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La triste parabola della Gabanelli “embedded”

Le cose cambiano, insieme ai tempi e alle occasioni. E i giornalisti non sono alieni a questo spirare dei venti…

Però alcuni cambiamenti sono davvero radicali. Almeno in apparenza.

Un faro della “controinformazione democratica” come Milena Gabanelli, da quando è approdata a La7-Gruppo Cairo-Corriere della Sera, sembra animata da un sacro furore contro la Cina. Ma anche contro altri “nemici dell’Occidente” (cambiano spesso, magari da un giorno all’altro, ed è complicato fare un elenco aggiornato).

L’epidemia da Coronavirus è stata la miccia e, com’è nella sua tradizione, non ha mai mollato l’osso.

I problemi, o meglio i dubbi sulla “professionalità” di questa campagna, nascono quando si va a vedere da vicino come argomenta le sue critiche, peraltro legittime.

Il format lo aveva fissato già a fine settembre, sul Corriere:

Oggi nel mondo si contano un milione di morti, e una recessione globale. La Cina non si è scusata, ed esalta la superiorità del modello cinese, che avrebbe saputo gestire in modo straordinario la pandemia. Non c’ è dubbio che alcuni Paesi abbiano sottovalutato, ma come sarebbero andate le cose se le autorità cinesi, consapevoli della gravità di ciò che stava succedendo, non avessero tardato così tanto a informare la comunità internazionale? Non lo sapremo mai, come non sapremo cosa sia realmente successo perché l’ inchiesta internazionale indipendente chiesta da 194 Paesi, e votata all’unanimità dall’Oms a maggio, è ancora un pezzo di carta.

Che il virus abbia compiuto il “salto di specie” (spillover) in Cina, a Wuhan, è stato dichiarato dalle stesse autorità cinesi, e dunque non ci piove. Che i primi allarmi risalgano alla seconda metà di novembre, mentre la comunicazione ufficiale all’Oms risale al 31 dicembre, nemmeno.

In quei 40 giorni sono avvenute molte cose, tra medici che giustamente segnalavano il grave pericolo, autorità locali che li tacitavano (vecchio vizio che danneggia sopratutto chi lo coltiva…) per poi – quelle più alte in grado – ammettere che avevano ragione, ecc.

E certamente c’è una responsabilità cinese nel ritardo.

Da qui a rendere Pechino “unico responsabile” della situazione nel mondo, però, ce ne corre. Tutti i governi occidentali, e in primo luogo quelli di provata fede neoliberista, hanno largamente ignorato e sottovalutato il pericolo, fino a teorizzare l’opportunità di raggiungere l’”immunità di gregge” per via naturale. Ossia lasciando morire chi doveva morire (anziani e fragili in generale), senza adottare misure che mettessero in discussione la priorità della produzione e del profitto delle imprese.

Insomma, una volta ammessa una prima responsabilità delle autorità cinesi, i governi occidentali hanno buttato molta benzina sul fuoco dell’epidemia. Senza neanche la scusante di non essere stati avvertiti…

Ma a Milena Gabanelli interessa soprattutto – non “soltanto”, ma soprattutto – orientare il giudizio del pubblico sulla, e contro la, Cina.

A DiMartedì, due giorni fa, si è prodotta in una performance più attoriale che giornalistica, e il testo scritto non può rendere enfasi e mimica spesi durante il colloquio con Floris. Chi volesse vedere con i propri occhi non ha che collegarsi, dal minuto 50

Floris: In Cina il virus sembra sia stato sconfitto

Gabanelli: Devi credere ai dati ufficiali… Abbiamo visto cos’è successo al medico Li Wenliang… Non stiamo parlando di un paese in cui c’è la libertà di dire, lì dici quello che è consentito dire. Oggi mi pare che i contagiati siano otto (sorrisetto…) su un miliardo e quattro… Se ce l’hanno fatta, se sono veri quei dati, Bravi. Io ne dubito, però, forse sono maliziosa

Floris: Certo, abbiamo visto dei metodi molto spicci, quelli tipici di una dittatura. Noi non potremmo utilizzarli…

Gabanelli: Loro vanno dicendo che il modello cinese è superiore al modello occidentale proprio per l’efficienza con cui sono riusciti a contenere l’epidemia. Certo, stiamo parlando di un lockdown duro nei termini in cui è possibile in un paese autoritario. Vai a controllare ogni singolo comportamento in un paese democratico… Questo tuttavia non assolve i Bolsonaro e i Trump…

Floris. Ma si può dire che la Cina ha delle responsabilità sulla diffusione di questo virus, o no?

