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Scuola. Il decreto passa, i problemi restano

Dopo quaranta giorni di faticose mediazioni nella maggioranza e una seduta fiume alla Camera, con tanto di strepiti, urla ed esposizione di striscioni, il decreto scuola è stato infine approvato.

Il regolamento della Camera, diverso da quello del Senato, ha consentito all’opposizione un lungo ostruzionismo che, al di là della facile demagogia sulla sorte dei precari, era volto soprattutto a tutelare gli interessi delle scuole private.

L’esame di maturità quindi è salvo e si terrà, come voluto dalla ministra, in presenza. Un esame che avrebbe potuto essere ragionevolmente evitato, dato che le commissioni saranno composte per sei settimi da membri interni, che conoscono gli studenti e il loro percorso scolastico.

Inoltre, appare discutibile l’idea di chiedere ai candidati, in sostituzione delle prove scritte, la redazione di un elaborato su un tema indicato dalla commissione, da stendersi in sole due settimane e a biblioteche chiuse. Una condizione che favorirà gli studenti che hanno genitori laureati e una buona biblioteca domestica, mentre gli altri dovranno affidarsi alle incerte voci di Wikipedia.

Infine, non si sa se l’esame sarà proprio tutto in presenza, perché la nota 1033 del 29 maggio autorizza i commissari che abbiano “fragilità” a partecipare ai colloqui in teleconferenza, ed è noto che molti insegnanti sono anziani, anche oltre i 65 anni, poiché nel nostro paese si va in pensione a 67.

Tutto questo mobilitarsi per un esame dove lo scorso anno, il 99.7% dei candidati ha superato la prova, perché vi era arrivato, evidentemente, dopo una valutazione della preparazione da parte del consiglio di classe.

Ciò che invece il decreto scuola lascia completamente nel buio è come si riprenderà la scuola a settembre. Si dovrà attendere le “linee guida” annunciate dal Ministero. Il governo ha dato poteri commissariali ai sindaci per l’edilizia scolastica “leggera”, ma ha stanziato per le scuole pubbliche solo 330 milioni, una cifra che è largamente insufficiente e ne ha destinati 179 alle scuole paritarie. Appare molto improbabile che si possano effettuare interventi efficaci. .

Inoltre, hanno destato scalpore le dichiarazioni della ministra Azzolina, che ha parlato di installare delle barriere di plexiglas nelle aule per garantire la sicurezza. Grave che una ministra dell’istruzione possa pensare di fare scuola in un tale modo. Tuttavia, in un paese dove tutti si sentono “esperti” di cose scolastiche, sono circolate proposte anche più assurde.

In buona sostanza, trovo stupefacente l’idea di scuola che traspare dalle proposte di architetti, urbanisti, giornalisti, medici e categorie assortite. L’impressione è infatti che tali “esperti” pensino che la scuola sia ancora quella della frontalità pre-sessantotto tra insegnanti-alunni e quindi cattedra-banchi.

Un importante quotidiano è arrivato a proporre lo schema di un’aula divisa in “area operativa dell’insegnante”, dotata solo di cattedra e lavagna e quella degli alunni, naturalmente tutti nei banchi a file ben allineate.

Nessuna traccia di altri strumenti ormai entrati nella quotidianità scolastica, come una lavagna interattiva, un computer, un proiettore, un tablet, un televisore, un impianto di diffusione sonora, dispositivi che sono regolarmente usati sia dai docenti che dagli studenti.

Se è vero che esiste una parte degli insegnanti che concepisce ancora la lezione come una conferenza ex-catedra, è però evidente che la scuola non è più e sempre meno lo sarà, quella della frontalità assoluta. Il lavoro didattico si fa, oggi, con una forte interazione, con il lavoro cooperativo di gruppo, con l’utilizzo di metodi che rinforzano interesse, motivazione e desiderio di scoperta.

Un lavoro che mal si adatta alla costrizione di spazi rigidi e che spesso richiede anche la vicinanza tra gli studenti e lo scambio tra di loro di materiali cartacei o digitali. Da qualche anno, in Italia, decine di scuole hanno aderito al progetto “Senza zaino”, che trasforma gli spazi fisici degli istituti in laboratori di ricerca e studio, dove ogni aula è uno spazio modulabile dotato di libri in comune, di materiali diversi e di tecnologia.

