborare una strategia e una tattica, decidendo dunque anche delle alleanze limpidamente visibili e comprensibili.

Qualcosa che non c’è da tempo, almeno all’altezza della sfida…

Da questo punto di vista siamo orfani. Non c’è analisi sull’Unione Europea – che molti non riescono neanche a distinguere dall’Europa – sulla moneta unica e la sua funzione, sulle forme istituzionali create nella Ue, sulla loro natura non democratica… Su questo c’è solo balbettio. Come Tsipras, abbiamo coltivato l’illusione che fosse possibile negoziare con la Ue la fine dell’austerity, che l’oligarchia finanziaria che governa l’Europa potesse essere disponibile a smontare il congegno posto a guardia della propria missione politica; insomma, come se fosse possibile negoziare con gli strozzini la fine dell’usura. Non abbiamo capito – come Tsipras – che la presunta neutralità dell’euro è stato uno dei più grandi successi del capitale multinazionale degli ultimi venti anni. Ci dovremmo chiarire che non si possono tenere insieme le due cose…

Un terreno delicato, dove volano spesso accuse di “nazionalismo populista”… Succede anche nel Prc?

L’accusa è in effetti quella: se ti batti contro “l’Europa” non fai che aiutare i nazionalismi populistici… A sinistra, in Italia, la paura del nazionalismo produce la stessa paralisi che produce nei tedeschi la paura dell’inflazione. Ma con questa paura non puoi organizzare lotta di classe in questo paese e finisci per consegnare alla destra il tuo blocco sociale.

Come se l’internazionalismo fosse contenuto nell’Unione Europea… Ma ci sono ormai voci europee di sinistra molto discordanti da questa visione, no?

È questo il paradosso della sinistra italiana. Proprio adesso che la maggioranza della sinistra radicale europea si schiera contro questo assetto, persino in Portogallo (ovviamente distinguendo tra Partito Socialista e il blocco di sinistra), o addirittura in Francia e Germania, con la presa di posizione di Melenchon e Lafontaine. Vedo la necessità di rompere lo stallo del pensiero che sta paralizzando la sinistra e i comunisti, qui da noi. Si continua a parlare del Manifesto di Ventotene come se fosse quello lo statuto dell’Unione Europea… Ma Altiero Spinelli parlava di “stati socialisti d’Europa” (“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”, ndr). L’esatto contrario di quel che è stato costruito con la Ue…

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