Gabanelli: Lo ha dichiarato un luminare del diritto dell’università di Pechino… La mancanza della libertà di parola ha contribuito alla diffusione del contagio. Questo è. E’ noto che l’informazione è stata data in ritardo. E che hanno mentito. Non lo sto dicendo io, mi sembra che stia nei fatti. Tra l’altro la Cina aveva avuto l’esperienza della Sars nel 2002, la provenienza era la stessa… Ovvero nei mercati umidi, dove si vendono animali vivi. E’ vero che con Xi questi mercati sono stati chiusi, almeno in parte. E’ vietato vendere animali selvatici e scuoiarli lì. Ma poi è nata contemporaneamente una filiera di mercati neri dove quelle pratiche continuano e comunque nei mercati umidi vengono venduti animali vivi. Avevano questa esperienza… Può essere che quando a novembre scoppia questa polmonite annaspano nel buio fino alla fine di dicembre? E’ complicato credere a tutto questo… Ciò detto, può essere che abbiano ragione loro. Non sapevano dove sbattere la testa, e in realtà le cose sono andate veramente così… Bene. 194 paesi hanno votato all’unanimità la richiesta di un’inchiesta internazionale indipendente, la Cina ha finora l’ha negata.

Floris: La Cina è l’unico paese in qualche ripresa economica mentre tutto il mondo sprofonda

I punti “forti” sono chiari. La Cina è “colpevole” a prescindere, perché è una “dittatura” che nega la “libertà di informazione”.

Dal che dovrebbe discendere che se l’allarme fosse stato dato ufficialmente 40 giorni prima – corredato di tutti i dati scientifici raccolti fin lì, molto pochi – l’Occidente avrebbe reagito meglio. Il che, detto sommessamente, ci sembra un po’ azzardato, visto quel che sta succedendo da gennaio ad oggi…

Certo è necessario che l’informazione possa circolare velocemente e liberamente (facciamo questo di mestiere, non possiamo certo teorizzare la censura…). Ma esagerare con la definizione di “dittatura” espone al ridicolo. Ed anche a qualche contraddizione logica.

Il ridicolo emerge al pensiero dei milioni di occidentali che vivono e lavorano in Cina e con imprese cinesi. Tutta gente libera di parlare e comunicare con chi vuole, in ogni parte del mondo. E dunque anche di fornire informazioni diverse da quelle ufficiali.

Se ci fossero attualmente in Cina orde di contagiati, ricoverati, morti, paragonabili a quanto accade in Occidente – decine di milioni, facendo le proporzioni – qualche “soffiata” sarebbe certamente arrivata.

Il ridicolo, insomma, è nel “dubitare” che ci siano stati “solo otto contagiati” in un giorno mentre tutti i giornali occidentali (occidentali!) riferivano – con qualche malcelata invidia – dei 9 milioni di tamponi effettuati in tre-quattro giorni per isolare sei (6) contagiati in una città…

La contraddizione logica è però più pesante. Perché alla fine vien fuori che una “dittatura comunista” si è preoccupata più di combattere il virus che di far andare avanti la produzione e l’economia. Instaurando un lockdown molto severo in un’area popolata da 60 milioni di persone (su 1,4 miliardi) e considerata la “Detroit cinese” per l’alto numero di fabbriche automobilistiche.

Al tirare delle somme, quindi, dovrebbe concludere anche la Gabanelli, che la salute della popolazione è la priorità assoluta per una “dittatura” come quella cinese (o cubana), mentre nelle “democrazie” la priorità è per i profitti delle (grandi) imprese. Qui, fin dall’inizio, è stata sposata la linea “dobbiamo convivere con il virus”; lì quella del “dobbiamo eliminarlo”. Se un cittadino comune potesse scegliere, forse…

Un retropensiero deve esserle balenato, mentre parlava dicendo cose molto simili alle parole di un Trump (o di un Salvini). Ha infatti ritenuto di dover aggiungere che “Questo tuttavia non assolve i Bolsonaro e i Trump, i Johnson…”

La discussione sulla differenza tra certe “dittature” e quelle sostenute – con tanto di golpe militare – da parte dell’Occidente è lunga quasi un secolo. E non c’è qui lo spazio per ripercorrerla. Ed anche una discussione su quanto “democratico” sia un assetto istituzione bipolare che obbliga i cittadini-elettori a scegliere tra due rappresentanti dello stesso establishment… sarebbe interessante, ma certamente lunga.

Una cosa è invece certa: non c’è più traccia della Milena Gabanelli che, solo cinque anni fa, a proposito della professione giornalistica, poteva sentenziare: “Se ti occupi di costume nessuno ti rompe le scatole, se vai a fare le pulci alla classe dirigente, lei reagisce e cerca di ostacolarti.

Oppure di arruolarti…

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4 Commenti


  • giancarlo staffolani

    in un sistema dove istituzioni, stampa, opinioni, comunicazione diventano merce tutti, o quasi, hanno un prezzo per chi può pagarlo, tanto più se sono disponibili i paladini/e “influenti e professionali” del libero mercato


  • giuseppe

    Non per niente è stata presa dal corriere
    .


  • marco

    un altro esempio di come NON finire in bellezza una pur gloriosa carriera….
    Si va a mettere in coda coi giovanni lindo ferretti, coi francesco guccini, etc etc etc


  • alberto gabriele

    La paga il corriere, dice quello che i padroni di quel giornale ( e di tutti gli altri) vogliono che dica. E’ normale.

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