Ricordiamo ancora che molte scuole sono dotate di aule di musica, arte, informatica e di laboratori per le materie scientifiche. Infine, che l’educazione motoria non è più quella degli ordinativi fascisti (at-tenti, ri-poso…).

In vista della ripresa di settembre, ci si dovrebbe preoccupare di salvaguardare soprattutto questi aspetti di una scuola che non è più quella della cattedra e del banco, e che ha già subito un colpo pesante durante il periodo emergenziale della didattica a distanza.

Il rischio è che preoccupandosi solo delle mascherine, dei plexiglas e delle lunch-box si dimentichi che la scuola è un’istituzione in cui l’organizzazione dello spazio fa seguito alle scelte pedagogiche e non le precede. Soluzioni terrificanti come le cabine di plexiglas nelle aule, a parte la loro difficile fattibilità, ci farebbero tornare alla direttività didattica più insostenibile.

Per sottrarre la scuola a questi pericoli di imbarbarimento, l’unica soluzione è un programma di ’investimenti molto superiore ai 4 miliardi di cui parla la ministra, che consenta l’assunzione immediata di un numero di docenti adeguato alla riduzione del numero di alunni per classe, fatto che di per sé ridurrebbe il rischio di contagio, ma soprattutto lancerebbe la scuola verso “il superamento dei problemi strutturali che si trascinano da troppo tempo”, come ha dichiarato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo discorso del 3 giugno.

Non c’è dubbio, infatti, che uno dei problemi della scuola sia ormai da decenni, cioè da quando la politica della lesina ha fatto saltare ogni limite, l’eccessivo numero di alunni per classe. Si tratterebbe quindi di una soluzione che superando l’emergenza, guardi al futuro. Alle parole si facciamo seguire i fatti.

Tuttavia, la scuola non è fatta solo dai docenti e dagli studenti, E’ necessario anche un piano d’assunzione di collaboratori scolastici, fondamentali per la sorveglianza, soprattutto nella scuola primaria e secondaria inferiore, negli spazi e nei momenti meno strutturati.

I bambini fanno la lotta perché misurano l’aumento della loro forza fisica, non perché sono discoli, bambini e bambine si toccano per scoprire un corpo diverso dal loro, non perché sono pervertiti. Serve personale per la sorveglianza, perché la scuola è fatta anche di momenti informali e di ricreazione, ma si deve pure immaginare la proposizione di nuovi giochi e di momenti di divertimento che si possano svolgere in sicurezza. E ancora una volta, il numero ridotto per aula, per cortile, per giardino, per corridoio, aiuterebbe.

I problemi di sicurezza nella scuola possono essere risolti solo pensando in primo luogo all’aspetto pedagogico. A trovare soluzioni su questo versante sarebbe stato delegato il comitato di “esperti” nominato dalla ministra e presieduto da Patrizio Bianchi.

Cosa abbia veramente proposto tale comitato non è dato sapere, al di là delle interviste dei suoi componenti, poiché il Ministero non ha pubblicato la sua relazione finale, che rimane quindi ignota. Una probabile, implicita, ammissione del fallimento di un comitato nato e vissuto male.

Della congerie di comitati istituiti negli ultimi mesi dal governo, è pubblica la relazione del Comitato tecnico-scientifico della Presidenza del Consiglio che indica nella carenza della dotazione di personale il problema più grave per la riapertura delle scuole.

Infine un problema di carattere squisitamente pedagogico che non viene considerato adeguatamente è quello del disagio psicologico dei ragazzi che torneranno a scuola a settembre.

In alcune zone d’Italia, come quella di Bergamo, di Brescia o di Cremona, non esiste famiglia che non sia stata toccata da lutti, malattia e invalidità. Più in generale, tutti i giovani e le giovani sono stati afflitti dall’angoscia di un fenomeno sconosciuto e dall’isolamento sociale. E’ una questione che, a settembre si porrà alle e agli insegnanti, che sembra saranno mandati ad affrontare tale situazione senza alcun supporto.

Il Ministero pensa solo, nella sua logica aziendale, a come recuperare i ritardi nell’acquisizione delle “competenze” accumulati in questi mesi. Un’ulteriore conferma che la tanto esaltata “didattica a distanza” è stata una soluzione emergenziale inventata dai docenti, in molti casi in solitudine e senza supporti dell’istituzione, per salvare il salvabile, ma non può sostituire la scuola, quella vera.

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