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L'”invidia sociale” che può spazzare via Fassino e Renzi

Si può perdere la testa in tanti modi, e per amore resta il migliore. Ma è davvero triste perderla per aver perso una poltrona, specie se ne hai molte altre (tra cui quella di consigliere di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti, il “forziere” di ogni possibile politica di investimento pubblico, in tempi di austerity targata Ue).

Piero Fassino ha preso malissimo la sua sconfitta. Anche perché a questo punto anche la poltrona in Cdp diventa traballante, visto che la sua nomina in quell’organismo è avvenuta ad opera del ministro dell’economia, ma in quanto rappresentante dei Comuni italiani, in qualità di presidente dell’Anci. Non essendo più sindaco, sarebbe logico vederlo sostituito…

Comunque sia, ha usato un argomento rivelatore quando ha accusato la subentrante Chiara Appendino in questo modo: “ha condotto una campagna elettorale facendo leva emotivamente sull’invidia sociale. Ad esempio il tema delle periferie è stato usato come una clava secondo lo schema ‘Quelli in centro hanno quello che voi non avete qui’”.

Capiamo che il linguaggio comunista non gli appartenga più, ma “il tema delle periferie” e la contrapposizione centro-periferie è in realtà una vecchia questione di conflitto tra classi, tra borghesi e proletari, tra imprenditori e lavoratori, tra benestanti e “gentrificati”. È insomma una contrapposizione che fotografa le manifestazioni concrete delle diseguaglianze sociali, anche se non raggiunge le cause di quelle diseguaglianze.

La cosa stupefacente è però quel riferimento a “far leva sull’invidia sociale”. Come se la condizione benestante fosse un “premio meritocratico” assolutamente ovvio e “naturale”, anziché – come avvertono anche il Censis e decine di altri istituti dove si studia l’articolazione sociale – un dato di fatto che riflette il blocco dell’”ascensore” che un tempo permetteva anche ai figli dei lavoratori di ascendere nella scala sociale, grazie all’istruzione e alla spesa pubblica. E quindi come se fosse assolutamente “scorretto” che un politico in campagna elettorale provi a parlare agli abitanti delle periferie riconoscendo il loro malessere, indicando in “quelli che stanno in centro” un avversario da battere.

Come se Piero Fassino fosse sempre stato un marchese del Monferrato, anziché un dirigente nato, formato, cresciuto e nutrito nel Pci. O forse proprio per questo…

In quella parola – invidia sociale – c’è tutto il disprezzo possibile verso gli abitanti delle perferie, i “miserabili” che pretendono di votare e scegliere (magari illudendosi, certo) chi sembra almeno meno spocchioso e beato del proprio esibito benessere.

Questa frase resterà un suo marchio di fabbrica, un po’ come quel tormentone che gira in rete a partire da un’altra sua affermazione famosa quanto suicida, pronunciata nel 2009: «Se Grillo vuol fare politica fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende».

Non rimarrà nella storia come è accaduto alla sfortunata Maria Antonietta («Se non hanno più pane, che mangino brioche»), ma ci somiglia, perché viene dallo stesso ignorante disprezzo per “il popolo”. E non a caso vengono pronunciate mentre il vecchio potere precipita verso il baratro. Anche Renzi, in fondo, si sente molto “invidiato”…

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